Quando nel 2019, ancora prima della pandemia, abbiamo scritto la Carta dell’Ambiente, siamo partiti da quello che ci sembrava un paradigma imprescindibile: di fronte a caldi record, eventi atmosferici estremi, degrado del suolo, scioglimento dei ghiacciai e altri fenomeni dovuti al riscaldamento globale, risultava evidente che la crisi climatica non potesse e non dovesse essere affrontata in modo locale, nazionale o individuale, ma che servisse quindi una “responsabilità globale”.
Ce lo siamo ripetuti anche durante la pandemia: che senso ha la divisione di fronte a una minaccia che sovrasta tutti? Nessuno si salva da solo, serve una cooperazione “altruistica”.
Parole e concetti che tornano leggendo Uniti per la vita (il Mulino, 2025), di Maurizio Casiraghi e Telmo Pievani, un testo che dall’esperienza e dallo studio delle simbiosi arriva a toccare temi come l’ecologia, l’etica e la responsabilità. Quali spunti offrono quindi i licheni, nati dall’unione tra un fungo e un’alga, le piante che collaborano con i funghi per assorbire nutrienti dal suolo, il calamaro delle Hawaii che grazie a batteri luminescenti riesce a confondere i predatori notturni e il microbiota umano?
Tutti questi esempi dimostrano che in natura non esiste organismo che non viva in simbiosi di qualche altra forma di vita. Le simbiosi sono ovunque e giocano un ruolo essenziale: sono la regola, non l’eccezione. In natura, infatti, la solitudine è un’illusione, poiché ogni organismo vive intrecciato agli altri.
Ecco quindi la lezione che ci giunge dalla simbiosi: la cooperazione vince, e lo fa perché è intelligente. Se i membri di un gruppo coordinano in modo funzionale le loro attività in vista di uno scopo condiviso e condividendo una risorsa comune, infatti, diventano più potenti di qualsiasi individuo. Ci si salva insieme, appunto.
La simbiosi assume anzi il ruolo di motore dell’evoluzione. Lo si è capito a fatica, spesso non ascoltando le parole di studiosi e scienziati, ma questa intuizione permette di rileggere Darwin con il suo significato più puro e originale: il segreto dell’evoluzione non è tanto una competizione, una lotta per le risorse, quanto invece una spinta a collaborare. Lo hanno mostrato con i loro studi scienziati come Konstantin Merezkovskij, Petr Alekseevic Kropotkin o Lynn Margulis, lo ritroviamo nell’idea di Gaia - l’idea di un pianeta, la Terra, da considerare un unico sistema complesso auto organizzato - , e nello stesso termine ecologia, coniato nel 1866 dall’allievo tedesco di Darwin Ernst Haeckel per definire la scienza che regola tutte le relazioni presenti in natura.
Dalla scienza all’etica il passaggio è rapido. Se la vita non si è affermata con il combattimento ma attraverso le interazioni, conviene allearsi, per resistere. Certamente l’altruismo di cui si parla in biologia non è immediatamente sovrapponibile con il temine più generico da noi utilizzato, ma osservando la natura capiamo che essa trabocca di comportamenti altruistici, anche quando sembra che il vantaggio sia collettivo. Anche laddove l’atto cooperativo espone il singolo a pericoli – come per le sentinelle che nei branchi controllano l’arrivo dei predatori -, infatti, il beneficio del gruppo si riflette sempre in un beneficio per tutti gli individui che ne fanno parte.
Chiaramente nella specie umana c’è qualcosa di diverso: la capacità di cooperazione e l’altruismo naturali sono diventati norme morali. In fondo, è quello che Yuval Noah Harari sviluppa nel suo lavoro su Homo Sapiens, il cui superpotere è la capacità di cooperare, o ancor più di narrare storie che aiutano gli individui a collaborare. Se un gruppo di uomini crede nella stessa storia (il valore di una moneta, la natura “divina” di un re, le capacità “magiche” di uno sciamano, la forza di un’idea o di un valore), senza dubbio troverà modi per collaborare.
È grazie a questa capacità, a questo superpotere, che ci siamo imposti sugli altri abitanti del pianeta – dai nostri competitor, i Neanderthal, agli animali di grossa taglia, alle piante che abbiamo scelto di coltivare –, ed è da qui che occorre partire per proteggere, oltre che difendere, il nostro pianeta fragile. E per riscoprire l’ecologia globale, quel sistema di relazioni complesse, di interdipendenze tra organismi della stessa specie, tra specie differenti e tra queste e l’ambiente.
La separazione tra uomo e natura è infatti una falsa dicotomia, una convinzione che ha portato a scelte etiche, politiche ed economiche insostenibili.
Oggi non abbiamo la scusa di non sapere, sappiamo invece di essere responsabili del futuro del pianeta. Così come i Giusti insegnano ad assumersi una responsabilità di fronte al male, dobbiamo assumerci una responsabilità e renderci conto, ancora una volta, di quanto sia importante cooperare di fronte a un pericolo che sovrasta l’umanità intera. Ci si salva insieme, appunto. Dobbiamo farlo perché possiamo farlo.
