La speranza siamo noi quando non chiudiamo gli occhi
Lo smarrimento dell’Europa e lo spirito dei padri fondatori
Tommaso Greco, l’autore del saggio “Critica della ragion bellica”, Laterza 2025, è professore ordinario di Filosofia del Diritto presso l’Università di Pisa, dirige il Centro Interdipartimentale di Bioetica, è direttore scientifico del Piccolo Festival della Fiducia: nel suo interessante e utile saggio affronta le radici della cultura bellicista che sta sempre più dilagando, cercando di “normalizzare” l’idea della guerra. Seguiamone i passaggi fondamentali.
Nelle nostre democrazie, gli appelli all’aumento della spesa militare non suscitano più scandalo, non solo attraverso il programma di ReArm, ma, cosa ancora più grave, riallineando le politiche educative a questo modello, “per migliorare le conoscenze e facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate” (1). Se chiudiamo gli occhi, non possiamo essere noi la speranza come invitava a fare David Sassoli nel suo commovente commiato per gli auguri di Natale del 2021.
Bisognerebbe invece rileggere a scuola le parole di Erich Maria Remarque in “Niente di nuovo sul fronte occidentale”: “Essi (gli insegnanti) dovevano essere per noi diciottenni introduttori e guide all’età virile, condurci al mondo del lavoro, al dovere, alla cultura e al progresso; insomma all’avvenire (…) Ma il primo morto che vedemmo mandò in frantumi questa convinzione. Dovemmo riconoscere che la nostra età era più onesta della loro (…) Avevamo ad un tratto imparato a guardare le cose in faccia (…) Improvvisamente, spaventevolmente, ci sentimmo soli, e da soli dovevamo sbrigarcela”. (2)
Tornano in mente le parole di Sassoli nel suo discorso di insediamento come Presidente al Parlamento europeo, il 3 luglio 2019, quando diceva: “Dobbiamo recuperare lo spirito di Ventotene e lo slancio pionieristico dei padri fondatori che seppero mettere da parte le ostilità della guerra, porre fine ai guasti del nazionalismo dandoci un progetto capace di coniugare pace, democrazia, diritti, sviluppo e uguaglianza… L’Unione Europea non è un incidente della storia… (noi siamo ) figli e nipoti di coloro che sono riusciti a trovare l’antidoto a quella degenerazione nazionalista che ha avvelenato la nostra storia. Se siamo europei è anche perché siamo innamorati dei nostri Paesi. Ma il nazionalismo che diventa ideologia e idolatria produce virus che stimolano istinti di superiorità e producono conflitti distruttivi. Colleghe e colleghi, abbiamo bisogno di visione e per questo serve la politica”. (3)
Non si tratta di partire da zero ma dalle Istituzioni che già ci sono, dal diritto internazionale e, per noi italiani, dalla nostra Costituzione e dall’articolo 11. Questo l’obiettivo di Tommaso Greco: difendere il pacifismo giuridico che porta a valorizzare il diritto e le istituzioni democratiche ma ripensandoli, spostando l’attenzione dal momento della forza e della coazione a quello della relazione e riconoscimento reciproco dei popoli. La pace richiede che la democrazia funzioni, come aveva già capito Kant nella sua opera “Per la pace perpetua”.
Una rivoluzione dello sguardo
Tuttavia, è necessario “ripensare la pace” perché c’è un problema di approccio sia culturale che antropologico: lo sforzo è dimostrare che la pace è il principio, l’elemento strutturale delle nostre convivenze e la guerra è la negazione di tale possibilità. Non la guerra come “normalità” e la pace semplicemente come la sua assenza: bisogna uscire da questa narrazione.
Il corso dell’evoluzione e del “farsi umano” dell’uomo mostra che sono la progressiva trasformazione ed elaborazione delle energie oscure in energie creative quelle che caratterizzano il nostro percorso storico: la pace “è un vero e proprio istinto- un aspetto dell’istinto di sopravvivenza- altrettanto originario di quello distruttivo” (4).
Come afferma Albert Camus: “La forza del cuore, l’intelligenza, il coraggio possono dare scacco al destino e a volte capovolgerlo basta soltanto volere, non in modo cieco, ma con una volontà salda e lucida…Compito degli uomini di cultura e di fede non è…disertare le lotte storiche né piegarsi a quel che hanno di crudele e inumano. È guardarle in faccia e aiutare l’uomo contro ciò che lo opprime, favorire la sua libertà contro le fatalità che lo minacciano. Solo a queste condizioni la storia davvero avanza, innova, in una parola crea.” ( 5)
L’originaria relazionalità dell’esser umano
Tommaso Greco porta la nostra attenzione su due modelli: uno sfiduciario e l’altro fiduciario.
Il primo si basa sul presupposto che non è possibile fidarsi dell’altro: come nell’ipotesi hobbesiana dell’homo homini lupus, lo scenario internazionale assomiglia a una condizione in cui non c’è uno stato mondiale e nemmeno regole. Si assolutizza la forza e si avvera ciò che si teme di più, dopo aver preparato il terreno a tale esito. Lo si è chiamato “equilibrio del terrore” secondo l’interpretazione più diffusa del secondo dopoguerra. Il trucco di questa argomentazione “realistica” è scegliere solo una parte della realtà e farla passare come l’unica: il circolo della fiducia non si ipotizza nemmeno.
Il modello fiduciario indossa un altro paio di occhiali: Montesquieu pensava che il senso di debolezza, il bisogno, il timore reciproco sono sentimenti che anziché opporre gli esseri umani tra loro, li rendono solidali. La scienza attesta che gli impulsi aggressivi sono controbilanciati da inclinazioni alla socievolezza (sorrisi, saluti, abbracci, cura reciproca). La fiducia e la pacifica convivenza non hanno nulla di innaturale. Da qui la necessità di “pensare la pace” partendo dalla nostra originaria relazionalità.
La guerra nasce invece dal non vedere l’altro: l’odio nasce sempre da uno sguardo verticale contro “quelli lì sopra” o “quelli lì sotto”. “La cecità verso gli altri non è forse la fonte di tutto il male del mondo? (…) Per procurare dolore, non dobbiamo forse ridurre gli altri a subumani, rifiutarci di ascoltarli o di vederli per quello che sono?” (6).
Quindi è necessario mettere la pace come principio, cioè come bene iniziale che ci muove e che impone di usare mezzi coerenti con questo bene: ecco perché è un paradosso fare la guerra in nome della pace! Inoltre il pacifismo richiede anche un’antropologia positiva: non più l’altro come nemico, questo è il vero disarmo. Disarmare le parole, le menti e la terra, come diceva papa Francesco. Usare la ragionevolezza delle istituzioni, del diritto e della diplomazia: solo così il circolo della fiducia si autoalimenta.
La nuova sfida del pacifismo giuridico: le relazioni e il modello fiduciario
Nel suo saggio, Tommaso Greco analizza in dettaglio la storia del pacifismo giuridico, dal giusnaturalismo di Hobbes, passando per Kant fino ai suoi sviluppi nel XX secolo con Kelsen, Habermas, Bobbio e le sue soluzioni istituzionali quali l’ONU e l’UE. L’autore esamina l’idea kelseniana che il diritto (anche internazionale) sia indispensabile come sanzione che vale in risposta ad un illecito. Il difetto principale della soluzione di Kelsen è l’aver ridotto il diritto totalmente al piano della sanzione, emarginando il tema della relazione obbligatoria tra i soggetti del diritto medesimo. Non si tratta di togliere la sanzione ma di evitare che sia l’unica soluzione perché se essa non è efficace, decade per i soggetti ogni obbligo (cfr. ciò che accade oggi nei conflitti in Ucraina e Medioriente).
Se oggi c’è un’opera di demolizione delle istituzioni nate dopo la Seconda guerra mondiale per garantire la pace, bisogna ripensare il diritto internazionale a partire da un modello fiduciario-orizzontale più che sfiduciarlo-verticale, insistendo sull’idea della pace come principio, più adatto a fondare la responsabilità degli Stati.
Serve una rivoluzione dello sguardo che metta al centro i valori da custodire nella pratica quotidiana delle relazioni in cui sono coinvolti i soggetti interessati. Per farlo è necessario educare a una cultura giuridica dei diritti che renda sempre più odiosa la pratica dei crimini di guerra, contro l’umanità e i genocidi a cui stiamo assistendo: tali azioni sono radicate in una visione degradante e disumanizzante dell’altro come nemico.
Non solo: dovremmo anche mettere in discussione idee che crediamo scontate e normali come quella per cui qualunque governo, titolare della sovranità, debba difendere l’interesse del proprio paese senza riguardo agli interessi generali dell’umanità o, peggio, senza rispetto per il senso di umanità. È paradossale e irrazionale! È necessario, dice l’Autore, mettere in discussione i postulati su cui si fonda la nostra cultura giuridica internazionale: non basta la Corte Penale che interviene quando gli orrori sono già avvenuti, occorre prevenirli con un’educazione critica, morale e giuridica che sappia riconoscere le violenze e le ingiustizie, agendo di conseguenza.
Kant l’aveva già intuito
Storicamente è stato Kant con l’opera “Per la pace perpetua” (1795) a prospettare la pace come principio: non una pace utopica, un sogno ma un invito, molto concreto, ad operare nella realtà.
Negli articoli definitivi Kant propone una lettura “orizzontalistica e principialistica”: la pace non è il frutto di scelte strategiche (si vis pacem para bellum) ma il principio in nome del quale orientare e realizzare scelte politiche e istituzionali (si vis pacem, para pacem).
Il primo articolo recita: “La costituzione civile di ogni stato dev’essere repubblicana”. (7) Oggi diremmo democratico o costituzionale. Governo repubblicano è quello che garantisce la separazione del potere esecutivo dal legislativo e che realizza un sistema rappresentativo fondato sulla libertà e l’uguaglianza dei cittadini su cui si fonda il libero consenso. In sintesi: solo un ordinamento nel quale il popolo decida se fare o no una guerra, può farci sperare che le guerre non si faranno! Non a caso, come scriveva già Remarque “i soli ragionevoli sono i poveri, i semplici, che stimano la guerra una disgrazia, mentre i benestanti non si tengono dalla gioia, quantunque proprio essi dovrebbero rendersi conto delle conseguenze”. (8)
Domanda: è possibile prendere sul serio l’argomento di Kant? Se è vero come dice Todorov che “L’uso delle bombe e lo spirito liberale non vanno d’accordo” (9), allora bisogna chiedersi come si possa facilitare la formazione di governi democratici nei quali chi governa debba dar conto ai suoi cittadini delle decisioni. Le democrazie occidentali hanno sempre fatto ciò che potevano per favorire processi di costituzionalizzazione attraverso le loro politiche (anche economiche) internazionali? Hanno fatto (e stanno facendo) il possibile per sostenere chi nel proprio paese cerca di sottrarsi a logiche autoritarie e mette a repentaglio anche la sua vita?
Il secondo articolo dice: “il diritto delle genti deve essere fondato su un federalismo di liberi Stati”. (10) Se gli stati continuano a pensare a se stessi come soggetti il cui diritto è supremo, non potrà esistere che il diritto a fare la guerra. Kant mette al centro della sua argomentazione il concetto di limite, come nell’art. 11 della nostra Costituzione: la sovranità si esercita solo nei limiti fissati dalla Carta perché ogni potere e ogni diritto si esercitano solo dentro le regole che li creano e li legittimano. Avere un limite significa essere miti: solo dentro questo spazio limitato si cresce e prospera la fiducia.
Il terzo articolo afferma che “Il diritto cosmopolitico deve essere limitato alle condizioni dell’ospitalità universale”. Serve a realizzare la coscienza di una società civile mondiale: “significa il diritto di uno straniero di non essere trattato ostilmente quando arriva sul suolo di un altro…Non è un diritto ad essere ospitato che dà luogo a questa pretesa (…sarebbe richiesto un particolare contratto…) ma un diritto di visita che spetta a tutti gli uomini”. (11) Kant richiama la condotta inospitale degli stati civilizzati, soprattutto quelli commerciali, che si comportano da colonizzatori.
Chiediamoci: cosa fanno gli stati per far nascere e crescere quella coscienza di una società civile mondiale? Chi può andare oggi liberamente nel mondo e chi no? Gli stati forti, le multinazionali, la finanza non pretendono diritti di conquista? L’Europa, nata dalla solidarietà tra Stati, come custodisce e difende tale valore fondante?
Oggi siamo sempre più frastornati di fronte a comportamenti di leader e Stati che aumentano l’irrilevanza dell’ONU e fanno naufragare il sentimento di umanità. Se il sistema ONU è legittimo, perché è poco efficace? Se è vero che l’ONU ha bisogno di riforme ( vd. Il Consiglio di Sicurezza) è anche vero che alcuni stati che ne fanno parte spingono perché questo sistema naufraghi a favore della forza. Ma perché tutti gli altri Stati si adeguano? Queste le domande che Tommaso Greco si pone e noi con lui.
Democrazia e pace vanno a braccetto
Come affermava Bobbio la questione è centrale perché esiste circolarità tra il buon funzionamento del sistema internazionale e il consolidamento della democrazia all’interno dei singoli stati.
“Le due grandi dicotomie del pensiero politico, pace-guerra, democrazia-dispotismo, confluiscono l’una nell’altra e permettono di tracciare un quadro entro cui si possono designare a grandi linee le diverse eventuali prospettive della storia futura. Mentre il dispotismo può essere considerato come la continuazione della guerra all’interno dello stato, così la democrazia nel sistema internazionale può essere considerata come il modo di espandere e di rendere più sicura la pace al di fuori dei confini dei singoli stati” (12).
Se il contesto internazionale è problematico o incerto, è facile, per gli Stati, “regredire” dal punto di vista democratico, per esempio, promuovendo riforme ad personam, criticando la separazione dei poteri, attaccando la magistratura, mettendo in discussione la ricerca, l’indipendenza delle Università e dell’informazione…
Tutto ciò sta avvenendo anche in Europa: l’UE dovrebbe reagire con una contronarrazione pacifica (rispetto alle politiche di Putin e Trump) perché essa è nata da un progetto unitario a favore della pace, non dalla logica della forza prevaricante.
“L’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e distruggere” diceva Freud ad Einstein in “Perché la guerra?”: ecco perché è urgente e necessario “lavorare per la democrazia, con la democrazia, nella democrazia”. “Occorrono idee “perché le idee contano” come “contano le persone che hanno idee” (13): questo è il compito della politica! Alberto Moravia indicava la via, rendere la guerra un tabù: “E’ giunto il momento che gli uomini prendano coscienza di quanto i conflitti possano essere inutili e distruttivi e della necessità di bandire la guerra dalle attività del genere umano. È necessario, per la salvaguardia della vita, creare il tabù della guerra. (14)
Il pacifismo giuridico dovrebbe diffondere l’altra sua radice filosofica cioè la soluzione federalistica di cui è capostipite Johannes Althusius (autore di “Politica”, 1603): l’Unione Europea è nata da questa tradizione. Cattaneo, Bobbio, Spinelli e Rossi col Manifesto di Ventotene, Einaudi si ispirano a questa idea federale. È necessario quindi educare al diritto come spazio di relazioni solidali e cooperative, di comportamenti responsabili.
Il grande compito: fare il bene, perché il male ammala!
Questo è il grande compito di rispondere al male senza usare la violenza. Non fare la guerra non significa non lottare contro il tiranno. Non fare la guerra è difendere i valori democratici e costituzionali perché c’è un nesso strutturale tra democrazia e pace.
Gli strumenti di lotta al male possono essere molteplici: lotta preventiva che toglie appoggio ai dittatori (anche quando gli Stati hanno interessi per loro convenienti), lotta di appoggio alla resistenza contro i tiranni, senza ignorare le opposizioni e le loro forme non violente d’azione, lotte contro ogni segnale di comportamenti pericolosi per l’ordine internazionale e per il mancato rispetto verso l’autorità preposta a far rispettare le norme.
Volere la pace non significa accettare qualsiasi condizione ma lottare per la giustizia e l’equità, senza la quale non può esserci processo di riconciliazione e costruzione di legami sani e saldi tra gli stati. Allora l’unica via, come dice Natoli, è fare il bene, quanto più si può (15). Qualunque sia la causa di una guerra, bisogna chiedersi come prevenirla e superarla: sta a noi scegliere e decidere.
L’Autore termina il saggio con le parole di Popper, filosofo che si è opposto al totalitarismo e che, pur non essendo pacifista, dice: “Noi ora siamo responsabili per quello che avverrà in futuro… Ma per il futuro noi siamo già ora moralmente responsabili e dobbiamo agire al meglio senza occhiali ideologici. E il meglio in un senso davvero decisivo è quanto vi è di meno violento, ciò che riduce la sofferenza, la sofferenza inutile”. Perché “Il futuro è aperto e non è predeterminato”. “Noi tutti siamo corresponsabili per quello che sarà… È dovere di tutti noi, invece di stare a prevedere qualcosa di cattivo, impegnarci per quelle cose che possono migliorare il futuro”. (16)
Questa è la speranza: assumere comportamenti che hanno un “senso” per il bene di tutti e per il futuro delle nuove generazioni.
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NOTE
- Https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-10-2025-0058_IT.pdf. (nota p. XII dell’introduzione del testo)
- E.M.Remarque, “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, Mondadori 1983, pp.26-27 ( nota a p. XII dell’introduzione del testo)
- D. Sassoli, “La saggezza e l’audacia. Discorsi per l’Italia e per l’Europa”, Feltrinelli 2023, p. 26 e seguenti
- F.Bonsignori, “Diritto, valori, responsabilità”, Giappichelli Torino 1997, p. 20 (p. 8 del testo)
- A. Camus, “Appello per una tregua civile in Algeria”in Id., “Conferenze e discorsi.1937-1958”, Bompiani 2020, p. 261 ( p. 9-10 del testo)
- A.Nafisi,”La Repubblica dell’immaginazione, Adelphi Milano 2015, p.21 ( p. 20 del testo)
- E.Kant, “Per la pace perpetua”in Id., “Scritti di storia, politica e diritto “, Laterza 2002 (p.62 del testo)
- E.M. Remarque, “Niente di nuovo sul fronte occidentale”,cit. p.25 ( p.69 del testo)
- T.Todorov, “Il nuovo disordine mondiale. Le riflessioni di un cittadino europeo”, garzanti 2003, p.16 ( p. 67 del testo)
- E.Kant, “Per la pace perpetua”op. cit.p. 177 ( p. 70 del testo)
- Ibidem (p. 76-77 del testo)
- N.Bobbio, “Il terzo assente.Saggi e discorsi sulla pace e la guerra, Sonda 1989, p.9 ( p. 100 del testo)
- O.A.Hathaway, S.J.Shapiro, “Gli internazionalisti. Come il progetto di bandire la guerra ha cambiato il mondo”, Neri Pozza 2018, p.19 ( p. 102 del testo)
- Da: V.Santoro, “Contro la guerra e contro la bomba.Il Moravia de L’inverno nucleare”pubblicato sul sito dell’Enciclopedia Treccani ( p. 103 del testo)
- S.Natoli, “L’animo degli offesi e il contagio del male”, Il Saggiatore 2018, p.41 ( p. 123 del testo)
- K.Popper, “Tutta la vita è risolvere problemi. Scritti sulla conoscenza, la storia e la politica”, Bompiani 2001, p.503-505 ( p. 127 del testo)
