Mattia Ferrari, autore del libro qui recensito, è uno dei tanti che per tutto il 2024, a sua insaputa, è stato spiato dal software di hacking israeliano Paragon. Il cappellano a bordo della nave umanitaria di Mediterranea è finito nella lista di coloro che sono stati oggetto di un "sofisticato attacco sostenuto da entità governative non meglio identificate" insieme ad altre persone tra cui Luca Casarini, capo missione e tra i fondatori della ong Mediterranea.
Il problema dei migranti è uno dei temi centrali di cui si discute in una Unione Europea divisa tra Paesi che cercano di fermare quest’onda migratoria, di dimensione mondiale, ognuno a suo modo. Sicurezza e garanzia dei confini sono le parole d’ordine. Anche la nuova amministrazione americana ha subito messo mano a soluzioni drastiche, come aveva ampiamente promesso.
Se vogliamo analizzare il problema della crisi migratoria è indispensabile farlo cogliendone le radici in una prospettiva di complessità del fenomeno che si lega ad altri fattori. Il merito del libro di don Mattia Ferrari è questo: analizzare con intelligenza ciò che accade e rianimare il cuore, palestra generativa della nostra comune umanità, per aprire orizzonti di fiducia e speranza future, “la via che ci porta a salvare non solo gli altri ma anche noi stessi” (p. 246).
Don Mattia Ferrari racconta nel libro il suo percorso personale che intreccia la realtà locale in cui è nato e vissuto (Modena, Nonantola) a quanto accade nel Mediterraneo. Nel giugno 2018 Luca Casarini, noto attivista e leader del movimento no global, fonda Mediterranea Saving Humans, una piattaforma che raccoglie tutte le persone di buona volontà nella missione di salvare i migranti, unendo mondi diversi tra loro (centri sociali e chiesa).
Don Mattia è autorizzato dal suo vescovo Erio Castellucci a diventare il cappellano di Mediterranea e da quel momento si apre per lui la possibilità di salire a bordo della Mare Jonio, conoscere la realtà dei migranti e delle mafie libiche, condividere a Roma (dove studia scienze sociali alla Gregoriana) molte amicizie con giovani come lui e con la realtà di Spin Time , vero movimento popolare e centro di “rigenerazione urbana “che ha sede nel rione Esquilino . Quattrocento persone di 27 nazionalità differenti che vivono in un palazzo occupato: bambini, giovani coppie, anziani soli, persone che hanno perso la casa e vivono in povertà ma protagonisti del loro riscatto attraverso la convivenza fraterna, i laboratori e le attività culturali del centro.
La crisi dei migranti nel Mediterraneo si è acuita dopo la grande operazione “Mare Nostrum”, ( 2013-2014) quando l’Italia e l’Europa hanno progressivamente ridotto le operazioni di soccorso in mare: i flussi, ritenuti troppo elevati da parte della politica e di certa opinione pubblica, hanno portato il governo italiano e l’Unione europea , nel 2017, a stringere accordi con la Libia affinché, in un ampio tratto di mare sia la cosiddetta “Guardia costiera libica” a soccorrere i migranti e ci sia la zona SAR (Search and Rescue) libica per affidare ufficialmente alle autorità di quel Paese il compito di coordinarne il soccorso . Ma la Libia non è certo un Paese sicuro.
Nel secondo dopoguerra la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, all’art. 33, ha stabilito il diritto umano internazionale al “non refoulement” cioè al “non respingimento”: chi fugge da un’area in cui la sua vita e incolumità sono a rischio, non può essere riportato in quella stessa area. Gli accordi con la Libia invece “si fondano sulla strutturale, sistematica violazione di questo diritto umano internazionale” (p. 53). Il caso del generale libico Almasri, accusato dalla Corte penale Internazionale di crimini contro l’umanità e crimini di guerra, e le scelte politiche fatte dal governo italiano dimostrano quanto siano violati sia i diritti dei migranti che le istituzioni finalizzate al loro rispetto.
Perché il Mediterraneo è l’emblema di questa crisi?
Come dice Carola Rackete, ambientalista, attivista e comandante della nave tedesca Sea-Watch: “fino a quando questo sistema economico continuerà a produrre una disuguaglianza sociale così profonda e la natura sarà sfruttata pressoché in ogni angolo del pianeta, le persone affideranno le loro vite a barche sulle quali nessuno sceglierebbe mai liberamente di viaggiare. Ed è questa la ragione per cui non ci troviamo di fronte a una crisi migratoria. Ci troviamo di fronte a una crisi della giustizia globale “(p. 107).
Parole che confermano quanto ha scritto anche papa Francesco nella “Laudato sii”: “Non ci sono due crisi separate, una ambientale e l’atra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale “(LS 139). A cui aggiungiamo la crisi della democrazia, le guerre attive nel mondo sempre più violente e durature, il non riconoscimento delle Istituzioni internazionali nate dalle tragedie della Seconda Guerra Mondiale. Quali le radici di questa svolta pericolosa che mette a rischio gli ideali di convivenza pacifica e le speranze per un futuro più equo e rispettoso della nostra comune Terra madre?
“Il problema, dunque - va detto chiaramente- è il capitalismo. Le scienze sociali lo sanno bene” (p. 123) Naomi Klein, esperta dei problemi della globalizzazione neoliberista, sa che le azioni richieste per un cambiamento sono una sfida diretta al “paradigma economico imperante” che accomuna Paesi di diversa connotazione ideologica. I due capitoli che Mattia Ferrari dedica a “La violenza simbolica” e a “L’individualismo” sono fondamentali per comprendere la situazione attuale.
“La violenza simbolica consiste nel tentativo da parte dei dominanti di imporre visioni del mondo, schemi di percezione, strutture mentali” (p. 138). E’ un potere quasi “magico” che permette di ottenere l’equivalente di ciò che si ottiene con la forza e funziona quando le “vittime” non riconoscono l’arbitrarietà delle strutture che il potere impone che quindi appaiono giuste: è per esempio il caso del patriarcato che fa accettare come normali comportamenti di dominio sulle donne.
Anche i fondamentalismi hanno questa radice simbolica e si caratterizzano per la “comune tensione utopica di rifondare, su basi religiose, i legami sociali e la riscrittura del patto di solidarietà etico-politica che dovrebbe fondare la legittimità di uno Stato”.
È in atto nel mondo la ripresa dell’utopia dello Stato etico con la volontà di avere un’influenza religiosa diretta sulla dimensione politica, avendo come obiettivo la fusione tra religione e Stato, tra legge morale e legge civile. Lo spostamento sempre più a destra della politica a livello mondiale, la pretesa di dare un’unica interpretazione del mondo (se esiste una verità già scritta, si può applicare senza mediazioni o imporla con strumenti di dominio e potere), la creazione di “confini” non solo territoriali ma soprattutto cognitivi e di appartenenza etnica, sociale, gerarchica sono solo alcune delle conseguenze della violenza simbolica.
Il neoliberismo economico ha infettato il sistema attuale con il suo virus più letale: l’individualismo radicale che “ci fa credere che tutto consiste nel dare briglia sciolta alle proprie ambizioni, come se accumulando ambizioni e sicurezze individuali potessimo costruire il bene comune “(Fratelli tutti, 105).
Per la filosofa Wendy Brown il neoliberismo è un progetto di società che trasforma lo Stato in un manager della nazione “e svuota in gran parte di sostanza la cittadinanza democratica e persino la sovranità popolare” (p.162) per proteggere le gerarchie tradizionali attraverso mercati sregolati e valori morali conservatori che difendono da quei cambiamenti che vorrebbero eliminare le disuguaglianze.
Già De Tocqueville l’aveva profetizzato quando, studiando la democrazia americana, aveva individuato il cosiddetto “dispotismo morbido”: gli uomini diventano “intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari … e ognuno di essi, tenendosi da parte, è quindi estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli e i suoi amici formano per lui tutta la specie umana…”. I concittadini diventano una folla di uomini isolati su cui un nuovo dispotismo si eleva per assicurare beni e vigilare sulla loro sorte “purché non pensino che a divertirsi…rendendo meno necessario e più raro l’uso del libero arbitrio”, riducendo lo spazio d’intervento e togliendo ad ogni cittadino “perfino l’uso di sé stesso “(p. 166-167).
Ma siamo davvero egoisti per natura? Il neoliberismo ha postulato e prodotto l’homo oeconomicus e ha scelto la prospettiva di Hobbes: un homo homini lupus, in continua competizione con i propri simili. Le conseguenze sociali sono lo sgretolamento delle strutture di socializzazione politica che permettevano di dare significato e futuro alla vita in comune: ci si ripiega sui beni materiali, i cambiamenti sono vissuti come una minaccia, le persone diventano “figli del vuoto” (Glucksmann) . La società diventa sempre più ansiogena: rabbia, rancore, frustrazione, invidia generano soggetti rivendicanti che trovano soddisfazione in leader “autoritari” capaci di ristabilire ordine diseguale e gerarchie. Finisce l’empatia, trionfa il “me ne frego”. Ecco perché quando un gruppo di persone pensa e costruisce un altro universo simbolico è vissuto come eretico e pericoloso.
Il primo passo per cambiare è “una sovversione cognitiva” cioè un cambiamento radicale di come pensiamo la vita e il mondo. Per farlo, dicono i sociologi, servono sentimenti capaci di toccare i cuori: secondo Vilfredo Pareto “i ragionamenti, per agire sugli uomini, hanno bisogno di trasformarsi in sentimenti” (p. 205)
Riferisce Mattia Ferrari che quando Luca Casarini ha incontrato l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, il monsignore gli ha detto: “…dopo decenni di militanza…ora torni a metterti radicalmente in gioco accanto agli ultimi, vai di nuovo incontro a insulti, calunnie, denunce, rischi la tua stessa vita.
Allora io ti chiedo: cosa ti muove?” (p. 208). Casarini risponde: “Non riuscivo più a dormire la notte perché mi si contorcevano le viscere” a pensare agli ultimi che muoiono in mare.
Questo splagchizomai (= compassione viscerale) è un verbo utilizzato nella Bibbia per indicare un amore divino: solo una volta è usato per descrivere il comportamento di un essere umano, quello del samaritano.
È un atteggiamento che cambia la persona e la storia, che rende felici perché è vita piena. È l’esatto contrario dell’indifferenza: non possono esserci il mio bene e la mia felicità “contro”, in “competizione” con l’atro ma solo con lui. Il cambiamento nasce da questo sguardo nuovo e da un “cuore di carne” che non si isola ma compartecipa della sorte di chi, nelle nostre opulente e arroganti società, vorrebbe dichiarare che alcuni sono meno uguali di noi, devono abitare “periferie esistenziali” ed essere“prodotti di scarto”.
“Non per condividere l’odio, ma per condividere l’amore io sono nata”, dice Antigone a Creonte: disobbedire a leggi ingiuste in nome della dimensione umana del bene, dell’amore per l’altro simile a me è la vera legge.
Nella Postfazione di Marco Damilano al libro, il giornalista ricorda le parole del cantautore Ultimo: “Essere giovani è tremendo, non conosco un mio coetaneo che voti o preghi. I giovani sono anestetizzati, fermi. Aspettano un domani che non arriva e non arriverà”. Di fronte a urne disertate e chiese vuote, servono un sogno, una fiducia, una speranza: credere significa deporre il proprio cuore in qualcosa o qualcuno, in un significato, in un ideale che possa ridare energia e vita alle persone e alla società. Non denaro.
Mattia Ferrari ricorda uno dei motti di Spin Time: “sognatori ribelli verso orizzonti comuni”. Innanzitutto, la nuova umanità che può uscire da questo travaglio di sangue e violenza, di vuoto da incubo, di isolamento e paura ha bisogno del sogno di nuove relazioni. Come dice Damilano: “La fiducia non è un atto solitario. La fiducia è inclusiva, è riparazione, ricostruzione, rigenerazione, resurrezione. La fiducia è il primato della relazione con l’altro. <<È una nuova umanità che vuole farsi, è il moto inarrestabile della storia>>, diceva Aldo Moro nel 1968.” (p. 254)
Mattia Ferrari ha scritto questo libro per aiutarci a individuare e conoscere gli ostacoli al mondo nuovo, alle forme di dominio che vogliono farci credere che nulla può cambiare : “ ciò di cui non si parla non esiste”… e allora parliamo e facciamo conoscere la forza del bene, le scelte di persone “ ribelli” alle bugie del nostro sistema che ci irretisce , che ci governa con il terrore dell’altro, che manipola la realtà e i fatti , che accetta che tanti nostri giovani siano vuoti , tristi, disperati, sopraffatti da una scuola e un mondo del lavoro competitivi, disorientati rispetto ad un futuro migliore che sembra non arrivare mai.
Ma il futuro passa dalla loro mente e dal loro cuore: “un giovane gioioso è difficile da manipolare, è per alcuni motivi di fastidio. Ci sono molti modi per rendere i giovani silenziosi, anestetizzarli e addormentarli perché non facciano rumore. (…) (c’è) chi vuole cancellare la compassione, addormentare la solidarietà, spegnere gli ideali, rendere insensibile lo sguardo (con) il grido del <>. (…) Sta a voi la decisione…Voi griderete? Per favore, decidetevi prima che gridino le pietre” (papa Francesco, marzo 2018, domenica delle Palme) .
Se disertiamo le urne o scegliamo leader politici che sono lo specchio di una società “vecchia”, arrogante e sulla difensiva non possiamo poi far ricadere solo sulla politica ogni responsabilità. Martin Luther King lo sapeva bene e scriveva: “Abbiamo bisogno di una leadership intelligente e coraggiosa…Un momento come questo richiede forti intelligenze. Grandi cuori, fede sincera e mano pronta, leader che la brama di potere non può uccidere, leader che le ricchezze della vita non possono comprare, leader con opinioni loro e volontà, leader che abbiano cuore, leader che non mentano, leader in grado di affrontare il demagogo e che mandino al diavolo le sue false lusinghe senza battere ciglio, leader alti, coronati di sole, che vivano al di sopra della nebbia nell’impegno politico, pubblico e che nell’opinione sia indipendente”. A noi la responsabilità della scelta.
