L’autrice Rosella Prezzo, filosofa, saggista e traduttrice, ricorda che, nel 1945, Gertrude Stein aveva pubblicato un testo (“Guerre che ho visto”) per indicare la guerra di chi, non coinvolto in prima persona, ne era stato toccato. La mia generazione, come quella di Rosella Prezzo, appartiene invece a quella nata nel secondo dopoguerra che ha goduto di un lungo periodo di pace durato 80 anni. Ma anche le nostre esistenze hanno “visto” molte guerre, alcune lontane geograficamente, altre molto vicine a noi come la guerra nei Balcani degli anni Novanta.
L’autrice vuole mettere a fuoco “questa comune esperienza da spettatrice…un’esperienza di immagini di guerra”. Anch’io, come lei, ricordo il primo conflitto in diretta globale: la prima guerra del Golfo (gennaio 1991) , seguita in alcuni momenti anche a scuola con i miei studenti delle superiori, davanti allo schermo della TV che mandava in onda l’operazione Desert Storm: tracciati verdastri su uno sfondo buio che documentava gli obiettivi distrutti dalle “bombe intelligenti”.
“In questo modo, da osservatrice dello spazio globale video-sorvegliato, ho “visto” la guerra. Ma il vedere con un occhio potenziato oltre misura…si ribaltava in una quasi cecità” (p.16).
Così ci siamo abituati ad una tele-ricostruzione anche con la seconda guerra del Golfo seguita all’11 settembre e con il giornalismo embedded all’interno delle forze armate che ci hanno dato notizie legate al solo quadro militare, spesso ripulito da corpi che sanguinano e muoiono atrocemente.
Poi sono ricomparsi i corpi, non dei combattenti ma dei profughi, in larga parte donne, bambini e vecchi, a cominciare dal confine tra Albania e Kosovo nella serie di guerre della ex-Jugoslavia.
Oggi questi corpi “clandestini” ricompaiono nei profughi che tentano di entrare nei confini europei. Ma dal febbraio 2022 in Ucraina e dall’inizio del conflitto nella Striscia di Gaza l’anno successivo “ciò che torna a riaffacciarsi è il silenzio della lingua. Che cos’è infatti quello che stiamo vedendo? Come chiamarlo? Come dire ciò che (ci) sta accadendo? Perché non sembra bastare più la parola “guerra” …cui contrapporre semplicemente la parola “pace” …(perché) nella seconda, il nostro ordinamento civico (e democratico) si contamina oltre misura con la logica bellica” (p. 17).
Il saggio di Rosella Prezzo si suddivide in tre parti: nella prima la filosofa fa un’analisi (utilizzando anche miti, testi narrativi, cinema) della guerra come affare di “veri “uomini. Nell’antica Grecia il corpo del guerriero è eroicamente sacrificato ed esaltato nella sua lotta in battaglia (in contrapposizione al corpo femminile che conosce solo la lotta del parto). Da guerriero, con la Rivoluzione francese, la figura del cittadino in armi (repubblicano e patriota) si fonda con quella del soldato: “la Repubblica, più che democratizzare la politica ha democratizzato la guerra” (p. 25).
La partizione tra sfera civile e sfera militare regge fino alla Prima Guerra mondiale: alle donne, in alcuni Paesi, viene riconosciuto il diritto di voto per l’impegno profuso non in trincea ma nel fronte interno. Tuttavia, come affermava Hannah Arendt, il voto non basta perché la privazione della cittadinanza “si manifesta soprattutto nella mancanza di un posto nel mondo che dia alle opinioni un peso e alle azioni un effetto” (p. 27): il nuovo soggetto politico, le donne, non può essere incluso nel sistema senza metterlo in discussione, concependo la democrazia come luogo per esprimere relazioni nuove.
La guerra cambia ancora il panorama: le vittime civili, rispetto ai soldati, passano dal 5% della Grande Guerra al 50% della Seconda Guerra Mondiale fino all’80-90% dei conflitti odierni, “tanto che sarebbe più opportuno sostituire al milite ignoto …il “civile ignoto” .Oggi combattono i professionisti e si sono aggiunti aggettivi nuovi per definire la guerra: “giusta”, “preventiva”, “difensiva”, “chirurgica”, “di bassa intensità”, “al terrore” fino ai paradossali “umanitaria” e “per la liberazione delle donne” come si disse a Kabul.
Nelle guerre contro l’Iraq e al terrorismo islamista il fronte è diventato globale e la “tecnica” permette di condurre una guerra da remoto: nell’infosfera gli hacker sono implicitamente arruolati come i nuovi guerrieri civili, capaci di rendere sordo e cieco il nemico.
L’alta tecnologia implica il minor impegno della variabile umana: il corpo del soldato è lontano dal campo di battaglia e dalla morte. La guerra informatizzata è priva di immagini, è “guerra pulita”, “chirurgica”. “Al di là della guerra, ineliminabile componente della storia e della condizione umana, ecco un nuovo prodotto all’altezza della nostra civiltà che superava e sconfiggeva la vecchia macelleria bellica” (p. 31). Il “lavoro sporco” lo fanno i mercenari di varie nazionalità, quotati in Borsa.
Il corpo del soldato combattente è fuori scena: è un cyber-warrior dotato di camera digitale, telescopio ottico, lancia-mine agganciato al braccio, ha un corpo monitorato fisicamente ed è controllato con tecniche di rilevamento satellitare planetario. Lancia armi che trovano l’obiettivo da sole, può ignorare il resto e non è coinvolto emotivamente: è la guerra “postuma”. Le armi di ultima generazione non necessitano di alcun coinvolgimento diretto: il “ragionamento sintetico” dell’AI (Intelligenza Artificiale) “agisce, ma non sceglie” (p. 43). Droni e robot killer non hanno i tempi dilatati in cui si possono insinuare dubbi e valutazioni su ciò che è lecito o meno, in una parola su ciò che è “umano”: la responsabilità è spersonalizzata.
Se poi i soldati, nonostante ciò, vanno in crisi, sistemi di simulazione addestrano il combattente e altri videogame, uniti a psicofarmaci di nuova generazione, lo guariscono da “disturbi da stress post traumatico”, recuperando così il senso della realtà.
Il corpo riprende la scena dal 2004: i soldati impegnati in Iraq o in Afghanistan mostrano corpi, vivi o morti, dei nemici accompagnati da immagini e commenti spesso osceni. Famosa la “documentazione” su Abu Ghraib. Si chiede l’autrice: “è a questa “guerra transumana” combattuta da “surrogati umani e tecnologici” che si vuole delegare la scelta tra la vita e la morte, la distruzione e la salvaguardia, nell’illusione propagandistica e parossistica di “risparmiare vite umane”? (p. 45).
La seconda parte del saggio affronta in modo rilevante e approfondito il tema della violenza e della guerra nella cultura e nella politica anche attraverso alcune parole-chiave che, dall’inizio del Novecento, caratterizzano la descrizione dei conflitti. Il reduce dalle trincee della Grande Guerra, che ha visto scatenarsi la furia industriale di un conflitto mai visto prima, è incapace di narrarlo per il suo mutismo; il Milite Ignoto rappresenta “la maschera impersonale della produzione seriale di morte” (p. 49); il sacrificio è sacralizzato e l’essere - per -la-morte diventa il modello di un Uomo nuovo dei regimi totalitari. Unica “fraternità” è il cameratismo: Carl Schmitt fonda nella distinzione amico-nemico la base della politica con la conseguente giustificazione della “guerra totale” e di sterminio perché “il nemico è semplicemente l’altro, lo straniero” (p. 50) e diventa il Male assoluto.
“La guerra non è “la continuazione della politica con altri mezzi “ (secondo l’abusata formula di Clausewitz) bensì la sua totale negazione , il suo fallimento: la guerra non prosegue ma sostituisce gli scopi della politica, le priorità , le leggi della convivenza e la ricomposizione dei conflitti…l’inganno della forza…sta, per Simone Weil, precisamente nell’illusione dell’onnipotenza che essa conferisce a chi ne dispone, sentendosi con ciò legittimato a qualsiasi azione…In realtà è la forza stessa a disporre dell’uomo come un suo burattino” (p. 51). La Seconda Guerra Mondiale termina con l’immagine dell’olocausto nucleare.
La distruzione totale è la strategia anche degli Alleati che hanno raso al suolo città come Berlino.
La memoria collettiva del conflitto è poi quella del Lager: come disse Primo Levi i sopravvissuti non possono dimenticare ma non possono neppure testimoniare perché i “salvati” non sono i “testimoni integrali”. C’è un abisso tra il linguaggio disponibile e l’esperienza: i reduci dal fronte soffrono di afasia, i sopravvissuti non possono parlare.
E poi i profughi che, a milioni dopo i due conflitti mondiali ma anche oggi in fuga da Paesi in guerra, sono sempre “di troppo”, non al posto giusto, vissuti come sovvertitori dell’ordine. Sono i displaced persons: da “immigrati illegali” diventano “legalmente deportati” in carceri extra- territoriali “nella condizione di totale sradicamento qual è l’essere-al-mondo senza mondo che la fortezza Europa costruisce ai suoi confini e ne paga gli Stati secondini” (p. 62).
La guerra in Jugoslavia (1991-2001), così vicina ai nostri confini e al nostro mondo, non l’abbiamo compresa, convinti che quel conflitto fosse “un coacervo di guerra secessionista, civile, etno-nazionalista”, un affare di quell’altra Europa, quella della “brutalità balcanica”. Eppure, quel conflitto anticipava quello che oggi vediamo in Ucraina e in Medioriente: artisti come Marina Abramović in Balkan Baroque, Maria Zambrano in La tomba di Antigone o il regista Anghelopulos in Lo sguardo di Ulisse l’avevano colto. Dice l’Antigone di Zambrano: “il sangue, così, porta sangue, perché ha sete, il sangue morto ha sete, e poi arrivano le condanne, più morti, sempre di più. Una sfilata senza fine. E io ho versato acqua, tutta quella che ho potuto per colmare la sua sete”. Sintetizza così Rosella Prezzo: “Il punto di vera giustizia sta piuttosto nello spezzare la catena delle colpe e delle risposte simmetriche e incrementate, senza che ciò elimini l’individuazione delle responsabilità con le sue conseguenze adeguate” (p. 63). Serve uno sguardo diverso.
Non è l’etnia a portare alla violenza ma la sua manipolazione e strumentalizzazione. Riprendendo il pensiero di Simone Weil in “Non ricominciamo la guerra di Troia”, Rosella Prezzo ricorda come nella ex-Jugoslavia (ma ancora oggi in Ucraina e soprattutto in Medioriente) quando il contendere svanisce in una mitica origine che si perde nella notte dei tempi, qualsiasi negoziazione per superare il conflitto è impossibile: “come è possibile, infatti, trattare con un fantasma? “. Il mito dell’origine pura, che Renè Girard chiama “conflitto mimetico”, si allarga e contagia la “reciprocità vendicativa: l’altro” deve essere sradicato perché ha occupato un posto che non gli spetta, che impedisce di appartenersi, “desideri allucinati di onnipotenza vagano senza fine nella loro non negoziabilità, caricandosi delle valenze più arcaiche e cieche” (p. 67).
Questo mito è di per sé dis-umano: ciascuno di noi nasce da un corpo altro, quello di donna, quello di un’originaria convivenza: proprio per questo lo stupro non è solo l’effetto collaterale di ogni conflitto ma una sorta di “conquista dell’origine nemica”, “la soluzione di potersi auto fondare una volta per tutte e da lì ergersi in potenza “(p. 68). L’occupazione progressiva e inarrestabile del territorio è generata dall’eccessiva prossimità dell’altro, un altro con cui non si può negoziare, condividere, spartire nulla: si può solo espellere!
Questo tipo di guerra è stato sperimentato proprio in Europa, con l’intervento in Kosovo (marzo-giugno 1999) degli Stati europei chiamato guerra umanitaria. La vera innovazione è stata la riabilitazione della guerra, rompendo il tabù sancito dalla Corte di Helsinki del 1975 che prospettava, dopo il secondo conflitto mondiale, “un’Europa di dialogo e di pace”. Nel diritto internazionale “umanitario” è ciò che salvaguarda i diritti umani e traduce una vocazione al bene e all’universale: non certo il “fare la guerra”!
Quel nuovo corso ha inaugurato quanto oggi vediamo in Ucraina: la manipolazione ideologica etnico-identitaria di Putin che richiama la necessità di difendere la popolazione russofona. La sua aggressione ha fatto cadere anche il tabù del nucleare con la prospettiva di poter usare “armi nucleari tattiche”.
L’aiuto e la solidarietà all’Ucraina quale Paese aggredito ha generato la risposta immediata dell’intervento armato: davvero, in un contesto internazionale, di uno o più Stati e Istituzioni non è possibile agire con apparati di consultazione, diplomazia, visione geopolitica che possa evitare lo scatenarsi di una guerra?
Gli stessi interventi umanitari poi, garantiti dal diritto internazionale a favore degli inermi in zone di guerra, sembrano non poter trovare corso in conflitti come quello in Medioriente, nella Striscia di Gaza dove è saltato ogni principio di proporzionalità e dove l’intera popolazione palestinese subisce una guerra vendicativa e punitiva. Alle bombe e all’occupazione di terra si alternano “il lasciar morire di fame, di sete e di malattia…la popolazione colpita non può fuggire per trovare scampo o riparo nemmeno in quelle zone definite “umanitarie” proprio dal governo israeliano…le stesse organizzazioni internazionali umanitarie sono dichiarate nemiche di guerra” (p. 73).
Nella terza parte l’autrice affronta allora il problema centrale: se quando parliamo di guerra abbiamo a disposizione racconti, strategie, teorie, di cosa parliamo quando parliamo di pace? È come se ci fosse un vuoto teorico e di visione. Tutti gli stati hanno un Ministero della Difesa o della Guerra, nessuno è stato sfiorato dall’idea di un Ministero della Pace come se non fosse un ideale politico. E se fosse invece, come diceva Simone Weil, un’istituzione da inventare?
Per questo “pensare e dire la pace significa, anzitutto, pensare l’impensato della pace” (p. 76) cioè approfondire cos’è la pace al di là della sua semplice definizione negativa come assenza di guerra (confusa con la “sicurezza”) o con il desiderio incantato della “pace nel mondo”.
È per questo che l’autrice dà voce a scrittrici e pensatrici che nel Novecento intrecciano “realismo politico e creatività poetica e simbolica e una diversa spiritualità”: Simone Weil, Virginia Wolf, Maria Zambrano.
Emergono allora nuove parole e nuovi sguardi e aperture. I “doveri" di Simone Weil di nutrire, in uno stato democratico, i bisogni dell’anima, più difficili da definire rispetto a quelli di una prosperità generale: “ordine e responsabilità, libertà e ubbidienza, uguaglianza e gerarchia, libertà di opinione e verità, sicurezza e rischio…” ( p. 79-80). Perché la pace europea deve curare le molte malattie da cui è affetta come “la concezione insufficiente della democrazia, l’agitazione continua, il bisogno costante di distrazioni, il male periodico della guerra totale, l’assuefazione crescente a una crudeltà insieme di massa e raffinata, la manipolazione più brutale della materia umana”. (p. 82-83).
Virgina Woolf in “Pensieri di pace durante un’incursione aerea “, sapendo bene che un giovane pilota inglese la sta difendendo combattendo una guerra, si chiede cosa può fare lei come donna. La sua risposta è: “combattere con la mente”, fabbricando idee nuove rispetto alle idee che generano schiavi (perché gli Hitler sono generati da schiavi!) E cioè “pensare contro la corrente, non a favore”, indicando quella lotta di liberazione interiore che smaschera “l’hitlerismo inconscio” che fa desiderare anche a noi il dominio totale e illimitato, la sopraffazione e il possesso.
Bisogna disarmare la mente (espressione usata anche da papa Francesco!) che per Wolf significa sbriciolare quell’immaginario patriarcale di linguaggi e fantasie legate all’”amore delle medaglie e delle decorazioni, i palloni gonfiati della propaganda” (p. 86), alla superbia del forte sul debole, all’imbarbarimento della civiltà perché “si è sempre barbari con i più deboli”.
Infine, Maria Zambrano che si appella alla necessaria lucidità che l’Europa dovrebbe avere nel cogliere che la sua storia è anche storia di violenza distruttiva, forza illimitata che ha portato il Vecchio Continente all’agonia del suo miglior esito: la democrazia. “Perché l’Europa stessa non ha violenza: lo è” (p. 88). È necessario quindi “riconcepire la democrazia “attraverso un modello d’arte che è quello della musica, di una sinfonia che permetta di “riaccordare” la democrazia, di avere una “partitura” di parti e voci diverse, di un andamento di “tempo e ritmo” di cui il “cuore” è primaria espressione. Una democrazia ri- immaginata, con nuova “grammatica” della pace, “inquieta” perché sempre in movimento, necessitante di “accordi continui”, amante della “vivacità e del gioco” che impediscono il conformismo o la complicità per un ordine solo conveniente per sé stessi.
La pace allora è vita, “un modo di vivere, abitare il pianeta, di essere umano”, superando il modello sacrificale della storia fatta di idoli e vittime per entrare in un processo di “umanizzazione della storia” (p. 92) in cui il pensare insieme fa da “guida”.
Il saggio di Prezzo allarga il pensiero e il cuore. È una lettura stimolante, impegnativa, provocatoria.
Per i nostri studenti e giovani, alla luce di questa visione della pace che invita a rivedere i nostri schemi culturali e mentali, l’autrice offre l’ultima sezione del libro con pagine antologiche pregevoli di autrici e autori quali Tolstoj, Pavese, Anscombe, Darwish …: ascoltarli e riflettere insieme ai nostri studenti può essere un’occasione preziosa anche per scoprire che i giovani non sono assuefatti o indifferenti. Semplicemente non diamo loro sufficienti occasioni di fermarsi a riflettere, di essere ascoltati.
