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L'ISIS raccontato da mia madre

di Younis Tawfik Oligo, 2024

“Figlio mio, questi non conoscono Dio, non conoscono pietà e non sono nemmeno musulmani”.

La storia raccontata dallo scrittore iracheno Younis Tawfik - nato a Mosul, e venuto in Italia per non vivere sotto la dittatura di Saddam Hussein e studiare la Divina Commedia nella lingua di Dante - è una favola nera che l'autore ha concepito dopo aver elaborato i lutti familiari e la devastazione della sua città natale. In L’ISIS raccontato da mia madre (edizioni Oligo), Younis Tafwik, scrittore e poeta che ha scelto come patria adottiva Torino, racconta la tragedia del suo paese di origine attraverso flashback che lo riportano alla sua gioventù di intellettuale e poi all’occupazione di Mosul, che in passato è stata un mosaico di culture e capitale dell’impero assiro. Il suo nuovo libro è diviso in due parti. La prima è focalizzata sulla storia e la teologia musulmana per chiarire gli equivoci che si sono moltiplicati fino alla creazione del nichilismo dello Stato Islamico in Iraq ed è una sorta di bussola per riuscire a immaginare i fasti della culla della civiltà della Mesopotamia, poi rimasta intrappolata nell’oscurantismo.

“Dopo secoli di splendore, in cui il califfato divenne uno degli imperi più vasti della storia, patria per lo sviluppo delle arti e delle scienze, arrivò, improvvisa, la fine. L’esercito mongolo, guidato da Hülegü Khan pose l’assedio a Baghdad nel novembre del 1257. (..) a destare scandalo fu il fatto che la capitale dell’impero fu distrutta per mano di barbari infedeli che non conoscevano Allah, mentre il califfo, successore, vicario e luogotenente del Profeta, nonché sommo monarca dell’Islam, fu ucciso brutalmente. Per molti credenti questi erano i segni della fine del regno di Allah sulla Terra”, scrive Tafwik nella prima parte del libro.

Significativa la sua considerazione sulla sconfitta del califfato che fu devastante per tutto il mondo islamico - anche dopo la fine della breve dominazione mongola e la restaurazione della dinastia abbaside – e secondo l’autore all’origine della convinzione, fra i più radicali, che Allah avesse abbandonato il suo popolo perché questo aveva smesso di seguire i suoi precetti. E infatti scrive Tafwik: “Questo tarlo di radicalità sopravvisse nei secoli, originando in tempi recenti la nascita di un certo estremismo islamico convinto che la fine del primo califfato sia la prova che la politica e la società dovrebbero rigidamente seguire la religione. Da qui deriva, ancora oggi, la fatica alla laicità e la tentazione del fanatismo”.

Il racconto dell’occupazione dell’Isis attraverso la voce della madre

La seconda parte del libro è un diario sofferto e intimista della tragedia causata dallo Stato Islamico: gli anni dell’occupazione feroce, le lapidazioni, le esecuzioni, la distruzione dei simboli religiosi e culturali che testimoniavano la coesistenza fra diversi saperi e fedi; l’indottrinamento e l’arrivo dei foreign fighter dall’Europa, ma anche la resistenza fisica e culturale della popolazione civile. Una ricostruzione fatta grazie alle voci di donne, la madre e la sorella che si collegavano via Skype per raccontargli cosa accadde fra il 2014 e il 2017, mentre lui impotente poteva solo assistere alla distruzione del suo mondo da remoto. Con il resoconto del suo ultimo viaggio a casa, nel 2012, per rivedere amici e famiglia, quando già l’invasione del gruppo più nefasto della galassia jihadista, sicuramente la più nichilista, era nell’aria. “La mia Mosul non era la stessa”, scrive dopo essere entrato dal Kurdistan, “nascondeva qualcosa di diabolico, di angosciante. Intorno a me tutto sembrava muoversi lentamente, nella precarietà, avvolto da una fitta nebbia oscura; l’inquietudine aleggiava ovunque. Negli occhi delle persone c’erano perplessità, sfiducia e tanta diffidenza. I giovani non sorridevano, non cantavano per le strade, come facevamo noi anni prima, e non scherzavano tra di loro; passavano in fretta vicino ai muri, come se avessero paura di qualcosa di invisibile. Erano storditi e sembravano andare allo sbaraglio e senza meta. La valle del Tigri giaceva sotto un velo nero di timori, di sospetti e paure radicate nelle anime spezzate delle persone”. E così che Younis, nome arabo del profeta ebreo Giona, capisce che la sua città era già occupata dai jihadisti fin dal 2003, dopo la caduta di Saddam Hussein.

L’esilio volontario in Italia e il racconto dell’occupazione

Partito dall’Iraq nel 1979 per cogliere la grandezza di Dante - a cui era stato introdotto da un accademico, padre Yusuf Habbi, nel quartiere cristiano di Mosul -, Younis Tafwik ci ha messo anni a decidersi di raccontare cosa è successo a suo fratello Faris, rapito nel 2007 da un gruppo jihadista e poi freddato l’anno successivo, quando sua madre gli descrisse la scena dell’agguato al fratello minore, avvocato e attivista, e gli venne in mente la Pietà di Michelangelo. “Una donna che piange la Pietà per se stessa e per chi ha ucciso suo figlio, piange d’impotenza davanti alla ferocia umana e sviene dal dolore”. Per 5 anni dalla presa di Mosul fino alla ritirata dei miliziani dello Stato Islamico è la “vecchia madre” o talvolta la sorella a raccontargli l’ordinaria follia del regime islamico, che attira duemila europei fra l’Iraq e la Siria. Il 24 luglio 2014 la furia iconoclasta si abbatté sulla moschea di Yūnus, la più antica di Mosul, che venne rasa al suolo (furono oltre cinquanta i luoghi di culto musulmani, cristiani e yazidi a essere distrutti). “La vittoria dei miliziani non mirava a liberare una terra oppressa e per affrancarla dall’oppressore straniero. L’unico obiettivo era di controllare un territorio sempre più ampio da cui attingere le risorse necessarie per proseguire il conflitto. In particolare, l’ISIS voleva impossessarsi dei giacimenti petroliferi e di gas, che sarebbero stati la preda più redditizia”, spiega con lucidità Yuonis Tafwik, che a Torino dirige il centro culturale italo-arabo Dar al-Hikma (Casa della Sapienza).

Il nuovo disordine dell’Isis in Iraq

Il nuovo odine imposto dall’Isis e ispirato alla sharī’a abolì i tribunali civili. Magistrati, avvocati, giuristi, funzionari si ritrovarono senza un lavoro. La madre gli raccontò via Skype che chi fumava per la strada veniva frustato o giustiziato sul posto, mentre a chi rubava veniva amputata la mano. Se un marito tradiva la moglie, veniva gettato giù da un palazzo, le adultere lapidate. “L’arrivo dell’ISIS a Mosul stravolse le vite di tutti i miei familiari, come la maggior parte degli abitanti della città. Mia sorella Hayfā’, più giovane di me di due anni, è sempre stata una buona fedele musulmana, ma questo non l’ha salvata dalla barbarie dell’ISIS. La prima cosa a cui fu costretta fu indossare il burqa, che lei prima non portava. Mio fratello Anas, da stimato avvocato si trovò senza lavoro, costretto a trasferirsi da nostra madre. Mio nipote Qahṭān, giornalista e operatore televisivo, era stato costretto a fuggire in Kurdistan. Poco dopo, lo seguirono mia nipote con suo marito. Due tra i miei nipoti hanno dovuto abbandonare l’università (..) I miei amici, il pittore Muwaffaq al- Tā’ī e il drammaturgo e pittore Bayyāt Mar’y, mi avevano raccontato, dopo la liberazione della città, che avevano dovuto – e per ben tre anni – trasportare i propri quadri, come fossero dei contrabbandieri, da una cantina all’altra, bucando i muri e facendo così passare le tele arrotolate”.

Younis Tafwik, una delle menti più liberali dell’Islam italiano (qui trovate una sua intervista a GariwoMag dopo il 7 ottobre) usa la sua voce come eco di quelle femminili che gli descrivono la resistenza quotidiana al fanatismo dei miliziani dell’Isis. Come la sorella Hayfā, una vita in banca, gli studi universitari e un sogno spezzato di andare all’estero, che si doveva coprire con il burqa che le non permetteva di vedere i numeri nella banca dove venne licenziata e poi richiamata, anche se non poteva comunicare con gli uomini sul lavoro se non per iscritto. “Persino la mia povera mamma dovette coprirsi con il niqāb, anche solo per andare al mercato, a casa delle figlie o al cimitero per fare una visita ai nostri cari defunti. Fu un dramma per lei scoprire che i miliziani avevano raso al suolo le tombe. La sofferenza più grande per lei fu di ritrovarsi senza una lapide su cui piangere mio padre e mio fratello”.

Le eroine della resistenza all’Isis

Nel libro appaiono anche altre donne: le vittime diventate schiave del sesso a servizio dei terroristi e quelle che invece si sono ribellate alla follia dell’Isis. Come Samīra Sāleh al-Naīmī. “Era un’avvocatessa particolarmente attiva sui social network e nella vita associativa. Era molto conosciuta e stimata per le sue attività che comprendevano la difesa dei detenuti e il sostentamento delle famiglie disagiate della città di Mosul. Aveva pubblicato alcuni interventi su Facebook e Twitter nei quali promuoveva i diritti delle donne e delle minoranze e criticava senza esitazione la condotta dell’ISIS, in particolare la distruzione dei siti storici e religiosi considerati eretici nella visione dei fondamentalisti. Arrestata il 17 settembre 2014, dopo cinque giorni di torture e un processo sommario che l’accusava di apostasia, una corte islamica la condannò a morte. Il 22 settembre gli assassini del famigerato Stato Islamico la giustiziarono nel centro di Mosul, dando vita a una sorta di esecuzione/spettacolo come facevano i talebani”. Nella favola nera di Younis c’è posto anche per delle Giuste che hanno sfidato il Califfato islamico a Mosul, fra cui Ashwaq al-Nu’aymi, la maestra di una scuola elementare di Mosul che invitò i genitori a non mandare i loro figli nelle scuole dell’ISIS. Anche lei venne giustiziata.

La liberazione dall’Isis

L’altra sorella, Rajā’, riuscì a chiamarlo dopo la liberazione, avvenuta nel luglio del 2017, e a dirgli con una voce soffocata dal pianto e dall’asma: “Abbiamo mangiato biscotti per una settimana, non c’era nulla da mettere sotto i denti. Le bombe ci cadevano addosso e il terrore ci teneva prigionieri in casa. I soldati ci bussavano alla porta, ma noi eravamo nascosti nella camera da letto a piangere e pregare. Pensavamo fossero i jihadisti, ma loro urlavano: siamo soldati non abbiate paura, aprite! Siete liberi! Non credevamo alle nostre orecchie. Li abbiamo accolti con urla di gioia”. Sua madre, a cui è dedicato il suo drammatico racconto, ha chiuso gli occhi il 26 febbraio 2017, perché non riuscì a resistere ai bombardamenti e vedere la liberazione totale di Mosul.

Conclusione, una riflessione su come superare il fondamentalismo

“Oggi, da arabo, continuo a chiedermi: di che cosa abbiamo bisogno per essere di nuovo protagonisti attivi nel percorso della storia moderna? Che cosa c’è che non va in noi? Perché non riusciamo a superare gli inferi che ci soffocano e a dare spazio alla nostra creatività? Se la risposta stesse nella chiusura verso l’altro, e verso l’Occidente in particolare, bisognerebbe ricordarsi che l’Islam del passato (e delle origini) non è mai stato un mondo chiuso. Se oggi è diventato così, è solo colpa nostra. È colpa della nostra chiusura mentale. È una cosa che dovrebbe metterci tutti in imbarazzo”. Il nuovo libro di Younis serve a immaginare anche a come superare i cliché, l’oriente esotico per gli occidentali, l’occidente ridotto a suo colonialismo e ad agire nel nome di un paese che è stato crocevia di culture, fedi, commerci ed idee.

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