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Sulla mia terra. Storie di israeliani e palestinesi

di Francesca Mannocchi DeAgostini 2024

In un suo intervento di pochi mesi fa sui conflitti nel mondo, Francesca Mannocchi, giornalista e scrittrice di grande intelligenza e sensibilità, ha letto alcune frasi della bielorussa Svetlana Aleksievič, Nobel del 2015, in esilio in Germania da quando Putin ha invaso l’Ucraina.

La scrittrice ricorda il villaggio in cui è nata e cresciuta, un ambiente di sole donne che avevano salutato padri, mariti e fratelli partiti per la Seconda guerra mondiale. Quelle donne parlavano di amore non di morte, raccontavano le storie in cui salutavano i loro uomini prima di partire e l’attesa di anni, pronte ad accogliere chi amavano anche se ferito, amputato, debole. Svetlana, in tempo di guerra, ha imparato cos’è l’amore e la stessa cosa, racconta Mannocchi, le diceva sua nonna: voi giovani che non avete conosciuto la guerra, non sapete che, anche sotto il sibilo delle bombe, le persone si amano, piantano fiori, si innamorano e si sposano.

Questo, conclude la giornalista, è quello che noi non raccontiamo mai, quello che della guerra resiste perché c’è qualcuno che crede che il futuro possa andare diversamente.

Ma le guerre di oggi sembrano infinite, generazioni nascono e vivono vedendo solo morte, i bambini non ascoltano discorsi d’amore ma di odio e vendetta, imprigionati in una vita e una narrazione che non dà scampo al desiderio di normalità e pace… “mors tua vita mea”. È il suicidio di ogni popolo che sceglie la guerra come unico strumento di gestione dei conflitti.

Come parlare di una guerra tra israeliani e palestinesi che dura dal 1948, che parla di due popoli sulla stessa terra che ognuno ritiene sua? Perché esistono campi profughi, come quello di Jenin, che fino al novembre 2023 aveva al suo ingresso un cartello, ora distrutto, con scritto: “Stazione d’attesa prima del ritorno” e dal 1953 i suoi abitanti sono ancora lì? Perché esistono eserciti come quello di Israele in perenne assetto di guerra, in cui l’arruolamento è la norma per le ragazze e i ragazzi, fa parte dell’identità nazionale e la preparazione comincia sui banchi di scuola quando si è ancora adolescenti? Perché, da entrambi le parti, l’ossessione di estinguere il Nemico, il Male assoluto attorno a sé non fa che partorire nuove vittime e nuovi nemici?

Il libro, scritto per i ragazzi delle scuole, è documentato e ricco di informazioni storiche, dal 1948 ad oggi, indispensabili per capire il contesto in cui è avvenuta la strage del 7 ottobre 2023 ad opera dei terroristi di Hamas e la risposta di Israele nella striscia di Gaza.

La giornalista usa termini precisi e li definisce con grande cura in alcune schede che corredano il testo: kibbutz, Nakba, striscia di Gaza, Hamas, sionismi, coloni, avamposti e insediamenti nei territori occupati, ordine di demolizione, leva militare, riservisti, refuseniks, Jihad islamica, detenzione amministrativa, campo profughi, Unrwa.

È importante spiegare ai ragazzi che questo è il linguaggio del conflitto mediorientale e che alle parole corrisponde una precisa realtà che per noi è difficile anche solo immaginare: “Ho sentito l’esigenza di scrivere questo libro perché il presente sembra una fiumana d’acqua quando, improvvisamente, si rompe una diga. Perché ci sono tante parole intorno a me, intorno a voi, tante immagini su cui credo sia necessario fare ordine”. (p. 6)

Mannocchi lo fa mettendosi in ascolto, con le sensazioni, con i colori e i profumi del posto, con quello che vede e prova, con quello che cerca di capire per poter portare anche noi lettori in quei luoghi e raccontare le storie degli altri.

E ha atteso, sperando che quelle parole che ha sentito e riportato nel libro superassero la tentazione del silenzio attonito, del “non c’è niente da fare”.

“E invece no, ragazze e ragazzi, c’è sempre qualcosa da fare. Tornare indietro, riavvolgere il nastro, rimettere in fila gli eventi, provare a capire, disporre il nostro orecchio all’ascolto di tutti, per cercare se non di sentirli come fratelli almeno di comprenderne le ragioni: è lo scomodo posto del punto di vista. (…) Perché è lì, nell’Altro che non conosciamo, nella fiducia che riponiamo in un ascolto senza pregiudizi, che si fonda la nostra comprensione del mondo “( p. 6-7).

Mannocchi mantiene la promessa di questo impegno in un testo che ci porta per mano, insegnanti e ragazzi, in una realtà molto complessa e conflittuale che, attraverso le vite dei protagonisti, è un invito a non smettere “mai di credere negli esseri umani”. Non dà giudizi ma narra di volti ed esistenze: possiamo cogliere da soli, con empatia e intelligenza, quando il circolo vizioso dell’odio non lascia orizzonti di futuro e quando si aprono, timidamente ma con convinzione e tenacia, spiragli di vita, gli unici che, come diceva la nonna di Francesca Mannocchi, permettono di piantare fiori, innamorarsi, credere nel futuro.

La giornalista parte per questo viaggio raggiungendo le colline a sud di Hebron, dove il territorio è diviso in zone sotto il controllo dell’Autorità palestinese e altre controllate dalle forze armate israeliane. In Cisgiordania (West Bank) il territorio, occupato da insediamenti illegali (per il diritto internazionale) da parte dei coloni, separa a macchia di leopardo le aree palestinesi impedendo la possibilità di uno stato palestinese perché geograficamente impraticabile.

In quella terra tutto, da una parte e dell’altra, sembra condannare gli abitanti all’irrealizzabilità di una convivenza pacifica. Tre milioni di palestinesi dei territori occupati sottostanno alla legge marziale e alla detenzione amministrativa: possono rimanere in carcere anche otto giorni senza vedere un giudice ( gli israeliani ne hanno diritto dopo solo 24 ore), possono essere arrestati anche i minori, di notte, con interrogatori senza la presenza dei genitori, i detenuti amministrativi sono trattenuti con la procedura della “detenzione preventiva”, su informazioni di intelligence secretate , non condivise con i prigionieri e neppure con i loro avvocati.

Difficile riconoscere in questo comportamento i tratti di un paese democratico che, come diceva Popper, si distingue da come tratta le minoranze, non dal semplice fatto che chiama gli elettori alle urne: “il criterio di una democrazia è questo: …se gli uomini al potere non salvaguardano quelle istituzioni che assicurano alla minoranza la possibilità di lavorare per un cambiamento pacifico, il loro governo è una tirannia” (“La società aperta e i suoi nemici”, Armando, Roma, vol 2, p. 210)

Raed, studente in economia e addetto alle vendite in un negozio di Hebron, è stato arrestato due volte, a quindici e a diciannove anni, nonostante non faccia parte di alcuna organizzazione politica. Era in carcere da quattro mesi quando c’è stato il 7 ottobre: i detenuti sono stati privati di fornelli, tv e radio, di acqua e elettricità, del cambio dei vestiti, insultati e picchiati. Già nel 2015 un rapporto delle Nazioni Unite sulle carceri israeliane scriveva di abusi e umiliazioni, torture fisiche e intimidazioni psicologiche …Raed finisce il suo racconto così: “Ho imparato a trovare dentro di me la forza per sopportare il carcere e per sopportare la paura di finirci di nuovo quando sono a casa.

Ma c’è una cosa che non riesco a sopportare: essere definito un terrorista, questo no. Non è giusto”. (p. 229) Rilasciato a novembre 2023 quando nei giorni del cessate il fuoco alcuni ostaggi sono stati scambiati con i detenuti palestinesi, tra cui Raed, tutti i palestinesi in attesa di rilascio sono stati definiti “terroristi”: la lezione è che in guerra le parole sono sottoposte ad inganno. Raed non cova sentimenti di vendetta ma vorrebbe una giustizia fatta di istruzione e fatica, di un futuro possibile.

Abu Muhammad ha vent’anni, è nato e cresciuto nel campo profughi di Jenin: ha sempre sognato di iscriversi all’Università poi ha passato due anni in carcere e quelle mura hanno spento i suoi sogni, convinto che la sua sarebbe stata solo una vita di ingiustizie subite e “allora preferisco combattere per difendermi che essere ucciso senza averci provato”. A differenza di Raed ha imbracciato le armi ma è un ragazzo triste, che vive una vita opposta a quella desiderata.

Quando la giornalista incontra anche Ibrahim che dopo un raid israeliano raccoglie i pezzi di ciò che è rimasto, non le dice “ho paura” ma che da grande vuole “combattere”: Ibrahim frequenta la seconda elementare, ha sette anni. Conclude Mannocchi: “faccio quello che cerco di fare sempre…ascoltare senza giudicare. Perché delle cose che racconto mi interessano i processi che le generano…non vi racconto le loro storie per strapparvi una sentenza, vi racconto le loro storie per animarvi delle domande…Come si può spezzare questo circolo vizioso di violenza?” (p 162).

Francesca Mannocchi ci parla di due donne, due sguardi diversi sugli insediamenti. C’è lo sguardo di Daniella Weiss, “la madrina dei coloni”, che aiuta chi vuole vivere in Cisgiordania a costruire nuovi insediamenti. Abita a Kedumin, è stata sindaca due volte in quella città dove ora vive il ministro delle finanze del governo di Netanyhau, Smotrich, anche lui come Ben -Gvir (ministro della sicurezza nazionale) esponente dell’ultradestra religiosa.

Per i coloni la Terra santa appartiene a loro ed essere coloni significa rispondere alla volontà di Dio. È la comunità internazionale, ONU compreso, che non capisce che non c’è occupazione di una terra che è tua da tremila anni: non ci può essere che un unico stato, quello di Israele, in cui i palestinesi potrebbero vivere ma non con i medesimi diritti, da semplici residenti, senza votare ed essere rappresentati.

C’è anche lo sguardo di Erella Dunayevsky, attivista israeliana che da decenni in Cisgiordania aiuta i due popoli a conoscersi dedicandosi a costruire relazioni interpersonali in risposta ai danni creati dall’occupazione, partendo dai singoli. “Il cuore delle nostre visite, -dice- non sono gli aiuti materiali, è il valore simbolico dell’incontro, soprattutto dopo il 7 ottobre. “Puoi togliere la terra alle persone, la loro proprietà, forse anche la salute, ma non puoi privare le persone della possibilità di avere relazioni. Nessuno ci porterà via la fiducia reciproca che abbiamo costruito in vent’anni” (p. 253). Erella sa che c’è un prezzo da pagare: la solitudine, mentre cerca ogni giorno di rimanere calma, lucida e capace di non odiare gli altri.

Come si resiste dentro questa terra che da decenni è in guerra?

Lo sintetizza il motto di Juliano Mer-Khamis, ucciso nel 2011, attivista israeliano, figlio di un’ebrea e di un cristiano palestinese: La terza Intifada sarà culturale. Non siamo artisti di costruzioni, ma costruttori della società”. (p. 173)

A Jenin c’è il Freedom Theatre: lo si raggiunge attraverso una stradina piena di murales con i volti dei fondatori, tra cui quello di Jiuliano e del noto poeta palestinese Mahmoud Darwish che affermava di essere lui stesso il risultato di tutte le culture che sono passate su quella Terra: quella greca, romana, persiana, ebraica, ottomana perché “tutte contribuiscono a creare l’essenza della mia lingua…Sono figlio anche della cultura ebraica che era in Palestina”. “Io non sono io. Se la mia identità non ospitasse uno straniero non potrei conoscermi…Se fossi solo, senza l’altro, cosa potrei mai capire?” Gli israeliani hanno trasformato i palestinesi e viceversa…Nell’uno si trova l’altro…Io ho bisogno di eterogeneità, mi arricchisce… Solo la cultura garantisce una pace reale”. (“Con la lingua dell’altro”, p. 131)

Mustafa Sheta è il direttore operativo del teatro, e si autodefinisce un “combattente culturale”: “ I ragazzini di Jenin crescono credendo che la violenza sia l’unico mezzo per raggiungere un obiettivo e questo non accade perché nascono <>, nessuno nasce estremista” ( p. 178). Accade perché vedono amici uccisi o in detenzione amministrativa senza motivo, raid di soldati, morte e devastazione.

Nella notte tra il 12 e 13 dicembre 2023 nel campo di Jenin una violenta incursione armata ha distrutto anche il Freedom Theatre. Ahmed Tobasi, direttore artistico, e Mustafa Sheta sono stati arrestati in detenzione amministrativa e quest’ultimo (nell’estate 2024) è ancora in carcere. “Tutto è stato distrutto -dice Tobasi- questo è un teatro. Non è una casa di terroristi. Non ci sono armi. Ci sono libri, immagini, macchine fotografiche, musica, strumenti. “( p. 182)

Chi resiste quindi?

Iddo Elam, un ragazzo israeliano di diciassette anni, cresciuto in una famiglia di pacifisti, e il suo amico Tal Mitnick. Entrambi sono refusenik, obiettori di coscienza che dopo il 7 ottobre, insieme ad altri duecento adolescenti hanno scritto una lettera aperta per annunciare che non vogliono partecipare al servizio militare obbligatorio, facendo così un atto pubblico di disobbedienza. Iddo non ha smesso di parlare con i suoi amici palestinesi e ha visto cosa significa l’occupazione. Lui e i suoi amici israeliani sanno che pagheranno col carcere il loro rifiuto di partecipare alla guerra a Gaza.

Resiste Guy Hirschfeld, attivista israeliano che col suo gruppo “Looking the Occupation in the Eye” cerca di proteggere la comunità palestinese dalla violenza dei coloni. “Perché lo fai” chiede Francesca Mannocchi, “Perché la mia umanità non si arrende”. (p. 259)

Resiste Gili, giovane israeliana che si è unita al gruppo di Guy dopo il 7 ottobre: ha perso un amico, ucciso dai miliziani di Hamas al Nova Festival. In lei c’era solo sete di vendetta. È cresciuta in una famiglia in cui circolavano frasi del tipo “l’unico arabo buono è l’arabo morto”. Non aveva dubbi perché tutto disumanizzava i palestinesi, cattivi nel profondo, esseri umani diversi. Poi ha visto le immagini di Gaza: non era la risposta al suo dolore. Si è chiesta che cosa può spingere una persona a diventare un terrorista ed è partita da casa sua per conoscerli quegli arabi. “Se sono qui è perché non voglio perdere la speranza… (p. 267) “perché credo negli esseri umani nonostante tutto”. La stessa risposta che la giornalista ha ricevuto da Tariq, un pastore palestinese nella sua tenda a Umm al-Khair, in Cisgiordania.

A noi, che leggiamo le loro storie, riconoscere chi sta rammendando il mondo immaginando un’alternativa possibile alla spirale dell’odio.

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