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Souvenirs of War

di Georg Zeller Italia, 2023

Dalla collina più alta che circonda la città una volta sparavano i cecchini. Da lì, Adnan Hasanbegović guarda Sarajevo e dice che durante la guerra tutta la città era la sua famiglia. La famiglia che voleva proteggere. È riuscito a farlo, ha combattuto anche lui contro il nemico. Ma, dopo tutti questi anni, quasi trenta dalla fine della guerra in Bosnia del ‘92-'95, non gli è ancora chiaro come sia stato possibile. Hasanbegović, attivista e protagonista del documentario Souvenirs of War, diretto dal regista bolzanino Georg Zeller, in questo film ci racconta ciò a cui è sopravvissuto, mettendosi a confronto con coloro che consapevolmente sono riusciti a trasformare la memoria del dolore in una sorta di turismo, quello dell’orrore.

Adnan ci porta in un bosco, dove un gruppo di uomini e donne in uniforme gioca a “softair”. Si divertono sparando con fucili di plastica. Una volta in quel bosco si sparava davvero. C'è anche un ristorante gestito dall'imprenditore Adis, dove i partecipanti al gioco possono assaporare i piatti che era possibile consumare durante l’assedio, come la “pita” con il riso. La pita è un piatto tipico bosniaco, di solito preparato con carne, formaggio o spinaci, ingredienti che scarseggiavano all'epoca. Adnan non si è mai sentito a suo agio come soldato. Nei vent'anni successivi alla guerra, ha organizzato workshop per veterani con l'obiettivo di favorire la riconciliazione tra le fazioni coinvolte nelle guerre balcaniche degli anni Novanta. Ha collaborato con diverse organizzazioni dedite alla pace e oggi fa parte dell'organizzazione "Center for nonviolent action”. Dopo aver partecipato a questo film, recentemente presentato al Festival dei Popoli a Firenze, ha iniziato a lavorare come guida turistica. In aggiunta, oltre a condurre i turisti nei luoghi più significativi di Sarajevo, dove è possibile riflettere profondamente sul tema della memoria, Adnan offre loro anche qualcosa di più divertente: un volo sopra Sarajevo a bordo di un piccolo aereo per due persone, sul quale lui spesso sale per divertimento con il suo migliore amico.

Il modo in cui Zeller racconta uno dei più sanguinosi conflitti in Europa dopo la Seconda guerra mondiale è ciò che rende questo documentario interessante. Il film si apre in maniera un po' confusionaria, con le immagini di temporali che possono ricordare l’assedio di Sarajevo, e poi gente in divisa mimetica che si nasconde nei cespugli con delle grosse armi in mano. Si capisce ben presto che non si tratta della guerra vera. “In Souvenirs of War parliamo anche molto del tema della rappresentazione, del fatto che quando ci poniamo di fronte ad altri in qualche modo ricopriamo sempre un certo tipo di ruolo. Quando si toccano le esperienze traumatiche, il ruolo può essere molto importante per dare dei confini, per definire fino a che punto si voglia e si possa raccontare qualcosa di sé e dove sono i limiti”, dice Zeller. In un altro momento del film vediamo anche dei soldati veri, con delle armi vere. Sono le truppe dell’EUFOR e il loro compito dichiarato è quello di rappresentare, cioè di dimostrare che la cosiddetta comunità internazionale è presente nel paese. Ma, sorprendentemente, anche loro sembrano giocare, ricoprendo dei ruoli e recitando pure in alcune scene.

Alla fine, il regista si chiede: “Quando veramente finisce una guerra?”, portandoci per tutta la durata del film in quei luoghi di dolore che sono oggi sfruttati come forma di business. La sua telecamera attraversa i posti tragici che sono diventati attrazioni turistiche, muovendosi lungo una linea sottile tra turismo oscuro e memoria empatica. Souvenirs of War pone lo spettatore di fronte a un mondo che cerca di fare i conti in modo diverso e speculativo. Proprio come si legge nella scheda di presentazione del film: “Mentre alcuni si divertono con giochi di combattimento su autentici campi di battaglia, altri continuano a lottare per trasformare la loro eredità traumatica in un'opportunità per un nuovo futuro”.

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