Cosa resta di un genocidio trent’anni dopo, quando i corpi sono stati in gran esumati dalle fosse comuni, quando i tribunali hanno emesso le ultime sentenze e la storia ha fatto il suo corso? Cosa ne è dei sopravvissuti, dei villaggi e delle città distrutte, dei territori devastati? A distanza di tutto questo tempo, le immagini di Srebrenica che solitamente ci vengono in mente sono quelle di massacri senza volto, di numeri che si moltiplicano in una lista interminabile di vittime, quasi come se il dolore potesse essere ridotto a statistica, a macabra sequenza di dati. Quell’immane orrore di fine ‘900 finisce per essere spesso ingessato in un’idea che diventa astratta, lontana, talvolta incapace di suscitare una risposta emozionale autentica.
In Nessun’altra casa. Memoria lungo la Drina trent’anni dopo Srebrenica (Del Vecchio editore, pagg. 320, euro 22), Gabriele Santoro ci riporta con forza alla realtà di quel massacro che chiuse la guerra di Bosnia, restituendo al genocidio di Srebrenica la dimensione umana che troppo spesso continua a sfuggirci. Non lo fa attraverso un’analisi storico-politica ma con un atto di profonda empatia che va oltre la cronaca intrecciando reportage, letteratura e testimonianza civile. Santoro ci permette di entrare nelle vite di dieci sopravvissuti che attraversano tre generazioni, ricostruendo il tessuto invisibile di una comunità che ha imparato a convivere con l’assenza. Le storie che ci racconta appartengono a chi ha visto la propria esistenza disintegrarsi sotto il peso di un conflitto che non era solo politico, ma profondamente personale, intimo, devastante.
Nel libro, la parola “casa” emerge come simbolo di tutto ciò che è stato perduto, ma anche come luogo in cui il passato, nonostante la brutalità della guerra, continua a vivere. Non sono solo le mura di un’abitazione che vengono distrutte ma tutto ciò che esse rappresentano: le radici, la famiglia, il legame con una comunità. Ogni voce che Santoro riporta è una testimonianza di perdita, un atto di resistenza contro l’oblio e la distorsione della memoria, una finestra sulla capacità di trovare un senso, anche nel dolore più insostenibile. A prendere forma è un mosaico di storie individuali che si sovrappongono fino a creare una polifonia tragica che costringe il lettore a confrontarsi con una realtà difficile da accettare, ma impossibile da ignorare. Santoro non si limita a raccogliere ricordi, ma costruisce un ponte tra passato e presente, tra la memoria di chi ha vissuto l’orrore e chi può solo provare a comprenderlo.
C’è la storia di Bekir, venuto al mondo in una notte d’inverno durante l’assedio di Srebrenica e tornato anni dopo per seppellire il padre decidendo poi di restare in città, scegliendo la vita invece della vendetta. C’è la storia di Valentina, arrivata mentre la guerra stava per finire, che da allora affianca le madri e le vedove nella loro coraggiosa lotta contro il negazionismo. Ci sono le parole di un giovane soldato sopravvissuto ai boschi della fuga e la determinazione di Muhamed, anch’egli orfano di padre, rimasto a vivere con la madre in un villaggio letteralmente cancellato dalle perdite subite durante la guerra. Voci che raccontano una società dove carnefici e vittime convivono ancora oggi come se niente fosse accaduto; voci che si uniscono alle narrazioni dei luoghi fino a comporre un racconto collettivo in cui la memoria diventa un gesto di resistenza e un inno alla pace. La Bosnia che attraversa il libro è una geografia ferita: fiumi, colline, strade, ponti e città diventano archivi silenziosi di un trauma che non si è mai davvero rimarginato.
Il fiume Drina è l’asse simbolico e narrativo dell’opera. Scorre come una linea di continuità e di frattura, confine naturale e insieme spazio condiviso, luogo di passaggi e di ritorni. Santoro lo percorre come si percorre una memoria: con rispetto, esitazione, consapevole che ogni sponda conserva storie che non possono essere ridotte a un’unica voce. Che quando si parla di Balcani è necessario sgombrare il campo da pregiudizi e semplificazioni. Mentre le immagini del genocidio di Srebrenica continuano a scontrarsi con il muro dell’indifferenza storica, questo libro ci costringe a fermarci e a riflettere su ciò che siamo disposti a dimenticare e su ciò che, invece, siamo obbligati a ricordare. In un mondo che spesso fa finta di dimenticare, Nessun’altra casa è un richiamo alla necessità di non chiudere gli occhi di fronte all’orrore, di ascoltare quelle voci che ci raccontano non solo il passato, ma anche una realtà che continua a vivere nel presente: come oggi a Gaza, dove la distruzione avviene sotto lo sguardo inerte del mondo e il diritto internazionale mostra ancora una volta i suoi limiti, incapace di intervenire prima che la violenza diventi irreversibile.
