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Olocaustico

di Alberto Caviglia Edizioni Giuntina, 2019

Verum et falsum convertuntur

Come non appioppare questo sottotitolo al romanzo di Alberto Caviglia che scherza col fuoco nel suo romanzo a partire dal titolo deformante in senso ironico e digestivo il termine della tragedia senza precedenti dello sterminio degli Ebrei che avvenne a partire dalla Germania nazista dal 1937 e nei paesi alleati o occupati dall’Asse Roma Berlino fino al 1945?

Caviglia è autore del nostro tempo se il nostro tempo non è che il tempo della esclusiva appariscenza in cui non è più possibile appurare alcuna certezza e verità. A dispetto della degnità di Giovan Battista Vico, verum et factum convertuntur, l’ignoranza delle cause e delle origini, la forza ammaliante della fantasia dominano le opinioni che attraverso l’indiscriminata pratica della manipolazione di massa raccoglie consensi, produce maggioranze che assegnano poteri senza coscienza e scienza della complessità veramente complicata in cui siamo immersi. Ma non bisogna disperare e Caviglia non dispera e non ci vuole disperati. Il suo romanzo è una parabola provocatoria estremamente caustica sul modo di concepire e ricordare o negare la Shoah in primo luogo in Israele e di seguito, a cascata, in tutto il mondo globalizzato.

Il protagonista è un giovane ebreo romano non praticante che si è trasferito a Tel Aviv a motivo del suo sogno di diventare un grande regista e che, en passant, riesce a sbarcare il lunario con la sua composita e precaria troupe come dipendente della Yad Vashem, il museo della memoria della Shoah. Ha il compito di registrare le testimonianze degli ultimi sopravvissuti della prigionia nei lager di sterminio nazisti. Nel loro annoiato procedere di registrazione della memoria storica degli anziani che si sono finalmente decisi a raccontare, la troupe si trova ad affrontare due sfide capitali per la sopravvivenza. La prima realistica si fa di colpo attuale: la morte dell’ultimo sopravvissuto disposto a raccontare la sua prigionia. Come accrescere l’archivio storico delle testimonianze dello Yad Vashem e continuare ad avere un lavoro quando è morto l’ultimo testimone possibile? Cosa può fare un giovane regista per fare un salto di qualità nella sua carriera? Inventare un testimone, anzi un super testimone che narra un discorso ricostruito alla perfezione sulla base della registrazione di centinaia di racconti unici, ma anche ripetitivi, che il giovane protagonista ha ascoltato, registrato e riascoltato. Scrivere la sceneggiatura della confessione dell’ultimo testimone che prima di tacere per sempre apre il suo cuore per narrare l’indicibile conservato nel profondo del suo nome segreto riesce in modo eccelso a Davide Piperno, nome del protagonista. L’invenzione risulta migliore delle residuali testimonianze storiche. “Una storia straziante, così cruda e terribile da generare paradossalmente, l’entusiasmo generale tra i dirigenti del museo. In poche parole era la storia di cui tutti avevano bisogno (p. 108). La risonanza dell’intervista diviene in pochi giorni globale, il falso testimone, Mordechai, una specie di eroe nazionale, le visite al museo, calate del 40% negli ultimi mesi, riprendono vigore, tutta l’identità ebraica rialza la testa di fronte alla barbarie negazionista. Sembra l’effetto di una rievocazione efficace e perfetta per resuscitare una memoria della Shoah arida e un poco ammuffita. Attenti però a non eccedere negli entusiasmi. Nonostante l’abile confezione del testimone da parte dei giovani operatori non si deve dimenticare che il corso naturale e storico degli eventi corre nell’alveo dell’imperfezione. E l’affermazione del testimone sull’affermazione dell’inclinazione della rampa che conduceva nelle camere a gas non concorda con le altre trentadue testimonianze raccolte di sopravvissuti al campo di Kromlinow. Il direttore dell’archivio se ne avvede, ma solo dopo aver reso pubblica ed enfatizzata la testimonianza plausibile, ma inventata. E, ancora, sventura massima nella fortuna del successo mediatico planetario ottenuto dall’ “ultimo testimone”, il numero a caso tatuato con molta abilità sull’avambraccio di Mordechai è identico a quello di un altro ebreo polacco che perdutamente sopravvive in Polonia e casualmente raggiunto da un programma televisivo confuta l’intera veridicità del testimone inventato e falso.

Il successo si capovolge nell’infamia per la nostra spregiudicata troupe, per i dirigenti dello Yad Vashem e la falsificazione travolge tutto ciò che riguarda memoria della Shoah ed Israele. Nel giro di poche settimane Yad Vashem chiude e dopo qualche mese una risoluzione dell’ONU afferma che “La presunta persecuzione razziale ai danni degli ebrei e di altre minoranze nell’ambito della seconda guerra mondiale è destituita di ogni fondamento storico” (p. 166). Persino il memoriale della Shoah di Milano chiude e al suo posto apre un nuovo punto di vendita Decathlon.  Ecco la seconda sfida: come rimediare al disfacimento della memoria e della verità storica della Shoah, al fondamento dello Stato d’Israele, all’identità del mondo ebraico? All’arte, all’arte cinematografica capace di trasformare i sogni in realtà può riuscire di restituire attendibilità alla Shoah attraverso il falso di un mito contraffatto di una lucertola mutante che David Piperno teneva nel cassetto della sua sperata carriera di grande regista. La troupe dei giovani operatori si serra fedele al progetto e “il documentario” che viene prodotto e immesso in rete ottiene uno stupefacente successo che comporta anche la ricostituzione storica della fatticità dello sterminio degli Ebrei, compresa la nuova risoluzione dell’ONU che dichiara la Shoah come verità storica conclamata. Lo sfondo della vicenda resta quella di una “spaventosa deriva culturale ed ideologica che aveva reso possibile quel che era accaduto” (p.299). In questa conclusione la dissacrante narrazione di Caviglia si salda con la temperie attuale. Se nel romanzo la fantasia di una lucertola mutante, attribuita ad Hitler che ne fa trafugare i resti dal fondo del Mar Morto e traferire in un campo di concentramento dove viene ripresa in un filmato dell’epoca che la nostra troupe riesce a ripescare, restituendo direttamente credibilità a tutto il sistema concentrazionario dei lager, nella storia, secondo Yehuda Bauer, storico e pensatore non conformista israeliano, l’ideologia alla base della Shoah “fu per la prima volta nella storia un’operazione di pura fantasia” (da Y.BAUER, Ripensare l’Olocausto discorso al parlamento tedesco, citato da Gabriele Nissim, Auschwitz non finisce mai, Milano, Rizzoli, 2022, p. 80). Un’ideologia che negli anni del Terzo Reich prevalse su tutto, anche su ogni considerazione economica o di strategia militare nella disfatta del fascismo nel 1945.

Oggi non si distingue tra fatto ed opinione, razionale ed irrazionale, vero e falso “ non stiamo vivendo soltanto la crisi di una sinistra in rovina, la crisi della democrazia nel mondo intero, la crisi di uno Stato sempre più burocratizzato, la crisi di una società dominata dal denaro, la crisi di un umanesimo sopraffatto da odio e violenza, la crisi di un pianeta devastato dall’onnipotenza del profitto, la crisi sanitaria scatenata dalle epidemie, stiamo vivendo soprattutto, una crisi più insidiosa invisibile e radicale: la crisi del pensiero” (Edgar Morin in La lettura del Corriere della Sera, 21.8.2022). Pensare davvero è azione seria e attiva, anche durante la lettura di questo olocaustico che vorrebbe esser farcito di humor, ma che lascia l’amaro in bocca, perché quando verum et falsum convertuntur la storia svanisce nel paradosso.

Carlo Sala, Commissione educazione Gariwo

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