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Vivere a Teheran

intervista a un giovane iraniano

Dalla rivoluzione islamica di Khomeini, l’Iran è passato attraverso regimi dittatoriali più o meno rigidi, ma che hanno segnato profondamente il Paese, dal punto di vista culturale, economico, sociale e, soprattutto, dei diritti umani. Chi non ha contatti familiari, può conoscere il Paese attuale attraverso gli scritti e le testimonianze degli attivisti iraniani che vivono all’estero, che descrivono dettagliatamente l’involuzione storico-sociale, la deriva culturale e le innumerevoli violazioni dei diritti dei cittadini. Ma come vive la gente comune, i tanti iraniani laici, nati sotto l’ayatollah, ma educati da genitori cresciuti nella monarchia filoccidentale dello shah? Ho posto qualche domanda a un giovane amico di Teheran, ora residente in Italia. Non si è trattato di un’intervista mirata e strutturata, ma piuttosto delle “quattro chiacchiere tra amici”, che offrono, a mio parere, diversi spunti di riflessione.

Tu sei nato dopo la rivoluzione islamica, ma i tuoi genitori sono cresciuti durante la monarchia: che tipo di educazione hai avuto?

Mio padre aveva venticinque anni durante la rivoluzione, e come tutti partecipava alle manifestazioni contro lo shah, ma naturalmente nessuno si aspettava una simile dittatura. Da allora l’Iran è caduto in un baratro, e la situazione attuale è ancora più insostenibile se si pensa che quarant’anni fa questo Paese era uno dei più moderni del Medio Oriente, ricco di cultura e aperto al progresso. I miei genitori comunque mi hanno educato in modo molto liberale, mi hanno sempre lasciato libero di scegliere e decidere e mi hanno insegnato a pensare con la mia testa.

Come si vive oggi in Iran?

Io sono nato e cresciuto a Teheran, così come i miei genitori, e questa città è molto più emancipata rispetto al resto del paese, più arretrato e integralista. In generale comunque c’è una netta separazione tra vita pubblica e vita privata: in casa si è liberi di fare ciò che si vuole, ad esempio le donne sono senza velo, si bevono alcolici, si fanno feste con musica e balli, si parla di tutto. Quando si esce invece ci si mette una maschera: le donne si coprono i capo, si evita il contatto tra uomini e donne, e comunque si sta sempre in guardia. Ad esempio, io non sono mai veramente a mio agio quando sono fuori, ho sempre paura di imbattermi in qualche controllo di polizia e di venire multato per qualsiasi cosa.

Come vive quindi un giovane a Teheran?

Innanzitutto bisogna dire che il 60-70 % dei giovani iraniani sta lasciando il Paese: chi ha la possibilità di uscire di solito lo fa, e il modo più semplice è andando a studiare all’estero. In genere i neolaureati scelgono di frequentare master e dottorati soprattutto negli Stati Uniti, in Canada, oppure in Germania o in Gran Bretagna, - Paesi che sono poi in grado di offrire lavoro - e di costruirsi quindi una vita lì. Anch’io avevo fatto richiesta di borsa di studio in vari Paesi europei, ma poi ho scelto l’Italia non solo perché mi sono state offerte le migliori condizioni economiche, ma anche perché è più simile all’Iran: le persone sono cordiali, c’è sempre tanta gente in giro e poi c’è tanta disorganizzazione proprio come nel mio Paese! Per quanto riguarda la vita di tutti i giorni, ora con Rohani le cose vanno leggermente meglio. Si va a cena fuori, al cinema, al bar. Si fanno molte feste private, perché in casa si è liberi di ballare, bere (si trova sempre qualcuno che vende gli alcolici sottobanco), abbracciare le ragazze. Certo, ogni tanto capita che la polizia faccia irruzione e dia una multa, ma è un rischio che si corre abitualmente.

Quindi l’Iran si sta spopolando?

Sì, l’età media della popolazione si sta alzando, mentre l’indice di natalità si sta riducendo sensibilmente. I giovani si sposano meno e molto più tardi, e questo per varie ragioni. Innanzitutto, ci sono molte più donne istruite rispetto agli uomini, quindi le donne trovano lavoro molto più facilmente degli uomini, che sono in gran numero disoccupati. Questo fa sì che ci siano molte donne single, e che si arrivi al matrimonio comunque dopo i trent’anni. A quel punto, passa anche il desiderio di fare figli: con una vita già piena di limitazioni,un figlio viene visto come la rinuncia definitiva a quel poco di vita sociale che è permesso. Il governo ultimamente ha deciso di dare degli incentivi in denaro alle coppie che fanno figli, ma con scarsi risultati.

Com’è il rapporto con le ragazze?

A Teheran abbastanza libero, considerando che la stragrande maggioranza della popolazione lì è laica. Ormai ogni iraniano ha un sistema di riconoscimento del prossimo molto sviluppato: io sono sempre riuscito a distinguere da molti dettagli quali fossero le persone più aperte e più simili a me. Ad esempio, se una ragazza porta il velo molto stretto, coprendo tutti i capelli, capisco che è una musulmana osservante, mentre se il velo è largo e lascia intravedere la chioma, la riconosco più simile a me. Al primo anno di università le ragazze che venivano da fuori erano tutte velate, stavano solo tra di loro, non guardavano mai né tantomeno rivolgevano la parola ai ragazzi. Al quarto anno, invece, la maggior parte di loro si era “rilassata”: da questo punto di vista, Teheran fa veramente la differenza! Ad ogni modo, durante il giorno non c’è alcun problema a relazionarsi con le ragazze, mentre alla sera è un po’ più arduo, poiché la maggior parte di loro deve rientrare a casa entro mezzanotte, e considerando che da noi si cena dopo le ventuno e trenta, il tempo è decisamente limitato. Dopo la mezzanotte, inoltre, è facile che la polizia fermi le coppie, chiedendo che tipo di rapporto abbiano: solo se si è ufficialmente fidanzati è lecito andare in giro insieme.

Come vivevi tu questi limiti?

Durante gli anni universitari a Teheran, come tutti. Per chi non ha mai vissuto all’estero, è abbastanza normale convivere con i diversi divieti in pubblico, e aggirarli in privato. Come già accennato, è assolutamente normale per qualsiasi iraniano non integralista essere “sdoppiato”. Il problema è che tutti questi divieti portano con sé delle serie conseguenze a livello sociale e culturale. I limiti infatti fanno perdere gli obiettivi di vita: quando sono troppi, nei ragazzi è facile che scatti una ribellione totale, che porta a infrangerli tutti senza discernimento, e diventa facile prendere la via sbagliata. Inoltre, i divieti culturali e d’espressione, che limitano fortemente gli interessi e la libertà di parola (molti argomenti da noi sono tabù), fanno sì che i giovani si concentrino solo sulle cose: per i miei coetanei mai usciti dal Paese l'unica cosa importante è il denaro, tra di loro i ragazzi parlano solo di automobili e vestiti, e la maggior parte delle ragazze punta solo a trovare un marito ricco. Anche questo per me rappresenta una perdita di obiettivi e quindi di futuro. Inoltre, quando vivevo lì, provavo un senso di ansia continua, una sensazione di vuoto e di estrema precarietà, data anche dal fatto che lì le leggi cambiano di continuo, e quindi è impossibile fare progetti anche nel medio termine. Un ennesimo modo del governo per rubarti il futuro.

Ora che abiti in Italia da qualche anno, come sono i tuoi rientri in Iran?

Ormai quando torno a Teheran passo la gran parte del mio tempo a casa con i miei genitori. Tutti i miei amici vivono in Occidente, e lì non ho più nessuno, a parte la famiglia. E avendo vissuto all’estero, ogni volta che rientro mi rattristo sempre più: l’Iran è un Paese ricchissimo, ma il governo sta distruggendo tutto. Dalla rivoluzione islamica in poi, al governo ci sono state solo persone ignoranti e corrotte, e tutto il settore pubblico ha personale maleducato e non qualificato. C’è una totale mancanza di rispetto da parte dello Stato nei confronti della popolazione, a livello globale: non solo perché se ti rivolgi a un funzionario statale ti tratta male, ma anche in tantissimi dettagli. Ad esempio, mentre al Politecnico di Milano la biblioteca è aperta fino a mezzanotte, agevolando al massimo gli studenti, quella dell’università a Teheran chiude alle diciotto, al termine delle lezioni: anche questa per me è una forma di mancanza di rispetto. Inoltre, ogni volta che sono in Iran, mi assale l’angoscia quando devo rientrare, perché ho il terrore che mi vietino di lasciare il Paese. Infatti, per poter venire a studiare in Italia ho dovuto pagare allo Stato 5.000 euro come “indennizzo” per non aver espletato il servizio militare, che da noi dura due anni, e temo sempre che mi trattengano con questa scusa. In realtà, un’altra misura che il governo iraniano sta adottando per evitare l’esodo dei giovani, è proprio quella di trattenere quelli più colti ed istruiti, impedendo loro di espatriare. Pertanto, quest’anno ho evitato di tornare a casa, sono venuti i miei genitori a trovarmi.

Come ti trovi in Italia?

In generale molto bene. Appena terminata la specializzazione ho subito trovato lavoro, ho un ottimo rapporto con i miei ex compagni di università e con i miei colleghi. Certo, il rapporto con gli estranei è più complicato. Ad esempio, ho incontrato parecchie difficoltà a trovare casa: la prima domanda che mi facevano era sempre “da dove vieni?” e alla mia risposta “dall’Iran” il più delle volte la trattativa si bloccava lì. Il proprietario mi diceva subito che preferiva affittare a italiani, senza nemmeno verificare che avessi un reddito e che fossi in grado di pagare l’affitto. Inoltre ho trovato parecchia ignoranza: quando dico di essere iraniano mi considerano tutti arabo, e la cosa mi dà abbastanza fastidio, non perché abbia problemi con gli arabi, ma per l’ignoranza della gente che non sa nemmeno che l’Iran non e' un Paese arabo. Comunque, una volta rotto il ghiaccio, con gli italiani mi trovo in genere molto bene, sono gentili e cordiali.

Sei in contatto con altri ragazzi iraniani?

Si, ho parecchi amici, ex compagni di studi a Teheran, che sono sparsi in Europa, soprattutto in Germania e in Gran Bretagna, con cui ci sentiamo e ci vediamo abbastanza spesso. Mi piace incontrarli, perché abbiamo radici comuni ma vite differenti, e quindi ci confrontiamo e parliamo di tutto, senza tabù, cosa che come ho detto era ed è impossibile in Iran. Qui in Occidente si è molto più informati, mentre in Iran il regime dà continuamente informazioni false e distorte, sia per quanto riguarda l’interno che l’estero. Per noi è quindi un gran privilegio essere informati e discutere apertamente di tutto, sia delle nostre vite – i miei amici che vivono i Germania non si sentono accettati dai tedeschi, ad esempio, sia di temi più generali, come ad esempio l’omosessualità, tema decisamente tabù in Iran, o la pena di morte.

Hai nostalgia del tuo Paese?

Si, ma purtroppo non vedo futuro per il mio Paese con questo governo e non riesco a riconoscermi in esso. Certo, mi mancano gli odori, i suoni, il farsi, ma per fortuna ci sono i miei amici iraniani con quali condividiamo la lingua, la musica, la cucina e quindi è come avere sempre un pezzo di Iran (il migliore) con me.

Tea Camporesi

7 novembre 2016

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Scopri tra le interviste

La storia

Fatima Mernissi

Scrittrice, docente di sociologia all’Università Mohammed V di Rabat, Marocco