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Gli irriducibili della pace

di Chiara Zappa TS edizioni, 2025

“Scrivo queste righe, oggi, con il cuore spezzato. Questi sono tempi terribili per tutti coloro la cui anima sia in sintonia con il grido di madre natura, con il lamento e il dolore delle madri umane, con il tremore della terra, mentre gli eserciti e le macchine da guerra tuonano su di essa…Mi rifiuto di battermi per Israele senza battermi anche per la Palestina, così come tanti miei amici che sostengono la Palestina, sostenendo allo stesso tempo anche Israele. Noi, i milioni di israeliani e palestinesi che stiamo soffrendo e siamo torturati, non siamo la nostra leadership. Siamo esseri umani che sono stati rapiti negli oscuri tunnel della disperazione…Abbiamo bisogno dell’aiuto dell’intera famiglia umana per liberarci di queste forze oscure ed emergere alla luce…schieratevi per la pace, per l’umanità, per la dignità, per la vita…Prego per la fine di questo incubo. Prego, lavoro e credo, come ho fatto per tre decenni, e oggi più che mai, solo nella pace” (dalla Prefazione di Noa).

Da più di due mesi rimando la recensione di questo libro: quello che sta accadendo nel mondo e in particolare in Medio Oriente mi ha tenuta nel “tunnel della disperazione”. Ho temuto per le persone di cui racconta Chiara Zappa e ho pensato più volte non solo alla loro sopravvivenza fisica ma anche interiore: quali preoccupazioni avranno per sé stessi, i loro cari, i loro amici? Cosa penseranno di quello che dicono i loro politici e i potenti del mondo? Avranno ancora speranza? Sapranno immaginare un “dopo”?

Poi mi sono detta che la speranza non è un lusso ma un esercizio di umanità e di resistenza. Queste persone coraggiose e coerenti sono i nostri maestri: la loro voce non può essere nullificata dalle bombe. Sarebbe arrendersi, con la paura, alla parte ferina di noi stessi.

Chiara Zappa, giornalista che lavora per la rivista mensile “Mondo e missione” e per altre testate, ci presenta “gli irriducibili della pace” in Medio Oriente, coloro per cui “l’utopia che inseguono è in realtà la forma più chiara di pragmatismo. Perché è ormai evidente a chiunque che la forza, anche la più soverchiante, non potrà mai garantire incolumità e benessere a nessuna di queste due comunità talmente vicine da essere inseparabili. Destinate a convivere…con gli stessi diritti e uguale dignità, entrambe libere dal fanatismo e dalla discriminazione…Sono questi testimoni, e non i predicatori dell’odio, le avanguardie dell’unico futuro possibile nel cuore ferito del Medio Oriente” (p. 15-16).

Sono donne, giovani, insegnanti, soldati, lavoratori, abitanti di villaggi interi. Le loro storie sono bussole per orientare un cambio di mentalità: dall’asfissiante narrazione bellica a libere e disobbedienti storie di pace.

Eccone alcune.

C’è Layla Alsheikh che dal villaggio di Battir , dopo un’incursione dell’esercito israeliano nel 2002, cerca disperatamente di salvare Qusay, il figlio di pochi mesi, dagli effetti dei gas lacrimogeni portandolo all’ospedale di Betlemme. Ma il blocco dei check point dell’esercito, ritardando le cure, ne causano la morte. Dopo 16 anni da quel lutto mai elaborato, Layla partecipa, contro voglia, ad un incontro di Parents’ Circle , un’associazione di familiari, sia israeliani che palestinesi, che hanno perso in modo violento un membro della loro famiglia: per la prima volta riesce a parlare di tutto il suo dolore, della sua rabbia…finché, stremata, non può più proseguire. Una donna israeliana le si avvicina: “Ti chiedo scusa. Scusa, perché chi ti ha fatto soffrire è il mio popolo. Anch’io sono una mamma e posso percepire il dolore di cui parli, anche quello che non sei riuscita a pronunciare” (p. 29).

Layla capisce che deve partire dal dolore del suo lutto per cambiare le cose e coinvolgersi in quel gruppo di persone ferite ma non intrappolate dall’odio.

Alcuni anni dopo, portando la sua testimonianza, incontra Chen Alon, un alto ufficiale dell’esercito israeliano, che aveva impedito a un’auto che trasportava sei bambini malati, di oltrepassare il posto di blocco. Da quel dolore inflitto in modo ingiustificabile, era nata per Chen la scelta dell’obiezione di coscienza, pagata anche col carcere, la fondazione nel 2005 dei “Combattenti per la pace” e l’attività di cambiamento personale, sociale e politico con il “Teatro dell’oppresso”. “Sarò sincera, risponde Layla, …se tu non avessi avuto il coraggio di raccontare la tua storia qui davanti a me, guardandomi negli occhi, io non avrei mai potuto assolverti. Ma per la tua onestà, per non aver osato chiedere il mio perdono, io posso perdonarti” (p. 32).

È la pace a carissimo prezzo, mai scontata, difficilissima perché la sofferenza può accecare. È possibile anche dopo il 7 ottobre parlare di pace? Con le lacrime agli occhi Layla risponde: Io penso che proprio questo sia il momento per farlo. (…) È ora di dire basta. Non possiamo sederci ad aspettare che i nostri leader facciano qualcosa: abbiamo aspettato per più di 75 anni…solo i governanti possono firmare un accordo di pace. Ma solo noi, cittadini comuni, abbiamo il potere di fare la riconciliazione” (p. 35).

Ariella Ginger, psicoterapeuta israeliana che nel massacro del 7 ottobre ha perso diversi conoscenti, molti dei quali impegnati nella riconciliazione, ha fondato, già dal 2014 con un gruppo di amiche, la più grande realtà pacifista di base di Israele: la Women Wage Peace. “Uno dei problemi che ci impediscono di arrivare alla pace è la mancanza di comunicazione tra noi, anche dentro il nostro stesso Stato”. E allora, per conoscersi e parlarsi tra ebrei ed arabi, l’associazione ha fatto un passo in più: si è aperta alla collaborazione con attiviste palestinesi facendo un sodalizio con le esponenti di Women of the Sun, come Reem Al-Hajajreh. Scopo delle “donne del sole” è garantire più consapevolezza politica e maggiori opportunità alle donne arabe estromesse dallo spazio pubblico. Nel marzo 2022 le attiviste ebree e arabe hanno letto il commovente “Appello delle madri”.

L’ultima grande manifestazione congiunta di Women Wage Peace e Women of the Sun si è svolta il 4 ottobre 2023: “tre giorni dopo il mondo ci è crollato addosso”. Nonostante la guerra a Gaza queste donne non si fermano e nel marzo 2024 sia Reem che Yael-Admi, cofondatrice di Women Wage Peace, ricevono a Los Angeles un riconoscimento per essere, secondo la rivista “Time “, tra le “donne più influenti del 2024. Siamo diventate famose in un contesto tragico, perché oggi le persone cercano la speranza -dice Yael-. Questi giorni terribili sono una grande opportunità e dobbiamo fare di tutto per non perderla…Davvero, le soluzioni sono sul tavolo: ci serve il coraggio per metterle in pratica”. Reem rilancia: “Se tutto il denaro speso negli armamenti per portare avanti questa guerra fosse stato usato in modo diverso, avremmo potuto costruire ben più che due Stati!” (p. 70-71).

C’è la fattoria a Nahalin della famiglia palestinese Nassar che, nonostante i continui ordini di demolizione (20 dal 2015!) e le incursioni degli ebrei ultraortodossi, si rifiuta di considerare nemici chi compie questi atti. Sono una famiglia cristiana palestinese: hanno scelto di non reagire con la forza, né sedersi a piangere né tanto meno cedere e lasciare tutto. Rifiutiamo di essere vittime, così come rifiutiamo di odiare: nessuno può obbligarci a farlo. Come cristiani crediamo nella nonviolenza, perché non si può combattere il male con altro male, e nella giustizia.(p. 78).

Così per i Nassar gli ostacoli sono diventate sfide: se tagliano i collegamenti alla rete elettrica, installano pannelli solari; se tolgono l’acqua, montano cisterne per raccogliere quella piovana; se vietano di costruire nuovi edifici, creano spazi sottoterra. “Ogni volta, rialzarci da queste disgrazie per noi è durissima, ma non cediamo: saniamo gli appezzamenti bruciati, ripariamo i terrazzamenti, piantiamo nuovi alberi e nuove viti” ( p. 84-85) Nel corso degli anni la battaglia della famiglia ha coinvolto tante persone che hanno deciso di sostenerla dando una mano nelle mille mansioni quotidiane, trasformando la fattoria in un luogo di condivisione dove tutti sono i benvenuti ( cristiani, musulmani, ebrei attivisti per i diritti umani) nella “Tenda delle Nazioni”. 

Prima del 7 ottobre ogni anno la fattoria accoglieva quasi 7000 volontari e d’estate c’era un campo per una cinquantina di bambini che, attraverso la musica, il teatro e tanti laboratori, possono uscire dalla loro situazione difficile e provare a contrastare la mentalità vittimistica che li circonda. Anche oggi, con la guerra a Gaza, ci vuole giustizia: pensare solo alla propria sicurezza, dimenticando i diritti dell’altro, non porterà stabilità. Temo - dice Daoud Nassar- per i giovani palestinesi che stanno crescendo ostaggio di questa rabbia, ecco perché attraverso le nostre attività cechiamo di trasformare l’energia negativa in una forza positiva che possa costruire e non distruggere” (p. 89).

E poi il professor Mohammed Dajani Daoudi che con il Movimento Wasatia (“la via di mezzo”) porta gli allievi dell’Università Ben Gurion nel campo Dheisheh per ascoltare la storia della Nakba e giovani arabi ad Auschwitz. “Wasatia” nel Corano indica l’equilibrio, la giustizia e la tolleranza. “Ho deciso di partire da questo concetto per dare voce a quei palestinesi che non si sentono rappresentati dall’interpretazione fondamentalista di Hamas(p. 103). Il Movimento organizza conferenze e seminari accademici, promuove incontri di dialogo interreligioso, realizza programmi educativi per gli studenti. Oggi” ciò che dovremmo gridare, tutti insieme, è: Palestina e Israele liberi, dal fiume al mare, dall’occupazione, dai pregiudizi, dal bigottismo, dalla violenza. La lotta dovrebbe essere tra gli estremisti e i moderati che vogliono condividere la terra vivendo fianco a fianco.(p. 106). Bisognerà cambiare i libri di testo per non educare all’odio, da una parte e dall’altra: per il professore, custode della pluralità, “l’unico modo per riuscirci è conoscere la cultura, la fede, la storia di quello che ci è presentato come il 'nemico'. Imparare a dare un nome alla sofferenza dell’altro non ci rende meno nazionalisti, ma solo più umani“ ( p. 109).

Nel libro troverete le scelte dei giovani israeliani Tal, Sofia e Ben che, per motivi etici, rifiutano di arruolarsi nell’esercito, pagando con il carcere (e non solo) il loro rifiuto. Nella sua dichiarazione pubblica di obiezione di coscienza Sofia Orr conclude: “Non voglio arruolarmi perché voglio creare una realtà in cui tutti i bambini tra il fiume e il mare possano sognare, senza gabbie…Non siamo “noi” contro “loro”. La sicurezza e l’incolumità saranno raggiunte solo quando entrambe le parti vivranno con dignità: o perderemo tutti in guerra o vinceremo tutti in pace” (p. 163).

Ascolterete il racconto sofferto di suor Nabila, uscita da Gaza per gravi motivi di salute: la scuola “Rosary Sister School” e la parrocchia della Sacra Famiglia (a cui papa Francesco telefonava ogni giorno) rappresentavano una grande speranza per il futuro di tanti studenti e famiglie musulmane. Le sue parole descrivono quanto ha visto di persona attraversando la Striscia, da nord fino al valico di Rafah. “Bisognerà ricominciare a curare le ferite dei ragazzi, mille volte più profonde di prima. Eppure, solo da lì, dall’educazione, si potrà ripartire per provare a disinnescare l’odio e il fanatismo…La guerra porta solo morte e distruzione, nessuna soluzione ai problemi. Il Papa è l’unico che non ha mai smesso di ripeterlo, mentre i leader del mondo sono rimasti a lungo in silenzio di fronte all’agonia di un popolo intero. Che invece ha il diritto di vivere, come qualunque altro popolo” ( p. 146).

L’ultimo capitolo è dedicato al villaggio di Neve Shalom Wahat al-Salam, fondato da Bruno Hussar a ovest di Gerusalemme nel 1972: Samah Salaime e Nir Sharon raccontano la loro storia personale e familiare. Dopo il 7 ottobre tutto è diventato più difficile e doloroso e dice Nir, “in questo momento è molto difficile mantenere la complessità, ma la pace è complessità. La terminologia che sentiamo intorno a noi - “vincere, perdere, giusto, sbagliato” - è binaria, invece la pace è il contrario.Vuol dire condannare quello che è successo il 7 ottobre e al tempo stesso denunciare che ciò che vediamo a Gaza è inaccettabile” (p. 197) “Non si tratta (ebrei e arabi) di diventare migliori amici, ma di convivere nel rispetto dell’altro. Noi siamo la dimostrazione che è possibile(p. 200). 

Si, bisogna narrare queste storie. Bisogna cercare di essere migliori dei propri leader, parlare ed agire, come cittadini responsabili, in modo così deciso e chiaro da accordare il nostro consenso solo a progetti per i quali, dal basso, siamo disposti a fare la nostra parte, per quello che possiamo. Questo cambia.

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