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Con la lingua dell'altro

di Mahmud Darwish Portatori d'Acqua, 2024

Nel maggio 1996 la rivista israeliana di poesia “Hadarim” (“Stanze”) pubblicò una lunga intervista a Mahmud Darwish, considerato il più grande poeta palestinese. La rivista, creata e diretta da Helit Yeshurun nel 1981, è stata una delle riviste letterarie più importanti nel panorama israeliano e concepita come una casa per la poesia in lingua ebraica, con “stanze” ospitanti componimenti inediti, saggi, traduzioni, luogo d’incontro di poeti e scrittori molto affermati.

L’intervista, tra le più lunghe rilasciate da Darwish, è avvenuta in un momento storico particolare, sia per l’autore che per per il destino del Medioriente: il poeta, dopo quasi trent’anni di esilio, si stabiliva tra Ramallah e Amman, in Giordania, per collaborare alla costruzione dello Stato di Palestina. Nei mesi precedenti l’intervista la pace sembrava alle porte dopo la celebre stretta di mano, nel 1993, tra Rabin e Arafat, in seguito sgretolata dall’uccisione di Rabin a Tel Aviv nel novembre del 1995. Helit Yeshurun ricorda che l’incontro è avvenuto dopo il 4 novembre 1995, tra l’assassinio di Rabin e l’ondata di attentati a Gerusalemme, in bilico tra speranza e disperazione. Dice Helit: “Mi recai in Giordania. L’incontro fu prudente ma intimo. Avevamo piena fiducia che presto avremmo visto la pace. Discutemmo la nuova realtà che si stava lentamente delineando come due che si trovano al capezzale di un malato che pian piano riprende coscienza. Parlammo naturalmente in ebraico. (…) A prevalere in quelle ore non fu né il politico né l’individuale, bensì una patria diversa: la poesia” (p. 43) .

Darwish era nato il 13 marzo 1941 nel villaggio di al-Birweh, in Galilea (ora scomparso) ed è considerato il cantore del popolo palestinese in esilio. La sua vita e quella del suo popolo sono andate in parallelo: dopo la distruzione del suo villaggio natale nel 1948 e la nascita dello Stato d’Israele, avvenne la Nakba, la “grande rottura e l’espulsione dal regno dell’infanzia”. A sei anni il futuro poeta trova rifugio in Libano poi torna in Israele ad Haifa fino agli anni Settanta e lavora come editore e traduttore per il Partito Comunista “Rakah”, fondato nel 1965 da arabi e israeliani. Darwish vive il clima effervescente del circolo di Haifa, espressione della sinistra comunista araba ed ebraica che diede vita al movimento di protesta contro il decreto di censura imposto agli intellettuali arabi (era d’obbligo sottoporre i testi presentati alle case editrici al controllo preventivo di una commissione prima della loro pubblicazione). Darwish è imprigionato più volte dalle autorità israeliane per la sua attività poetica e politica e quindi lascia Israele e, in esilio, diventa la voce della resistenza palestinese. Nel 1973 appoggia ufficialmente l’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina) e questo gli impedisce definitivamente di ritornare in Israele. Per trent’anni vive in diverse città: il Cairo, Beirut, Tunisi, Parigi.

Nonostante ciò rimane in dialogo con gli ambienti israeliani e palestinesi, si impegna politicamente nel conflitto senza mai diventare il poeta ufficiale dello Stato palestinese né aderire mai completamente a nessun partito politico: “Non voglio essere un poeta con l’etichetta” (p. 89). “L’ho scritto: <>. Sai che soddisfazione essere vincitore e mantenersi umano allo stesso tempo? Solidale col vinto? È una vittoria materiale e morale” (p. 120). Per Darwish la sua indipendenza è finalizzata a creare una “casa” per la poesia in cui possano convergere i grandi temi della vita universale: la distanza, l’assenza e la nostalgia per la terra perduta, la bellezza del paesaggio, le radici e la sua lingua, “il luogo immaginario grazie al quale ognuno può vivere ovunque nel mondo” (p. 15).

Afferma la curatrice dell’edizione italiana, Francesca Gorgoni, che nell’intervista “il mondo dell’altro parla ebraico e lo fa nelle parole del suo rappresentante più autorevole. Il tenore letterario e poetico dell’incontro tra Darwish e Yeshurun trasforma il poeta e la sua interlocutrice nei custodi di un mondo nuovo da costruire insieme”, senza rinunciare, in alcuni passaggi più politici, a toni anche tesi e di confronto graffiante.

Darwish si esprime in ebraico, la prima lingua straniera che ha studiato a dieci-dodici anni: “in questa lingua ho parlato con lo straniero, con il poliziotto, con il dirigente militare, con il maestro, con il secondino, con l’amata. È per questo che per me l’ebraico non è la lingua dell’occupazione. In questa lingua ho pronunciato parole d’amore, è la lingua dell’amico, ecco perché ho con essa un rapporto limpido. Mi ha aperto le porte della letteratura europea… L’ebraico è anche la lingua della memoria della mia infanzia”. (p. 140)

Nel testo convergono la storia palestinese e quella ebraica, nella lingua poetica la loro possibilità di incontro. La lingua ebraica diventa spazio ospitale della poesia che nasce per entrambi dall’esperienza dell’esilio, al limitare di un confine che può aprirsi ad un orizzonte nuovo e arioso, non più geografico ma intimo, per costruire un futuro comune.

Il titolo dell’intervista è una delle ultime battute di Darwish: “L’esilio è così forte dentro di me che me lo porterei a casa (artzah)”, dove “artzah” non viene tradotto, con il linguaggio dell’ebraico contemporaneo, in “Terra d’Israele” ma si apre ad altri significati legati al senso di “casa” come luogo affettivo e simbolico. “Quando una lingua particolare diventa lingua nazionale ed esce dal perimetro delle sue origini per farsi lingua di molti uomini e donne di diversa etnia e religione, questa continua la sua crescita e il suo viaggio aprendosi a mondi culturali e simbolici che prima non erano neanche all’orizzonte”, come afferma la curatrice (p. 31).

Darwish sa che lui stesso è il risultato di tutte le culture che sono passate su quella Terra di arabi (Palestina) ed ebrei (Eretz Israel): quella greca, romana, persiana, ebraica, ottomana: “tutte contribuiscono a creare l’essenza della mia lingua… Sono figlio anche della cultura ebraica che era in Palestina”. La tensione politica e la competizione tra chi, tra i due popoli, sia più “vittima” nasce dal non aver accettato di essere figli di una medesima condizione di esuli: “la difficoltà dell’accettare o meno il paragone si potrebbe risolvere con la pace. L’ebreo non si vergognerebbe più di ritrovare in sé un elemento arabo, e l’arabo non si vergognerebbe più di ammettere di essere composto anche da elementi ebraici” (p. 63). E conclude: “Mi è capitato più volte di ascoltare la reazione di certi sionisti che perdono la testa quando sentono parlare di Shoah in relazione ad altri popoli. (…) Come se su questo ci fosse un monopolio ebraico”. (p. 64)

Un poeta non è mai solo, sia nel tempo che nello spazio: “Io stesso sono una folla. Anche la verità ha molti volti. Ai cantori della verità la libertà di esprimere se stessi”. Solo la poesia può portare un giogo così perché la poesia deve mostrare perdono, essere ampia, deve far posto ad altri colori e ad altre modalità espressive(p. 82-83).

L’uso del simbolo è per il poeta Darwish flessibile, cambia a seconda delle necessità della poesia. In quanto palestinese “sono molto felice di essere figlio di questo luogo sul quale sono state scritte molte storie. Vivo in un paradiso di simboli. Per questo, senza esitazione parlo come un cristiano e, senza esitazione, attingo alla tradizione e alla mitologia ebraica” (p. 98). Io non sono io. Se la mia identità non ospitasse uno straniero non potrei conoscermi… Se fossi solo, senza l’altro, cosa potrei mai capire?”. (p. 129)

Tuttavia il processo di pace che sembrava delinearsi nel momento dell’intervista non nasconde le asperità di un percorso difficile e arduo. Ognuno è chiamato a rivedere la propria versione della storia: sia per un palestinese che per un ebreo quella è la sua terra. Ma bisogna ricordare che “Una pace vera è un dialogo tra due versioni. Voi dite che questa terra è vostra da sempre, come se la terra non avesse continuato ad avere una storia anche in vostra assenza, come se lì non ci fosse stato più nessuno e la terra avesse avuto solo il compito di aspettarvi. Non imponetemi la vostra versione e io non vi imporrò la mia. Va riconosciuto il diritto di ognuno a raccontare la propria storia. E la storia riderà di entrambi” (p. 108).

La letteratura e la poesia possono dare origine a uno spazio condiviso: il luogo è uno solo, purtroppo o per fortuna (non si può parlare con l’altro se l’altro crede solo che la Terra sia sua!). Però “la poesia araba e quella ebraica si incontrano nel modo di descrivere il paesaggio del Paese… Voi amate questo posto ed esprimete il vostro amore… come se parlaste a nome mio” (p. 110), tanto che quando si parla della nostalgia del ritorno non si distinguono l’ebreo o l’arabo.

Non posso ignorare il posto che Israele occupa all’interno della mia identità… È una realtà fisica e spirituale. Gli israeliani hanno trasformato i palestinesi e viceversa… Nell’uno si trova l’altro… Io ho bisogno di eterogeneità, mi arricchisce”. (p. 131)

Le vicende storiche hanno portato a due entità in una sola terra ed è un bene, dice Darwish, se si è giunti ad un dialogo ma a certe condizioni: “Io non sono contro la pace. Volevo che il Paese fosse diviso tra due popoli, e non un pezzo qui e uno là, ciascuno rinchiuso in un ghetto. Solo la cultura garantisce una pace reale”.

Critico verso il processo di pace che nel 1996 si stava delineando, Darwish ricorda che l’interesse internazionale per la questione palestinese è legata al fatto che il suo popolo è nemico di Israele: “Ci avete donato sconfitta, debolezza e popolarità… Non mi faccio illusioni: l’interesse internazionale verso la questione palestinese è un riflesso dell’interesse internazionale verso la questione ebraica”.

Però gli arabi hanno una responsabilità: non lasciare che solo gli ebrei prendano parte alla formulazione del loro destino perché i Paese arabi non discutono tra loro della direzione che sta prendendo questo processo di pace.

Per un palestinese come lui la sconfitta è “una chiave per la contemplazione del destino umano, una contemplazione che non è concessa al vincitore. La disperazione avvicina il poeta a Dio, lo riconduce all’inizio della scrittura, alla prima parola”. (p. 122)

Darwish ritiene che la pace passi da un futuro condiviso, da un perdono reciproco. Il futuro è più chiaro del passato perché i due popoli sono in guerra per il passato, sulla legittimità di entrambi ad avere una propria versione dei fatti di origine. “Noi siamo i due popoli più stupidi del mondo. Siamo così piccoli, bistrattati, come due <> che odiano i loro stessi fratelli. L’ideologia dello Stato e delle carte d’identità è ciò che ha creato il conflitto… Noi siamo veramente noi ?”… ”Proviamo invece a essere normali, è così necessario, per ognuno di noi, andare oltre alle varie storie e ai miti, altrimenti questo luogo finirà per inghiottirci”. (pag. 124-126)

L’altro (aher) è una responsabilità (ahrayut) e una sfida. Insieme facciamo qualcosa di nuovo nella storia. Il destino ce lo chiede” (p. 131-132).

Non sono un’esperta di letteratura né tantomeno di poesia ma questa intervista , agli albori di un passato che lasciava speranza per un processo di pace, l’ho letta con grande commozione e partecipazione. Quanta lucidità e quanto cuore!

La curatrice Francesca Gorgoni, nello sgomento dei giorni e dei mesi che stiamo vivendo, dedica la pubblicazione a tutte le donne e uomini ,arabi e israeliani che, in passato e ancora oggi, “collaborano a una soluzione politica senza attendere la fine della guerra, mettendo in pratica una solidarietà fuori dal comune che crea comunità e vicinanza. A tutti loro, i 'radicalmente empatici' ,questo libro è dedicato. Con l’augurio, usando le parole di Darwish e Yeshurun, 'che da questi due ne nasca un terzo'".

Ascoltiamo anche noi questo augurio di pace, riconoscenti che Darwish il poeta ci incoraggi ad aver cura dell’altro come parte di noi, a riconoscerci reciprocamente nella nostra condizione umana, a inventare, con la cultura e non con le armi, una lingua nuova e qualcosa di nuovo nella storia.

Arianna Tegani, Commissione educazione Gariwo

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