«Anche se non si vede tutto, l’azione nonviolenta è come un sasso che cade nell’acqua e causa onde che vanno lontano. Questo animo di operare da un centro genera, a poco a poco, il sentimento della realtà di tutti, dell’unità che c’è tra tutti gli esseri, un sentimento molto importante per la nonviolenza, che è incremento continuo del rapporto con tutti».
Le tecniche della nonviolenza di Aldo Capitini consistono in un utile, chiaro e dettagliato manuale d’istruzioni: come si fa a portare avanti una lotta pacifica, nonviolenta, ma soprattutto efficace? Questo è l’intento del filosofo che, ispirandosi alla concezione gandhiana di Satyagraha (letteralmente “Forza che è generata da Verità e Amore”), ripercorre la nascita del movimento indiano, le origini e le tesi riguardo alle pratiche nonviolente che ne sono scaturite, per poi concludere con degli esempi pratici e concreti di possibili azioni da attuare.
La grande verità alla base della nonviolenza è il suo carattere universale e accessibile: tutti e tutte possono divenire promotori di un metodo alternativo, dimostrandoci che esiste sempre una Possibilità, una Scelta e una nuova via da percorrere. In un’atmosfera di tensione sociale, la pratica nonviolenta non ha per obiettivo la vittoria: piuttosto, attraverso il continuo esercizio della collaborazione con l’Altro, nella riscoperta di un Io che rifiuta la violenza e si riscopre in grado di cooperare, l’obiettivo è quello di dialogare e ascoltare “l’avversario” per comprenderne le ragioni e costruire insieme una terza via che possa ricreare armonia e portare un equilibrio omniocratico. Nel suo senso più ampio, è da intendere come una rivoluzione permanente che altera l’esercizio del potere e dell’autorità: creando disordine, caos e disagio, queste tecniche sono un esempio importante di azione democratica diretta e originata dal bassa, in grado di influenzare il corso degli avvenimenti senza recare alcun danno alle persone.
Nel riportare tesi e concezioni filosofiche sul metodo nonviolento, Capitini riesce sapientemente a stilare un elenco di azioni pratiche alternative all’uso della violenza, tanto nella Storia quanto nella quotidianità. Quando un individuo sceglie di agire pacificamente, deve innanzitutto compiere l’atto del Tu: «siccome l’atto di nonviolenza verso un individuo esprime, nel modo più alto, la volontà di non considerarlo un mezzo o una cosa, qui si vede con maggiore chiarezza che l’apertura del “tu” non è casuale, ma è un alto esercizio, che può avere anche sue tecniche nel costruirsi e nello svolgersi». Un continuo confronto con se stessi, con il proprio animo e con la propria forza di volontà, per tenere costantemente un atteggiamento stoico e un impegno solido nel scegliere di non usare violenza alcuna.
Non è un lavoro facile e Capitini ci riassume la “ricetta” della nonviolenza in questa formula: un quarto di amorevolezza verso il prossimo, un quarto di conoscenza delle leggi e delle pratiche sociali e due quarti di coraggiosa pazienza. La nonviolenza è, infatti, un percorso lungo, lento e sottoposto ad ogni tipo di resistenza e umiliazione: solo colui che resterà gentile, tenace e leale, riuscirà a raggiungere l’obiettivo. Per questo motivo, la nonviolenza è una pratica profondamente educativa per l’essere umano, richiedendo un serrato addestramento storico, ideologico e psicologico. Sono numerosissimi gli esempi che, nel corso della Storia, ci hanno dimostrato che il metodo funziona davvero quando i nonviolenti sono adeguatamente preparati e addestrati, riguardo alle tecniche possibili e alla consapevolezza di essere una minoranza che dovrà sacrificarsi per gli altri e subire delle sofferenze: lo stesso Gandhi ne era consapevole e ne invocava la necessità.
Per sottolineare l’ampiezza delle possibilità percorribili, vengono identificate dall’autore tre macro-categorie di azioni, definibili come tecniche individuali, tecniche collettive e noncollaborazione. Per tecniche individuali, si intendono tutte quelle azioni che partono dall’individuo in quanto singolo e si manifestano nella forma dell’interiorizzazione dell’altro, nel superamento del sentimento di vendetta, nella ricerca di un dialogo continuo finalizzato alla persuasione, fino ad arrivare a prese di posizione più intense come il digiuno e il vegetarianismo.
Il confine tra tecniche individuali e collettive è estremamente labile: una massa che lotta, non è nient’altro che un insieme di singoli che si uniscono per un fine comune, e sfruttano la potenza e la risonanza dell’essere moltitudine. Per questo, nella categoria delle tecniche collettive, ricordiamo l’uso delle marce (come le marce per la Pace, introdotte dallo stesso Capitini nel 1961); degli scioperi, in ogni loro forma, come strumento di noncollaborazione tramite il lavoro; dei boicottaggi (noncollaborazione economica) o i sabotaggi (forme di boicottaggio non legali); della disobbedienza civile e della divulgazione di notizie e informazioni riguardo alla lotta e alla protesta. Le forme nate in anni più recenti riguardano piuttosto la presenza e l’occupazione fisica: sit-in, jail-in, stand-in, wade-in, kneel-in, picchetti, veglie, freedom-rides, ostruzionismo e pedinamento.
Una specifica pratica su cui però voglio soffermarmi è la nascita delle comunità nonviolente: si tratta infatti di spazi in cui gli appartenenti si impegnano, quotidianamente, a rispettare le regole di convivenza, affrontando insieme i problemi che sorgono attraverso il dialogo, il confronto e la determinazione a trovare soluzioni comuni. È estremamente interessante vedere come Aldo Capitini riportava già, nel 1967, il caso della comunità come un’efficace pratica nonviolenta: come Fondazione Gariwo, siamo anche noi testimoni di come, ancora oggi, possa rappresentare una valida soluzione, attraverso l’esempio del villaggio di Neve Shalom Wahat-al Salam, all’interno del quale è presente un Giardino dei Giusti.
Una comunità nata per creare un luogo di incontro tra due popoli storicamente in conflitto, quello palestinese e quello israeliano che, ad oggi, sopravvive grazie allo sforzo di uomini e donne che credono fermamente nella convivenza pacifica. Così come viene raccontato da Capitini nel suo volume, in cui sono presenti altri esempi reali, si rende necessario un perenne processo di addestramento alla nonviolenza, tanto all’interno della comunità stessa quanto, soprattutto, verso il suo esterno: una Scuola della Pace infatti fa parte del villaggio di Neve Shalom Wahat-al Salam, all’interno della quale si svolgono ogni giorno lezioni, corsi, workshop, conferenze ecc sui temi della pace, della riconciliazione e del dialogo. Ecco cosa succede quando il passaggio dalla teoria alla pratica funziona.
Ultima categoria di azioni nonviolente consiste nella noncollaborazione collocata, secondo Capitini, a metà tra le prime due. «L’idea si esprime anche con la frase di “combattere il peccato, non il peccatore”. Cioè la noncollaborazione non è totale, non esclude il “tu”, l’altro, l’unità con tutti, il “tu-tutti”; ma esclude semplicemente di dare il proprio aiuto all’attuazione di una cosa che non si accetta». La più alta forma di noncollaborazione è rappresentata dall’obiezione di coscienza: la lunga lotta per il riconoscimento di questo diritto muove i suoi passi anche tra le pagine di Capitini, dove emerge la profonda spaccatura tra la lealtà verso la Patria e il bisogno di rimanere moralmente fedeli alla propria coscienza.
«Si tratta di fare una scelta: essere uomini liberi, consapevoli e responsabili di ogni proprio gesto, oppure, scaricando ad altri le più alte responsabilità, entrare in ogni organismo di cui si aborrono a priori le finalità, i metodi e le tradizioni. Rifiutare la divisa significa per me rispettare soprattutto due acquisizioni ideologiche: un profondo amore per il significato del rapporto democratico attuato in piena responsabilità personale; l’orrore per la violenza tra esseri umani consapevoli…». Un altro Giusto che si è battuto intensamente per il riconoscimento di questo diritto è stato Don Lorenzo Milani che, dall’alto della sua piccola ma importante scuola di Barbiana, rispondeva già a tutti coloro che parlavano di Patria, con queste parole: «non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori ben più alti di lei». Si tratta ancora una volta di compiere una scelta e decidere da che parte stare, se imbracciare le armi o scegliere un’alternativa che, Capitini riporta, esiste eccome: servizio civile, esercito della salvezza, boy-scout, accordo tra razze ecc…
Con questo libro, Aldo Capitini non vuole solamente riportare un elenco asettico di azioni da compiere: l’autore vuole insegnarci un modo di ragionare diverso, una chiave di lettura della contemporaneità che si sleghi dalle pratiche violente, distruttive e sanguinarie che hanno caratterizzato la storia dell’essere umano. Approcciarsi alla realtà che ci circonda con una mente aperta al diverso e disposta a mettersi in gioco, scavando nelle motivazioni di ognuno di noi alla ricerca di un senso di umanità che permetta il rispetto della dignità di ognuno. Sviluppare un pensiero laterale che non sia arrendevole o sottomesso al potere dei forti, ma che lotti per un mondo migliore, fatto di amore, solidarietà e fratellanza sincera.
Queste sono le tecniche della nonviolenza individuate da Capitini negli anni ’60: ora tocca noi scrivere i nuovi capitoli.
