Gariwo
QR-code
https://it.gariwo.net/magazine/ambiente-e-cambiamenti-climatici/belem-2025-il-bilancio-amaro-della-cop-della-verita-29263.html
Gariwo Magazine

Belém 2025: il bilancio amaro della "COP della verità"

di Sara Del Dot

L’aveva definita “la COP della verità” il Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva alla vigilia dei lavori, e la speranza era tanta per questa conferenza sul clima alle porte dell’Amazzonia al termine dell’anno annoverato da Copernicus “tra i tre più caldi di sempre”, dove ciò che andava fatto, sulla base di evidenze che la comunità scientifica continua a proporre sotto forma di record sempre più estremi e trend senza inversione di marcia, non poteva essere più chiaro di così. O forse sì.

Perché qualcosa è andato storto e il pacchetto finale, il Global Mutirão, ne è una prova.

Il processo negoziale si è concluso alla fine delle due settimane di negoziati, con un giorno di ritardo in una plenaria turbolenta di sabato pomeriggio a Belém, in cui alcuni paesi come la Colombia si sono espressi in contrarietà alla gestione del negoziato, tanto da bloccare l’assemblea (poi ripresa).


A poco è servito il fatto di trovarsi in Brasile, sapere quali fossero i nodi da sciogliere, richiamare il valore del multilateralismo che, come ha scritto il giornalista ambientale Ferdinando Cotugno nella sua newsletter Areale, “è diventato parte del problema”. Tra stalli, nuove proposte e addirittura un incendio che a due giorni dalla fine ha colpito parte della Blue Zone, la conclusione della COP30, in un mondo che brucia dentro e fuori dai padiglioni è senza riferimento all’uscita dalla dipendenza dalle fonti fossili di energia, la principale causa del riscaldamento globale: petrolio, carbone e gas.

La plenaria di sabato 22 novembre, con i delegati che sottolineavano le ore di sonno sacrificate per riunirsi e raggiungere un accordo che, ricordiamolo, deve avere riscontro unanime, è stata aperta dal Presidente, André Corrêa do Lago, economista, diplomatico ed ex negoziatore brasiliano, con un tono consapevole che molte parti non erano soddisfatte.

“Sappiamo che molti di voi avevano molte richieste e aspettative, chiedevano di più. Io confermo che cercherò di non deludervi” ha detto in apertura. “Abbiamo bisogno di roadmaps per superare la dipendenza dai combustibili fossili, mobilitando risorse, fermando la deforestazione.”

Peccato che queste due questioni, la dipendenza dalle fonti fossili e le foreste, nonostante fossero state indicate da Lula come cruciali prima dell’inizio dei lavori, non abbiano avuto lo spazio che si sperava nel pacchetto finale, che nei suoi punti principali prevede di triplicare i finanziamenti per l’adattamento ma nessuna roadmap per queste due questioni fondamentali.

Per riparare, Corrêa do Lago ha dichiarato che presenterà in futuro due tabelle di marcia proprio per l’uscita equa e giusta dai combustibili fossili, e anche per fermare e invertire la deforestazione, condotte dalla scienza e inclusive. 



Un discorso declinato al futuro, l’occasione del negoziato globale era già scivolata via. La proposta del presidente infatti non ha lo stesso valore di un accordo approvato a conclusione della COP.

“Il risultato di questa COP è stato poco ambizioso, almeno rispetto a quanto era stato fatto credere dalla presidenza brasiliana sin dall’inizio” racconta Novella Gianfranceschi, giornalista ambientale che ha seguito i negoziati a Belém. “Ciò che ha distinto questo negoziato è stata sicuramente la speranza, l’aspettativa, anche riguardo la professionalità dei tecnici che hanno lavorato sotto la guida del Presidente Correa do Lago. Sicuramente una delle criticità emerse nel funzionamento è il voto per consensus, questo meccanismo che non prevede un voto a maggioranza ma basta l’opposizione di un solo Paese per far saltare l’intero accordo. Questa è un’idea molto bella, però richiede tanta negoziazione e rallenta molto i processi e quindi i passi avanti. Forse questo sistema non va allo stesso passo di quello richiesto alle azioni per il contrasto al cambiamento climatico”.

Un po’ di contesto sulle COP e su questa COP

COP significa Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), in cui “le Parti” sono i 200 paesi firmatari dell’accordo originale delle Nazioni Unite firmato nel 1992.

Si tratta della conferenza che riunisce in un solo luogo per circa due settimane all’anno migliaia di delegati, politici, attivisti, Ong, lobbisti, per portare avanti negoziati che possano tradursi in politiche comuni e condivise da tutti per agire contro la crisi climatica in corso.

Quella di Belém era una COP particolarmente attesa e significativa. In primo luogo era la prima dopo diversi anni a essere organizzata in un Paese democratico: il 15 novembre un lungo corteo con migliaia di partecipanti ha sfilato per le strade della città, addirittura celebrando un funerale metaforico ai combustibili fossili.

Il luogo scelto quest’anno poi, era Belém, una città nello Stato del Parà, nord-est del Brasile, la porta dell’Amazzonia, che è uno dei luoghi più preziosi ma al tempo stesso fragili e minacciati. Questo ha in parte permesso alle comunità indigene di far sentire la propria voce, anche arrivando a usare i loro corpi per bloccare l’ingresso della COP in segno di protesta, facendo sapere a tutti ciò di cui hanno bisogno: spazio nel dibattito, ascolto da chi decide, un ruolo attivo nel trasmettere l’importanza della tutela dei luoghi che loro conoscono da sempre e di cui sono parte, chiedendo tra le altre cose ​anche l'inclusione dei loro diritti territoriali nei piani climatici dei paesi.

Una rivendicazione basata anche sulla contraddittorietà dei governi: il Brasile infatti è anche l’ottavo produttore al mondo di petrolio, e si sta preparando a prendere il proprio posto in questo settore. Solo a ottobre un’azienda petrolifera statale aveva annunciato di aver ottenuto l’autorizzazione ad avviare l’esplorazione petrolifera alla foce del Rio delle Amazzoni.


A questo si aggiunge che la COP30 di Belem ha segnato i 10 anni dall’Accordo di Parigi, il trattato internazionale in cui 194 Paesi si sono impegnati a contenere l’aumento della temperatura globale entro i 2 gradi, sforzandosi di non superare 1 grado e mezzo rispetto ai livelli preindustriali. Un anniversario che ha ulteriormente caricato il negoziato, da cui tutti si aspettavano un forte segnale di speranza.

Grandi assenti gli Stati Uniti, che hanno seguito con coerenza la strada di allontanamento dalla lotta collettiva alla crisi climatica, dopo essersi sfilati proprio dall’Accordo di Parigi, di cui dal 2026 non faranno più definitivamente parte.

COSA E’ SUCCESSO

Combustibili fossili: una strada divisa

L’esito più sorprendente, come abbiamo detto, è stata l’assenza proprio dei combustibili fossili dal testo finale del Global Mutirão.

Mutirão significa sforzo congiunto, a richiamo del multilateralismo su cui si basa il negoziato climatico, quello che consente a tutti i Paesi di muoversi insieme verso un obiettivo comune. Ma in questo obiettivo, sembrano esserci elementi diversi. E il grande assente è stato proprio questo: l’uscita dalla dipendenza dalle fonti fossili, o almeno un percorso da iniziare insieme.

Per perseguire l’attuazione dell’Accordo di Parigi e contenere l’aumento delle temperature medie, l’unico risultato in questo senso è stato il lancio di due strumenti guidati dalle presidenze della COP ma definiti da molti “poco chiari”: il Global Implementation Accelerator (GIA), “iniziativa cooperativa, facilitativa e volontaria (...) per mantenere l'obiettivo di 1,5 °C alla portata e sostenere i paesi nell'attuazione dei loro contributi determinati a livello nazionale e dei piani di adattamento nazionali” e la “Missione di Belém a 1,5”, volta a consentire l'attuazione dei contributi determinati a livello nazionale e dei piani di adattamento nazionali.

Sul tema delle fonti fossili, però, alcuni paesi hanno scelto di non arrendersi, aprendo così nuove strade “extra-COP”: 24 Paesi hanno firmato la Belem Declaration on Transition Away from Fossil Fuels, e la tabella di marcia si concretizzerà in una nuova conferenza che si terrà ad aprile 2026 a Santa Marta sotto la guida di Colombia e Paesi Bassi. Infatti, considerata l’impossibilità di arrivare a una decisione congiunta in merito a causa delle presenza dei petrostati, durante i negoziati 82 Paesi, Colombia in primis assieme al gruppo AOSIS - Alliance of Small Island States, si sono espressi apertamente a favore di una roadmap che porti al progressivo abbandono delle fonti fossili, poi non mantenuta. Questa nuova conferenza si propone avvenga a cadenza annuale proprio come la COP, anche se in un gruppo più ristretto.

“Sicuramente i lavori di un gruppo di Paesi ristretto rispetto ai quasi 200 firmatari dell’UNFCCC veicola un po’ il messaggio che ci sono blocchi di paesi che vanno a velocità diverse, e questo è ormai un fatto impossibile da ignorare.” Commenta Novella Gianfranceschi. “Tuttavia potrebbe essere un elemento migliorativo per i processi COP, arrivare con qualcosa di già deciso, scritto nero su bianco da parte di Stati più ambiziosi. Questo consentirebbe di far arrivare questi blocchi ai negoziati con idee già molto chiare e favorire magari accordi più ambiziosi perché alcune discussioni anche interne, come nel caso dell’Ue, sarebbero già avvenute”.


Adattamento

Un altro tema importantissimo in questa COP era quello della finanza per l’adattamento, ovvero come supportare economicamente i paesi più vulnerabili (che tendenzialmente sono anche quelli che meno contribuiscono alle emissioni) nei processi che aiutino a renderli più resilienti ai fenomeni estremi. In questo senso l’obiettivo raggiunto è stato l’invito a triplicare gli sforzi, fino a 120 miliardi dollari entro il 2035, sempre nel contesto del pacchetto che era stato deciso a Baku l’anno scorso.

Parallelamente sono stati adottati 59 indicatori del GGA, Global Goal on Adaptation,

https://unfccc.int/topics/adaptation-and-resilience/workstreams/gga, obiettivo globale sull’adattamento previsto dall’Accordo di Parigi.

In pratica, alla COP28 del 2023 i Governi avevano adottato un “quadro” proprio per il GGA, e nei due anni successivi i negoziatori avevano discusso gli indicatori, ovvero parametri da utilizzare per monitorare i progressi in materia di adattamento. Alla fine, dopo una lunga scrematura, gli indicatori proposti erano diventati 100 (una selezione importante rispetto ai potenziali quasi 10mila da cui si era partiti). A COP30 ne sono stati approvati poco più della metà, e dovrebbero misurare i progressi compiuti in vari campi come acqua, cibo, ecosistemi, infrastrutture e sono fondamentali per monitorare gli sforzi di adattamento. I lavori sull’Adattamento verranno completati alla COP del 2027 in Africa.

Giusta Transizione

Un altro punto rilevante di cui si è discusso sin dall’inizio è stato quello della giusta transizione, ovvero come proporre una transizione ecologica ed energetica facendo in modo che lavoratori e comunità ai margini ne rimangano vittime. In questo senso per tutto il negoziato è stata proposta la creazione di un meccanismo per la giusta transizione, chiamato BAM (Belém Action Mechanism), che provi a mettere al centro i diritti dei lavoratori nei processi di cambiamento.

Nel testo finale, si parla di un meccanismo istituzionale per la giusta transizione, “il cui scopo sarà quello di migliorare la cooperazione internazionale, l'assistenza tecnica, lo sviluppo di capacità e la condivisione di conoscenze, e consentire transizioni eque, inclusive e giuste”.

Foreste

Anche per quanto riguarda le foreste, un altro dei punti chiave evidenziati all’inizio dei lavori, sono spariti i riferimenti concreti nel Mutirão, nonostante il tema sia stato ripreso tra le due roadmap extraCOP annunciate dal Presidente in apertura della plenaria. Per ora l’unico risultato concreto è il Tropical Forest Forever Facilty, presentato durante l’incontro dei leader che precede l’inizio dei lavori della COP, dal presidente Lula, che lo ha lanciato come strumento finanziario che dovrebbe contribuire alla protezione delle foreste. Si tratta di un fondo d’investimento che ha raccolto per ora 6,5 miliardi di dollari (su un obiettivo di 25 miliardi di dollari che non si sa bene da dove arriveranno) con l’obiettivo di proteggere almeno un miliardo di ettari di foreste tropicali in oltre 70 Paesi in via di sviluppo. Questo meccanismo è stato criticato da diversi gruppi ambientalisti, rifiutato da 150 gruppi ed etichettato come una falsa soluzione di Green Capitalism, in quanto non affronta le cause strutturali del problema e "non dà priorità ai popoli indigeni e alle comunità locali".

Prossime COP

In tutto questo è stato deciso il Paese che ospiterà la prossima conferenza, la COP31: dopo un dibattito che ha visto contendersi il titolo Turchia e Australia, si è deciso che i prossimi negoziati si terranno nella prima, con la presidenza della seconda.

La COP32 invece si terrà in Etiopia.

---

Photo Credit: WikiMediaCommons/Lula Oficial

Rimani aggiornato con le storie dei Giusti

Una volta al mese riceverai dalla redazione di Gariwo riflessioni, eventi e storie sul valore della responsabilità e della memoria del Bene.

Email:

Contenuti correlati