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Ero l'uomo della guerra. La mia vita da fabbricante di armi a sminatore

di Vito Alfieri Fontana, con Antonio Sanfrancesco Editori Laterza, 2023

Il libro-testimonianza di Vito Alfieri Fontana colpisce per la sua onestà umana e intellettuale, per la chiarezza introspettiva con cui descrive, senza mai vergogna né giustificazioni, la sua “prima vita” di progettista e produttore di mine antiuomo e anche il difficile cammino nella “seconda vita” di sminatore nei Balcani. Vito è un uomo che ha discusso molto con sé stesso e senza sconti: educato al confronto, al pensiero critico e al “dovere dell’intelligenza” dai gesuiti negli anni del liceo, si è mantenuto saldo a questa impostazione ricevuta a scuola per riuscire a mettere in discussione molte cose della sua vita e, nonostante le tempeste e il buio di certi momenti, rimanere aperto al cambiamento esigente della verità.

Ci sono tre date che racchiudono la sua parabola esistenziale: il 1977, quando, come ingegnere progettista, entra ufficialmente a lavorare nell’industria di suo padre, la Tecnovar. Il 1993, l’anno della svolta e del cambiamento di vita. Il 1999, quando inizia a lavorare per Intersos, un’organizzazione umanitaria che, su impulso delle Nazioni Unite, cerca esperti per bonificare territori del Kosovo dopo la guerra.

L’azienda di famiglia, che si occupava di impiantistica elettrica, nel 1960 entra nel business della produzione di mine vincendo una gara del Ministero italiano della Difesa. Nel giro di due decenni e negli anni Ottanta, durante la guerra tra Iran e Iraq, tre piccole aziende italiane, la Misar, la Valsella e la Tecnovar, permettono all’Italia di competere con l’America, la Russia e la Cina nella produzione delle mine antiuomo e anticarro. Valsella e Tecnovar si spartiscono quasi tutto il mercato (con un fatturato che sfiora i 100 miliardi di lire l’anno) e la Misar vende il know-how concedendo licenze ad altri paesi per la produzione di mine. Tra i clienti più affidabili per l’Italia c’è l’Egitto, con la sua grandissima fabbrica di armi, la Heliopolis Company for Chemical Industries, visitata più volte dall’ingegner Fontana.

“Io non pensavo affatto alle conseguenze che quegli aggeggi di morte avrebbero avuto sulle persone innocenti. Anzi mi sentivo una spanna sopra gli altri perché il male genera sempre una strana euforia e finisci per sentirti addirittura superiore perché puoi decidere del destino di una persona. (…) Dopo aver progettato una mina, per capire se è efficace e funzionante non viene testata su un manichino, che riproduce un essere umano ma su una lastra d’acciaio di 50 per 50 centimetri con uno spessore di 5 millimetri. La mina viene messa sulla lastra e fatta esplodere: se perfora la lastra, significa che ha superato il test e il “prodotto” funziona. È tutto spersonalizzato, asettico, disumano. Quando la mina non perforava l’acciaio mi disperavo… Se oggi ci rifletto, mi viene il voltastomaco. Perché non vedevo, o non volevo vedere, che la lastra del test non era una lastra ma una persona: un padre di famiglia, un bambino che avrebbe giocato a pallone su quel terreno, una donna incinta”. (pp. 35-36)

Fontana ricorda le mostre dedicate alle armi: lo scopo è coprire con la tecnologia l’indignazione per strumenti che uccidono: “Chi non ha visto con i propri occhi questa eccitazione nel fare il male, l’ebbrezza nel dire “io ho progettato un’arma che ammazza più gente della tua”, non può capire. È una sensazione che a distanza di tanti anni e di un’altra vita che ho vissuto non riesco ancora a togliermi di dosso perché è ripugnante questo fare a gara a chi progetta l’arma migliore per uccidere più persone possibili. Quegli incontri provocavano anche a me un’allucinazione, un’euforia bizzarra e perversa”. (p. 45)

Fontana faceva parte di quella ristretta élite mondiale, un centinaio di persone in tutto, che progettava e usava i progressi della tecnologia per costruire strumenti di morte. Gino Strada immagina, in “Pappagalli verdi”, l’ingegnere creativo ed efficiente di una fabbrica di armi: “Non sono fantasmi, purtroppo, sono esseri umani: hanno una faccia come la nostra, una famiglia come l’abbiamo noi, dei figli. E probabilmente li accompagnano a scuola la mattina… Poi se ne vanno in ufficio, a riprendere diligentemente il proprio lavoro, per esseri sicuri che le mine funzionino a dovere”. Una doppia vita che Vito ha vissuto per molti anni…

C’è un evento che fa da contrappunto nel 1980: la "Convenzione su certe armi convenzionali", definita il 10 ottobre a Ginevra, con la quale le Nazioni Unite stabiliscono una serie di restrizioni ad alcuni tipi di armi, tra cui le mine. Entra in vigore nel 1983: i suoi principi saranno il punto di partenza, nel 1991, della Campagna per bandire l’uso, la produzione e il commercio delle mine antiuomo.

Agli inizi degli anni Novanta oltre 100 milioni di mine sono attive in 60 paesi del mondo: in America la fondazione dei veterani che hanno combattuto in Vietnam è tra le sei organizzazioni che a New York, nell’ottobre 1992, dà inizio alla Campagna internazionale contro le mine, formalizzata a Londra nel maggio 1993, con il sostegno della Croce Rossa Internazionale e dell’Unicef. Si chiede una revisione della Convenzione ONU del 1980, in Italia c’è grande fermento da parte di molte ONG e associazioni.

Per Fontana la “pietra d’inciampo” è suo figlio Ludovico di otto anni. In auto guarda un catalogo della Tecnovar e inizia a fare domande al padre: cosa sono le mine, a cosa servono, a quali paesi sono vendute. Vito non vuole raccontare bugie: dopo il primo momento di imbarazzo risponde. “Allora tu produci armi?” chiede Ludovico e alla scusa evasiva che qualcuno deve pur farlo, il bambino chiede: “Si, ma perché devi farlo proprio tu?” … “Allora tu sei un assassino, papà”.

Fontana scrive: “Da quel momento, dare una risposta a mio figlio è stato il vero e unico problema della mia vita”. (p. 61)

In Italia la Campagna prende il via dopo il Costanzo show, quando Gino Strada descrive al grande pubblico cos’è una mina antiuomo e quali mutilazioni provoca, soprattutto ai bambini. Dopo poco riceve una telefonata dal fondatore di Emergency che con voce cortese gli dice: “Ingegnere, ma vi rendete conto di quello che state combinando con le mine? …fate qualcosa, non c’è tempo da perdere”. La sua cordialità lo spiazza, il suo pragmatismo lo invita a fare qualcosa di concreto per fermare questa produzione. Strada diceva: “Io non sono pacifista, sono contro la guerra”, “La guerra piace solo a chi non la conosce”.

Un altro incontro apre una breccia nel cuore di Vito: quello con Nicoletta Dentico dell’ONG Mani Tese, che coordina in Italia la Campagna per la messa al bando delle mine.

Comincia a farsi strada l’idea di uscire dalla produzione di armi, ora tocca a lui scegliere.

Ci sono un’indifferenza e una disattenzione che sono molto più tenebrose di ogni cecità e più buie di ogni oscurità… dove non c’è più risposta regna la tenebra… Ho sempre pensato che il verbo “rispondere” ha un’affinità con la parola “responsabilità”“. (pp. 70-71)

Una sera, partecipando a un incontro organizzato da don Tonio Dell’Olio, uno degli amici e collaboratori del vescovo don Tonino Bello, presidente di Pax Christi, in un’atmosfera tesa Fontana cerca di rispondere alle domande degli attivisti con la sua solita verve. Poi un ragazzo si alza e chiede semplicemente: “ma lei cosa sogna la notte? Che scoppi un’altra guerra per produrre tante mine e guadagnare un sacco di soldi? …ma che razza di vita è la sua?”.

Come con Ludovico in macchina, anche quel ragazzo mette la coscienza di Vito di fronte a un bivio: l’ingegnere si sente “chiamato” a cambiare vita.

Nel 1993 il Senato della Repubblica vota una mozione contro le mine antiuomo e si impegna a ratificare il protocollo della Convenzione ONU del 1980 per non vendere mine all’estero, bloccarne la produzione e sminare i terreni infestati dagli ordigni.

Fontana decide: la Tecnovar deve smettere la produzione di mine, la fabbrica va riconvertita.

Dopo questa scelta le cose precipitano: il padre si allontana sempre più da Vito, l’azienda pian piano si spegne, i progetti di riconversione falliscono.

“La mattina dopo” per Fontana è iniziata nel 1993, è durata anni, con la certezza di aver fatto la scelta giusta ma con il peso del cambiamento che ricade sulla sua famiglia (la moglie Augusta, i figli Ludovico e Pia suoi sostenitori) e sugli operai dell’azienda. Per lui è talmente dura che fa capolino anche l’ipotesi del suicidio… l’assillo è poter fare qualcosa per riparare il male compiuto.

È Nicoletta Dentico che gli offre una possibilità. A Oslo, nel settembre 1997, si svolge la Conferenza alla quale partecipano 88 stati e 32 come osservatori per discutere e approvare definitivamente il testo del bando globale delle mine: “Ingegnere, ci serve un esperto al tavolo di Oslo per evitare trappole nella stesura del bando”.

Fontana conosce un mondo diverso ma incontra anche diffidenza, sospetto, pregiudizio nei suoi confronti: “Io ero nato cattivo, avevo messo la mia intelligenza e professionalità al servizio del male... per lunghi anni e a cuor leggero… anestetizzando la coscienza o rifugiandomi in automistificazioni risibili… Ma non diventiamo buoni, e quindi uomini, senza averlo deciso. La bontà e l’umanità sono sempre il frutto di un percorso, di un viaggio, di un’avventura che io avevo deciso di compiere ma di cui non potevo pretendere che altri conoscessero il travaglio, la fatica, l’intima sofferenza e il tormento”. (p. 106)

Il 17 settembre 1997 la Conferenza approva il testo del Trattato. Il Parlamento italiano, con la legge 374 del 22 ottobre rinuncia definitivamente all’uso, produzione e commercio delle mine antiuomo. Il giornalista dell’”Unità” Ferdinando Camon così commenta: “È una vittoria dell’umanità… Il paradosso è che noi, paese che da mezzo secolo applica la cultura della pace, da mezzo secolo eravamo uno dei massimi produttori di questo prodotto inventato dalla cultura della crudeltà… per spirito degli affari… Chi è in guerra con un popolo e produce mine antiuomo per usarle contro quel popolo, ha un nemico, è un nemico; ma chi produce mine per venderle a tutti, è nemico di tutti, ha tutti come nemici. La decisione di mettere al bando quest’attività… mette fine alla nostra inimicizia con tutti… Non cambia il concetto di guerra ma di civiltà”. (p. 120)

Con la legge 58 del 2001 l’Italia istituisce il Fondo per lo sminamento umanitario (mine antiuomo e a grappolo). In vent’anni (2002-2022) l’Italia ha stanziato 80 milioni di euro per diverse attività realizzate dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo del ministero degli Esteri.

Dopo l’esperienza di Oslo, Fontana conosce la cooperazione internazionale, un mondo organizzato per fare qualcosa di buono.

Il 15 settembre 1999 l’ingegner Fontana parte per il Kosovo, come tecnico esperto e sminatore, con l’organizzazione umanitaria Intersos: inizia la sua seconda vita. Per 18 anni lavora nei Balcani.

“Sminare un terreno è un’opera di resurrezione. Significa voltare pagina, lasciarsi alle spalle l’orrore e i torti del passato, restituire una vita normale a chi è stata strappata. Non accade per magia ma con il lavoro quotidiano… con il suo carico di fatica, obiettivi…” (p. 188) “Solo quando mi sono ritrovato per la prima volta in un campo minato, mi sono reso conto cosa veramente significhi che a ogni passo ti può esplodere una mina sotto i piedi. Vedi un bosco bellissimo, una fabbrica, la casa di una persona ma sotto è pieno di mine. E allora capisci quello che hai fatto. È difficile dirlo con altre parole: ti senti solo un pezzo di merda”. (p. 207)

“Nelle mie due vite ho capito che per fare la guerra basta un’arma, per fare la pace ci vuole coraggio. Per fare in modo che una guerra duri ci vuole odio autentico e il mondo è così piccolo che tutte le guerre sono guerre civili. E in una guerra civile devi odiare il tuo prossimo. E odiare il prossimo è il più banale e potente dei mali”.

Vito ha tolto migliaia di mine nei Balcani, dal Kosovo alla Serbia fino alla Bosnia. Ha progettato, costruito e venduto due milioni e mezzo di mine antiuomo. “Dal punto di vista numerico, il bilancio è impari. Da quello della mia coscienza pure, perché il male compiuto resta. Per sempre”. (p. 2)

Questo è un libro importante, profondo, impegnativo.
Ci insegna che ci possiamo dimenticare della nostra coscienza ma, se siamo stati educati al pensiero critico e alla riflessione personale, la verità dei fatti, lo sguardo onesto su noi stessi e la realtà aprono brecce di cambiamento. Nel suo ultimo libro Vito Mancuso afferma: “Il pensiero, per essere umano, non è la semplice opinione… Pensare è dirigere… è la struttura in base a cui un essere umano si muove nel mondo e compie o non compie delle azioni: sceglie chi incontrare o no… di cosa nutrire la sua psiche, se nutrire anche il suo spirito oppure dichiararlo inesistente… come parlare, a quali esperienze dare il primato, da quali invece tenersi il più possibile alla larga, chi considerare amico, chi nemico, chi neppure esistente” (“Non ti manchi mai la gioia”, Garzanti, p. 25). La scuola ha il “dovere dell’intelligenza”, prima che dei programmi: si dovrebbe allenare il pensiero come principio direttivo della vita.

Fontana ci insegna che, se non temiamo il dialogo e il confronto, alcune persone (come per lui suo figlio Ludovico, Gino Strada, don Tonino Bello e tanti altri…) possono essere le nostre “pietre d’inciampo”: le loro vite, le loro domande, il loro chiederci conto possono diventare un bruciante appello alla nostra responsabilità. Ognuno deve dare la sua risposta perché pensare è agire e scegliere, non roba da salotto o da intrattenimento televisivo.

Questa storia ci insegna che è possibile un movimento d’opinione che può cambiare le cose: come la tenacia di Raphael Lemkin e il suo lavoro con i capi di stato e gli attivisti ha permesso l’approvazione della Convenzione contro i genocidi, così Jody Williams (poi Nobel per la pace nel 1997), come disse di lei Vittorio Zucconi, “ha creato dal nulla e dalla cucina di casa, la Campagna per le mine antiuomo”, sfruttando le potenzialità di Internet che era ancora agli albori. “La pasionaria del computer non è più sola: dalla sua tastiera e dal suo modem sono scaturite 240 organizzazioni in tutto il mondo, con decine di migliaia di aderenti.” (pp. 108-109). La rete, i social, i potenti mezzi di informazione e comunicazione che ogni giorno utilizziamo, anch’essi chiedono una scelta, un principio direttivo: vogliamo diffondere veleno, menzogne, pregiudizi o condividere la possibilità di contrastare l’assuefazione alla violenza, esercitare il diritto-dovere di cittadini del mondo di chiedere conto a chi ha il potere, ogni potere, di ciò che fa? Insieme si può imparare a non abituarci alla guerra, a non rimanere impotenti e rassegnati di fronte all’odio endemico della nostra opulenta e stolida società, a non diventare sudditi, vuoti di pensieri, volontà, sogni di giustizia e pace.

Infine, questo libro è un atto molto coraggioso di Memoria. La scelta del Bene non può mai nascondere il male compiuto, la consapevolezza che il conto è sempre impari, sia come individui che come popolo. Non si può fare Memoria creando il mito della “brava gente” perché nessuno di noi lo è a tutto tondo, nessuno stato e popolo possono arrogarsi il diritto di sentirsi sempre dalla parte giusta. Però la Memoria può essere alimentata con il coraggio della verità dei fatti, sempre scomoda, imbarazzante ma liberante per chi ha capito che non esiste la perfezione del Bene, solo l’urgenza di cercarlo, sceglierlo, volerlo nelle sue forme tanto quotidiane quanto di faticoso ma anche gioioso lavoro con gli altri, che ci restituisce la nostra dignità personale e umana.

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