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L’impero della periferia. Storia critica della Russia dalle origini a Putin

di Boris Kagarlickij Castelvecchi, 2023

Dopo gli zar è arrivato lo zar. Non c’è ovviamente linearità nella storia dell’Impero russo - diventato prima URSS e poi Federazione Russa - e di Vladimir Putin, ai vertici di questo Stato grande come un continente fin dal 2000, in maniera quasi ininterrotta. Ma oggi come allora c’è una caratteristica che rende unico il Paese degli zar: pur essendo una delle più grandi potenze della Storia, esso è al contempo un Paese periferico, che vive di riflesso i grandi cambiamenti epocali. L’impero della periferia, così come definito dallo storico e sociologo russo Boris Kagarlickij in questo ponderoso saggio pubblicato da Castelvecchi.

Nel libro, che ha per sottotitolo Storia critica della Russia dalle origini a Putin, si parte dal VII secolo per arrivare ai giorni nostri, con una nuova prefazione all’edizione italiana che contempla pure gli ultimi accadimenti legati all’invasione dell’Ucraina. Una vicenda che, pur nella sua drammaticità, rimane marginale nella secolare storia del Paese. Forse più interessante è l’analisi sul parallelismo dello sviluppo del modello capitalistico in Occidente, raffrontato a quello che sta avvenendo nella Federazione Russa, dove i grandi oligarchi certo non sfigurano davanti ai tycoon del mondo che ruota attorno a montagne di dollari, euro e bitcoin.

Boris Kagarlickij, nato nel 1958 a Mosca, è un autorevole storico e sociologo russo, professore di Scienze Politiche all’Università di Mosca e uno dei più noti dissidenti marxisti del Paese. Il 31 luglio di quest’anno è stato nuovamente arrestato con l’accusa di incitazione al terrorismo, che prevede una reclusione dai tre ai sette anni. Per il suo attivismo, Kagarlickij era stato arrestato già due volte, nel 1982 sotto Bréžnev e nel 1993 durante la presidenza di Boris Eltsin. Nel 2022 era stato accusato dal Ministero di Giustizia di essere un "agente straniero". Tramite il suo avvocato, Kagarlickij si dichiara innocente. Nel frattempo, è partita una campagna a livello internazionale per chiedere la sua immediata liberazione. Kagarlickij è attualmente il direttore dell’Istituto per gli studi sulla globalizzazione e i movimenti sociali IGSO, coordinatore del progetto "Global Crisis" del Transnational Institute TNI, nonché direttore responsabile del trimestrale Levaya Politika e del giornale online Rabkor. È autore di un’ampia produzione saggistica, tradotta in molte lingue tra cui, sistematicamente, l'inglese. 

Nel suo libro L’impero della periferia. Storia critica della Russia dalle origini a Putin, tradotto per la prima volta in Italia da Castelvecchi, centro e periferia vengono identificati come due concetti di fondamentale importanza nella storia dell'Impero russo, dell’URSS e della stessa Federazione Russa. Al centro nevralgico del Paese - con la capitale Mosca, epicentro politico, militare ed economico, nonché iconico e simbolico della Russia - fanno da contraltare le sterminate periferie di uno Stato grande come un continente, passato per la Rus’ di Kiev, guidato da Pietro il Grande, dalla dinastia dei Romanov, fino alla dissoluzione dell’impero con la rivoluzione bolscevica. Dissoluzione che toccherà pure all’Unione Sovietica, circa settant'anni dopo la sua instaurazione.

Quello che ne è seguito, con le spinte autonomistiche degli Stati periferici, ha cambiato sia il ruolo di Mosca che gli assetti geopolitici del mondo. Cosa di cui si occupano ancora oggi le cronache, sia politiche che di guerra, dopo l’invasione dell’Ucraina, avvenuta come conseguenza delle contese su ampi territori di cui Kiev e il Cremlino rivendicano entrambi il dominio. Ma per Boris Kagarlickij c’è ben altro dietro i carri armati in marcia verso l’Ucraina, con alcune similitudini sinistre anche nella storia più recente. «Il conflitto tra Russia e Ucraina non è stato né un tentativo di ricostruire un impero né il prodotto di una malattia mentale, i cui sintomi erano chiaramente visibili nel governante del Cremlino. La guerra è stata generata dalle fatidiche dinamiche della crisi globale, diventando un anello naturale nella catena di eventi messa in moto dalla Grande Recessione del 2008-2010. La Russia non è stata la prima né l’unica potenza semiperiferica a entrare in conflitto con i leader del sistema globale per espandere la propria sfera di egemonia regionale. Ci si potrebbe, a tal fine, ricordare anche la guerra dell’Argentina con l’Inghilterra per le isole Falkland e la Prima Guerra del Golfo, scatenata dall’annessione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1990. A differenza delle guerre di liberazione e anticoloniali del XX secolo, queste avventure, iniziate da regimi dittatoriali e sviluppatisi alla periferia del sistema mondiale capitalista con l’assistenza diretta dell’Occidente, sono finite in modo disastroso per i loro promotori», ha scritto lo storico moscovita nella prefazione italiana di questo prezioso studio, con lo scopo di provare a capire cosa sta succedendo nella capitale e nella periferia della Federazione Russa.

Non sarà sfuggito l’accenno iniziale alle condizioni di salute di Vladimir Putin, cosa che da anni interessa giornalisti e analisti, pronti ad esaminare ogni suo movimento nelle apparizioni pubbliche, arrivando al punto di sostenere che spesso il leader del Cremlino si faccia sostituire da sosia più o meno somiglianti, sia per esigenze di sicurezza, sia per una certa paranoia personale che lo accompagnerebbe. Boris Kagarlickij non arriva a tanto, ma anche lui ipotizza che dietro a molte azioni di Mosca possa esserci una certa instabilità fisica e psichica del suo leader, acuita dall’incapacità di far fronte all’avanzata neocapitalista e liberista del mondo occidentale: «L’aumento costante delle dosi di farmaci, i periodi di isolamento totale causati dalla paura del Covid e l’atmosfera di totale inganno e diffidenza reciproca che si è creata al Cremlino hanno avuto un effetto deleterio sulla psiche dell’autocrate. In altre parole: il potere si concentra sempre più nelle mani di un piccolo gruppo di persone sempre meno capaci e adeguate per le necessità del Paese. Ma questo degrado del potere – psicologico, morale e professionale – è, a sua volta, solo una conseguenza naturale del degrado del sistema».

Fabio Poletti, giornalista, NuoveRadici.world

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