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Pentcho

di Antonio Salvati Castelvecchi, 2021

Bratislava, maggio 1940. La Germania nazista macina successi e chilometri, conquistando o ponendo sotto la propria influenza un numero crescente di territori. Tra di essi figura anche la Slovacchia, dal 1939 Stato collaborazionista asservito al giogo di Berlino. Proprio per tale ragione, la città danubiana non può più essere considerata un "porto sicuro" - metafora non casuale - per i tanti ebrei ivi residenti, vessati dai soprusi del governo satellite e dalle voci di sterminio provenienti dai campi di concentramento del Terzo Reich.

In questo delicato contesto, Alexander Citrom - guida e ideologo del Pentcho - ha un’idea tanto brillante quanto pericolosa: acquistare uno sgangherato battello fluviale battente bandiera bulgara, radunare quanti più ebrei fuggiaschi possibili e raggiungere, attraverso le pericolose acque del Danubio, del Mar Nero e dell’Egeo, le sponde della Terra Promessa, ai tempi amministrata dalla Gran Bretagna ai sensi del mandato di amministrazione fiduciaria esperito dalla Società delle Nazioni nel 1920.

"Una nave di fumo. Ecco cosa sembrava. Mi sorpresi di pensare che, in fondo, non poteva essere altrimenti: perché i sogni di fuga e di salvezza che era destinata a trasportare, non erano altro che questo. Fumo" (pg. 25).

Il Pentcho - così descritto dall’autore del romanzo, Antonio Salvati, nelle battute iniziali del racconto - inizia quindi il proprio pellegrinaggio, accompagnato da una cadenza appesantita e da un preoccupante cigolio meccanico, che poco lascia sereni gli ospiti dell’imbarcazione, ben consapevoli dei numerosi pericoli che avrebbero dovuto affrontare di lì a poco. Il sinuoso tragitto fluviale con cui il Danubio si getta nelle agitate acque del Mar Nero prevede, infatti, il transito attraverso le dogane di diversi Paesi belligeranti, come Ungheria, Jugoslavia, Bulgaria e Romania. 

Durante questi difficili passaggi territoriali, il Pentcho deve rallentare la propria corsa, venendo puntualmente perquisito e preso in ostaggio da grigi funzionari, insensibili alle istanze di salvezza di un disperato manipolo di esseri umani. Nonostante ciò, la compagnia riesce a raggiungere, tra mille peripezie, dapprima il Mar Nero e poi Istanbul, dove le autorità turche, dopo alcune rimostranze iniziali, concedono al Pentcho il diritto ad attraversare i Dardanelli e raggiungere il Mar Egeo. Nell’antico mare, le sofferenze del Pentcho si fanno insopportabili, portandolo a naufragare rovinosamente sugli scogli di Kamilanisi, una delle isole del Dodecaneso, possedimento tricolore dai tempi della guerra italo-turca di inizio Novecento. Recuperati da una nave militare battente bandiera italiana, i passeggeri del Pentcho vengono inizialmente condotti e internati a Rodi, trascorrendo diversi mesi nel campo di prigionia fascista presente sull’isola, e quindi trasportati a Ferramonti di Tarsia, in Calabria, il più grande campo di concentramento costruito da Mussolini nel Belpaese.

Senza svelare ulteriori dettagli della storia, è interessante soffermarsi su alcuni tra i numerosi spunti che il romanzo di Salvati è in grado di offrire. L’autore racconta, con rigore storico e creatività narrativa, l'avvincente vicenda del Pentcho, realmente avvenuta - per quanto possa sembrar difficile crederlo - tra il maggio 1940 e la Liberazione d’Italia dal nazifascismo. Il romanzo scorre veloce e appassiona il lettore grazie al brillante escamotage narrativo scelto da Salvati, il quale muta, di capitolo in capitolo, la voce narrante della storia, selezionata con cura tra i tanti ospiti del battello. 

In questo modo, Salvati regala al lettore la conoscenza di diversi personaggi affascinanti e avvincenti, come il burbero Ivan Markevic, capitano dell’imbarcazione con un passato da soldato russo in Manciuria o Lili Ickovic, giovane dottoressa alla quale spetta l'ingrato compito di fornire il proprio parere medico vincolante in relazione alla partenza del battello, il quale superava, di circa 150 unità, il numero massimo di esseri umani trasportabili. Il gelido eco proveniente dai campi di concentramento nazisti pone Lili dinnanzi ad una terribile scelta: "Rechte o Linke", "destra o sinistra", pratica utilizzata dai gerarchi del Reich per separare gli ebrei deportati e decidere chi dovesse (momentaneamente) sopravvivere e chi, invece, fosse destinato fin da subito alle camere a gas. "Rechte o Linke", partire per provare a sopravvivere o rimanere a Bratislava ed abbandonarsi inermi alle terribili braccia della Germania nazista. Alla fine la dottoressa si convince ad avallare la partenza del Pentcho, salvando la vita di molti. Tra essi figura anche Chaviva Blumenfeld, nata nell’agosto del 1940 tra i meandri del battello fluviale, al tempo ormeggiato - a causa dei soliti stringenti controlli doganali - nella rada di Dobra, non lontano dalle temibili Porte di Ferro, antico e sventurato passaggio sito al confine tra Jugoslavia e Romania. La storia di Chaviva insegna al lettore che, anche nelle situazioni più complesse e disperate, una nuova vita può essere generata, fungendo da antidoto contro la malvagità dell’uomo.

Il romanzo di Salvati, attento alchimista nel miscelare elementi storiografici alla descrizione di personaggi verosimili, offre, seppur in forma indiretta, un’altra, profonda riflessione. È infatti possibile paragonare il disperato viaggio di salvezza intentato dal Pentcho al triste tema - attuale e preminente - dell’immigrazione nel Mar Mediterraneo. La spasmodica ricerca di una "Terra promessa", da raggiungere ad ogni costo attraverso le asperità, ponendo in pericolo la propria vita e abbandonando tutti i propri averi accomuna, infatti, gli sventurati del Pentcho e tutti coloro i quali - con mete e scopi differenti - salpano ogni giorno da infausti territori di guerra - non dissimili, quindi, dalla Slovacchia del 1940 - per provare a varcare le porte dell’Europa.

Una frase in particolare, tra quelle cristallizzate dalla sapiente penna dell’autore, raggela il sangue e rende il mesto paragone tra la storia degli ebrei fuggiaschi del Pentcho e i migranti del Mare Nostrum assai attuale: "Un viaggio da fare orientandoci con le stelle e in tutta fretta, prima che il nobiliare Mar Egeo si accorgesse di quanto quel battello fosse inadeguato a solcarne le onde: chiedendo e ottenendo, così, la giusta punizione per quell’incredibile affronto" (pg. 147).

Sfogliando il frontespizio dell’opera di Antonio Salvati è possibile notare, in aggiunta, come l’autore abbia deciso di destinare i proventi derivanti dal copyright al progetto Memoramica, teso alla risistemazione delle lapidi dei migranti morti durante la traversata del Mediterraneo. Si tratta di un gesto onorevole, che lega in maniera indissolubile due tragedie assai distanti tra loro, ma accompagnate da un comune denominatore: la presenza di un'imbarcazione come disperato vettore di salvezza per le vite umane. Messaggio che, a pensarci bene, è ben più antico del Pentcho e assume radici di biblica memoria. Basti pensare all’arca di Noè, non a caso scelta dall’autore come immagine-copertina del romanzo.

In definitiva, Pentcho - primo romanzo di Antonio Salvati - si impone come uno straordinario e avvincente volume, la cui lettura è necessaria per gli accaniti appassionati di romanzi storici. L’opera scorre velocemente, guadagnandosi la curiosità del lettore fin dai primi istanti. La solennità dei temi trattati, invece, giunge con il passare delle pagine, provocando la messa in atto di profonde riflessioni individuali, concernenti sia la Shoah - con gli atroci orrori che essa ha comportato - che il più recente tema delle migrazioni nel Mediterraneo. Due tragedie distanti, ma assai vicine.

"Subito il vento riavvolse intorno all’asta il drappo con cui imploravamo aiuto. L’Europa ci rideva in faccia"

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