Nico Piro è giornalista dal 1989 e lavora dal 2003 per il TG3 come inviato speciale perché (come afferma) chiamarci “giornalisti che raccontano solo brutte notizie suonerebbe male”. Conosce per esperienza diretta molte zone di guerra e aree di crisi e vive il suo lavoro come tentativo di dar voce a chi non ha voce. È papà di due figli preadolescenti, Alex e Caterina: a loro e a tutte le ragazze e i ragazzi dai 6 ai 12 anni è dedicato il libro.
Un libro per ragazzi… ma soprattutto per i grandi che hanno voglia di ascoltarli
Nell’epoca dell’infodemia nessuno può mettersi al riparo dal flusso ininterrotto di informazioni che ci investono ogni minuto attraverso la televisione, lo schermo dello smartphone, la radio, i cartelloni pubblicitari…tantomeno i bambini e i ragazzi. Anni di Covid e due (tra i molti) conflitti in corso, come quello in Ucraina e a Gaza, hanno destabilizzato il nostro mondo e aumentato a dismisura le nostre preoccupazioni. “Ho deciso di scrivere questo libro sulla guerra proprio perché è impossibile tenere i bambini al riparo dalle brutte notizie: bisogna affrontarle” (p. 7), parlando di ogni argomento nel modo giusto e con linguaggio chiaro e comprensibile perché sia possibile per loro capire, selezionare le informazioni e distinguere il vero dal falso.
Come giornalista sul campo Piro ha anche un altro obiettivo: avviare un percorso “per smitizzare la guerra, per raccontarla com’è davvero: distruzione, morte, dolore. Insomma per toglierle quell’alone di romanticismo, eroismo ed epica che ci viene spacciata sin da bambini” (p. 8). Quindi vogliamo esporre ancor più i bambini alla paura e al panico? Tutt’altro! Per un papà che come lui ha portato la guerra “dentro” casa, è stato necessario affrontare le domande dei suoi figli, “talmente semplici che impediscono a noi grandi di nasconderci dietro a ipocrisie, bugie e giochi di parole come facciamo spesso negando le assurdità del nostro mondo”. Un libro- strumento per i grandi (insegnanti, educatori, genitori, nonni…) che - non aspettatevi! - dia risposte preconfezionate ma piuttosto, a partire proprio dal potere delle domande sincere dei ragazzi, ci metta davanti a “interrogativi difficilissimi sul senso della vita e sulle scelte di noi grandi…Quando si parla di guerra è molto più importante farsi domande, ragionare, esercitare il dubbio piuttosto che avere certezze” (p. 9).
E sarebbe questo l’aiuto? Certo! Un giornalista,
che da anni racconta la guerra dal punto di vista delle vittime civili, e i nostri ragazzi, che vanno al nocciolo del “perché la guerra?”, saranno i maestri che ci apriranno prospettive nuove. Perché la cultura della pace, “unica salvezza del mondo”, è ancora da immaginare, costruire, agire.
La guerra dei grandi non è un gioco: armi “intelligenti” o stupida crudeltà umana?
La guerra non è un gioco come quello con cui i bambini si divertono schierando due file di soldatini di colore diverso, giocando con un videogame (Call of Duty, Fortnite) o guardando film come “Guerre stellari” in cui chi muore è un mostro brutto e cattivo: che sollievo!
Nella guerra dei grandi si usano proiettili (sapete come sono fatti? Quanto corrono veloci?), mine, droni, missili… e non ci sono solo due eserciti che si fronteggiano. Nella narrazione “eroica” della guerra mancano i civili. Perché? “Perché la guerra viene raccontata con tante bugie. La prima di queste è che a combatterla (e a morirci) siano solo dei soldati armati: buoni contro cattivi. È un modo per trasformare la guerra in gioco… Ma nella realtà la guerra non è fatta di buoni e cattivi, è fatta di persone” (p. 45). Il giornalista che la guarda da vicino sa che non è come l’immaginava da bambino: niente di divertente o avventuroso, “Solo paura e sofferenza”. E se qualcuno chiedesse a Piro qual è il soldato perfetto… risponderebbe: la mina! “Non mangia, non dorme, non si stanca, non vuole tornare a casa in licenza (che è la parola con cui i soldati chiamano le vacanze), non va in pensione. La mina lavora per tutta la vita” (p. 30). Dopo aver spiegato per bene cos’è, che aspetto ha, come si nasconde sottoterra, Piro spiega gli effetti dell’esplosione: quando qualcuno la schiaccia, se non muore, rimane senza braccia o gambe. Tante vittime sono bambini. Un’arma “per niente intelligente, anzi completamente stupida che non riconosce due bambini e uccide chiunque le capiti vicino” (p. 35). Piro scrive ai ragazzi in modo chiaro e con precisione: come inviato speciale spiega ogni termine usato (esemplare il capitolo dedicato alle operazioni di salvataggio in mare con la descrizione del RHIB, della nave madre, degli ordini in inglese del comandante) ma anche il significato di parole che usiamo di frequente come “migrante”, “profugo”, “rifugiato”, “naufrago” … perché “le parole sono molto importanti per capire quanto complicato sia il nostro mondo” (p. 157).
Un esempio: chiunque corre un pericolo in mare è solo “naufrago”, persona da soccorrere! È la legge del mare che obbliga tutti alla solidarietà! Ogni altra “etichetta” può indurre a pensare che forse quella persona non va salvata… Senza precisione di linguaggio non c’è chiarezza di pensiero per nominare la realtà. La realtà poi è quella osservata e vista dall’inviato speciale: lui è i nostri occhi, le nostre orecchie, lui fa l’esperienza in zone pericolosissime e per noi inaccessibili.
Come facciamo per comprenderla? Piro sa accostare ogni descrizione al vissuto dei ragazzi:
senza questa mediazione sarebbe impossibile capire, cominciare a porsi domande, riflettere. “Quanto costano le armi? Tantissimo. Vi faccio qualche esempio. Aerei da caccia come gli F35 costano, ognuno, tra i 78 e gli 89 milioni di dollari (all’incirca un dollaro equivale a un euro)… proviamo a fare dei confronti. Un’ambulanza costa tra i 60.000 e i 90.000 euro. Pensiamo di prendere quella che costa meno, 60.000 euro. Con un cacciabombardiere F35 si possono comprare quasi 1300 ambulanze“ (p.88-89). Oppure provate a fare la prova dello zainetto (p.123 e seg.): se un giorno qualcuno ti dicesse che bisogna scappare e puoi portare solo il tuo zainetto di scuola con te, cosa ci metteresti dentro sapendo che quello che lasci a casa, nella tua cameretta, non lo rivedrai mai più? Capire non è solo sapere dei dati o dei numeri ma comprendere empaticamente la condizione di chi subisce la guerra, da civile, da bambino. Una volta il suo amico afghano Rashid gli ha detto: “Ogni giorno, quando esco di casa, abbraccio e bacio i miei figli…Certo! Lo facciamo anche noi! Ma poi ha aggiunto: “li abbraccio e li bacio quattro o cinque volte, perché quella potrebbe essere l’ultima occasione che ho per farlo” (p. 188).
Ma i cattivi esistono! E i buoni: chi sono?
In ogni guerra si pensa ci siano i “buoni“ e i “cattivi”. Ma quelli che chiamiamo “buoni” sono sempre i nostri amici. Gli altri sono i “nemici”, i cattivi. Purtroppo però “la guerra è la cosa più cattiva del mondo e quando comincia trasforma le persone in cattivi. Si combatte, cioè si uccide, per non farsi uccidere, in un circolo vizioso che è infernale”.
(p. 57). Citando Eschilo (nato 2500 anni fa) Piro ricorda che per il poeta greco la prima vittima della guerra è la verità. Se la guerra non è stata ancora abolita, cancellata ed eliminata, è anche per via delle bugie. “Immaginatevi due enormi Pinocchio con l’elmetto in testa e il fucile in braccio, l’uno contro l’altro: sono i nemici in guerra, in ogni guerra, e le bugie fanno parte delle loro armi. Le bugie possono essere molto più pericolose dei mitra e delle bombe vere” (p. 92) perché servono a “costruire il nemico”.
Come? Con il veleno dell’odio, per cui se il nemico è tanto cattivo, ucciderlo non è più un crimine ma una cosa giusta! In realtà i veri motivi delle guerre sono gli interessi economici, il volere le terre e le risorse dell’altro…peccato però che, avverte Piro, non sentirete mai dire: “invadiamo quel paese per prenderci il suo petrolio!”. La gente potrebbe obiettare: “non sarebbe meglio usare i pannelli solari? “Morire per un po’ di petrolio, proprio no!”. Allora i potenti di turno inneggiano alla difesa della “nostra bandiera, della nostra patria…” e, una volta scatenata, la guerra aumenta a dismisura le bugie.
“Perché la guerra è un ambiente ideale per le bugie? Perché le persone hanno paura, vivono sapendo che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo della loro vita, assistono a tante cose brutte, spesso inspiegabili” (p. 98). Se ripercorriamo le due guerre mondiali del Novecento sappiamo che le ideologie mistificatorie, propagandistiche e senza riscontro con la realtà hanno alimentato gli orrori dei conflitti.
“Quando l’essere umano ha paura, soffre ed è smarrito perché non sa cosa accadrà, è molto vulnerabile e può bersi tante bugie” (p. 102). Quindi il primo passo verso una cultura di pace è la ricerca della verità dei fatti. Piro propone tre passaggi: l’esercizio del dubbio, la calma, la memoria. Il dubbio ci aiuta a capire. Per un bravo giornalista (oltre ad avere un’altra persona che conferma che il racconto di una cosa è vero) esiste la regola delle cinque W: cosa è successo (What), chi è stato a fare cosa (Who), dove è successo (Where), quando è successo (When), perché e successo (Why). La calma: quando siamo arrabbiati non riusciamo a pensare bene, siamo più indifesi di fronte alle bugie. La memoria: per non vedere solo un unico pezzo di quel puzzle complesso che è la realtà. O la guerra.
E i buoni, chi sono? Sono tutti coloro che non combattono ma portano aiuti alle vittime dei combattimenti. Lasciano le loro case e le loro comodità per andare in paesi lontani in guerra ad aiutare chi ha bisogno. Piro racconta degli ospedali di Emergency, delle navi delle Ong che salvano in mare, delle associazioni e Fondazioni che portano aiuto. Perché la guerra distrugge anche gli ospedali, impedisce di raggiungere i soccorsi, annulla il futuro dei feriti, di chi rimane solo al mondo, dei più fragili e più deboli. La guerra non conviene alle persone normali, quelle che lavorano, vanno a scuola, restano a casa ad occuparsi della famiglia. Eppure, in guerra, su dieci vittime, nove sono civili che non hanno armi. Non conviene ai poveri, ai malati, ai bambini. Conviene ai potenti, dai più piccoli ai più grandi, che fanno affari con la vendita delle armi, con il traffico di esseri umani, con la speculazione per arricchirsi nelle disgrazie altrui. “Purtroppo in guerra si dicono tante bugie e diventa difficile capire cose che sono invece molto semplici. La guerra è una scelta, e la scelta della guerra non aiuta le persone comuni”. Costruire la pace invece significa prendersi cura delle vittime, spesso inascoltate, quelle che un giornalista incontra tra le baracche e i campi profughi: “se voi comincerete a rifiutare la guerra e le sue logiche, il mondo avrà una speranza in più di essere un posto migliore” (p. 198).
Perché leggere questo libro
Perché noi adulti abbiamo bisogno di ascoltare le domande semplici e scomode dei ragazzi: loro possono farci vedere che “il re è nudo”, che non dobbiamo né diventare esperti di geopolitica né di strategie militari per comprendere che la pace è l’unica salvezza del mondo.
Perché la pace non è la semplice assenza di guerra ma l’antidoto alla guerra, cioè quel modo di pensare, vivere e agire che la impedisce. La nostra Costituzione ce lo insegna all’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Come insegnanti e cittadini dobbiamo educare e chiedere questo alla politica. Parlare, confrontarsi con ascolto e rispetto, cercare insieme la verità, concordare soluzioni ai problemi, gestire il conflitto, rifuggire e disprezzare la violenza sono un esercizio quotidiano di cittadinanza.
Perché la guerra non distrugge
solo le persone ma anche la cultura, l’arte, la bellezza cioè il meglio che ogni paese ha creato nel suo percorso storico, nella sua memoria. La scuola è quindi la custode e la “sponsor” più accreditata per amare e desiderare la pace.
Perché il vero “eroe” “è quello che compie imprese straordinarie per aiutare gli altri e lo fa senza pensare al pericolo che corre, senza sentirsi speciale. Lo fa come se stesse facendo una cosa normale” (p. 158). Ecco: i nostri ragazzi (ma anche noi!) hanno bisogno di tenere lo sguardo fisso lì, a coloro che superano l’indifferenza, la paura, il senso di impotenza vivendo con e per gli altri.
A Gariwo li chiamiamo Giusti. Perché tante donne e uomini che da decenni lavorano per il dialogo, l’integrazione, la solidarietà, l’aiuto reciproco ci dimostrano con i fatti che è possibile abitare la Terra da esseri umani degni della nostra umanità.
