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Cop28, tra nuove promesse e vecchie ipocrisie

Storico accordo sullo stop alle fonti fossili, fa discutere la scelta della sede

Dal 30 novembre al 12 dicembre si è tenuta a Dubai la Cop28, la conferenza annuale tra le parti contraenti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). La Cop rappresenta un momento di estrema importanza nel contrasto globale ai cambiamenti climatici, che dovrebbe fungere da sede di aggiornamento e negoziato per gli stati che fanno parte della Convenzione quadro. Nonostante ciò, non sempre i lavori negoziali in seno alle Cop sono stati svolti in maniera profittevole, fornendo cioè degli strumenti efficaci con cui gli stati possano contrastare i cambiamenti climatici. Fa eccezione, con ogni probabilità, la Cop21, tenutasi a Parigi nel 2015 e a seguito della quale è stato concluso e aperto alla firma l’omonimo accordo sul clima, il documento-bussola nella governance internazionale di contrasto ai cambiamenti climatici.

L’iter che ha condotto alla Cop28 di Dubai è stato fortemente dibattuto. La sorprendente scelta di svolgere la conferenza nel settimo paese produttore di combustibili fossili al mondo, gli Emirati Arabi Uniti (EAU), ha fatto storcere il naso a numerosi addetti ai lavori; la nomina a presidente della conferenza del sultano Al Jaber, amministratore delegato della Abu Dhabi National Oil Company - gigante petrolifero controllato direttamente dagli EAU - ha mosso ulteriori interrogativi sull’evento, sollevando un’intensa ventata di polemiche. A gettare ulteriore benzina sul fuoco, si segnala come un articolo della BBC abbia svelato, poco prima dell’inizio dei lavori della Cop, l’obiettivo degli EAU di sfruttare la conferenza per condurre delle trattative commerciali con altri 30 stati presenti, tra cui Cina, Stati Uniti e Regno Unito. In aggiunta, diverse accuse sono state mosse al governo emiratino per le terribili condizioni di lavoro a cui sono stati sottoposti gli operai che hanno allestito l’evento, in buona parte migranti economici giunti a Dubai per migliorare le proprie condizioni di vita. Un tema non di certo nuovo nella penisola araba, già denunciato a più riprese prima e durante lo svolgimento dei mondiali di calcio in Qatar dello scorso anno.

Eppure, a gettare preoccupazione su questa Cop sarebbero bastate le premesse scientifiche che hanno condotto all’appuntamento, caratterizzate da ammonimenti sempre più preoccupanti in relazione al tema dei cambiamenti climatici. Come evidenziato dal report United in Science 2023, recentemente pubblicato dall’UNEP (il programma ONU per l’ambiente), solamente il 15% degli obiettivi di sviluppo sostenibile enunciati dalle Nazioni Unite nel 2015 sono stati raggiunti; un rapporto interno alla UNFCCC ha invece riscontrato un aumento del 9% delle emissioni che verranno prodotte entro il 2030, in relazione ai livelli registrati nel 2010. Un dato allarmante, che si discosta fortemente dall’obiettivo di ridurle del 45% entro la fine del decennio, in modo da adempiere a quanto pattuito a Parigi nel 2015.

A partire da queste basi, i lavori della Cop28 - alla quale hanno partecipato più di 97 mila addetti ai lavori, compresi capi di stato, giornalisti e ONG - sono stati fondati su alcuni, distinti, punti chiave. Il primo ha riguardato la messa in operatività del meccanismo loss and damage, un fondo orientato a supportare economicamente i paesi in via di sviluppo maggiormente avversati dagli effetti dei cambiamenti climatici. Si tratta di un tema di estrema importanza, sostenuto dal preoccupante aumento dei migranti climatici, individui che espatriano dai paesi più colpiti da questo fenomeno. Attorno alla figura del migrante climatico ruota un fervente dibattito giuridico, orientato ad accordare a questi individui, al pari di chi sfugge da guerre e persecuzioni, lo status di rifugiato nei paesi in cui emigrano, evitando in questo modo che possano essere respinti. 

In ogni caso, l'accordo sul fondo loss and damage è stato raggiunto il primo giorno dei negoziati, con diversi stati che hanno esternato fin da subito la propria volontà di contribuire finanziariamente. L’Italia dovrebbe destinare circa 100 milioni di euro, così come altri stati dell’Unione europea. Sorprende, invece, l’esigua cifra (17.5 milioni di dollari) messa a disposizione dagli Stati Uniti, un “gigante” della politica internazionale non sempre in prima linea quando si tratta di contrastare i cambiamenti climatici, come già dimostrato in passato non ratificando il Protocollo di Kyoto o recedendo nel 2017, per ordine dell’ex presidente Trump, dall’Accordo di Parigi (situazione poi rientrata con il dietrofront promosso dall’amministrazione Biden ad inizio 2021).

Un altro tema di estrema importanza tra quelli oggetto della Cop28 ha riguardato il processo di progressivo stop alle fonti di energia non rinnovabile, come petrolio, carbone e gas naturali. Cercando di scorporare, per quanto possibile, questa impellente e delicata pretesa dalle discutibili scelte intraprese nell’organizzazione dell’evento (di Dubai e del sultano Al Jaber si è già discusso in precedenza), è possibile comunque riscontrare la messa in atto di tangibili, anche se forse insoddisfacenti, sforzi in materia di transizione energetica. 123 paesi hanno infatti deciso di firmare una dichiarazione d’intenti - il Global Renewables and Energy Efficiency Pledge - con lo scopo di impegnarsi a triplicare la capacità di generazione di energia rinnovabile entro il 2030, raddoppiandone anche l’efficienza energetica. Questo obiettivo dovrebbe essere raggiunto tenendo conto delle singole circostanze nazionali e del grado di sviluppo di ogni parte contraente dell’intesa, garantendo in questo modo una transizione equa, rapportata alle disponibilità economico-finanziarie degli stati. Il Global Renewables and Energy Efficiency Pledge si pone senza dubbio come un’interessante novità, accolta con favore dalla maggior parte degli stati membri della UNFCCC. Nonostante ciò, promuovere un aumento delle fonti rinnovabili senza incentivare al contempo una progressiva riduzione di quelle fossili rischia di inficiare pesantemente il giusto fine dell’intesa. 

Fortunatamente, a seguito di un complesso processo negoziale, qualcosa si è mosso anche in questo senso. Durante i primi giorni della Cop, un gruppo composto da 100 paesi - tra cui Stati Uniti, gli stati  membri dell’Unione europea, Australia e Canada - aveva sostenuto con forza la necessità di regolamentare un progressivo stop ai combustibili fossili, identificati come il principale ostacolo sulla via dell’adempimento degli obiettivi di Parigi. Nonostante questa nutrita maggioranza, tuttavia, la bozza di accordo trapelata nelle giornate conclusive di Cop28 non presentava nulla in tal senso, limitandosi ad elencare otto opzioni che gli stati avrebbero potuto adottare per ridurre le emissioni.

Sono serviti i “tempi supplementari” per riuscire finalmente a trovare un’intesa politica. All’alba del 13 dicembre, giornata successiva alla conclusione ufficiale dei lavori di Cop28, è stato reso noto il Global Stocktake, testo finale dei lavori della conferenza. Sebbene nell'accordo non compaia espressamente la dicitura phase-out, termine inglese che identifica la progressiva uscita dalle fonti fossili, il deciso cambio di passo auspicato dai 100 paesi soprammenzionati è stato accolto, con il testo che indica la necessità di “transitare fuori dai combustibili fossili nei sistemi energetici in modo giusto, ordinato ed equo, accelerando l’azione in questo decennio critico”. La notizia è stata accolta in aula da fragorosi applausi: è la prima volta in assoluto che viene ufficialmente messa nero su bianco un’azione così incisiva sullo stop ai combustibili fossili, principale settore economico-produttivo responsabile del surriscaldamento globale che causa i cambiamenti climatici.

Nonostante ciò, agli speranzosi applausi hanno ben presto fatto seguito le prime perplessità. Si riportano, ad esempio, le rimostranze esternate da parte dell’alleanza dei piccoli paesi insulari, stati meno avanzati economicamente che rischiano di scomparire a causa dei cambiamenti climatici. "Il testo non parla specificamente dell'eliminazione graduale e della mitigazione dei combustibili fossili in un modo che in realtà rappresenta il cambio di passo necessario”, ha affermato l’alleanza.

Solo il tempo potrà dirci se la Cop28 sarà stata in grado di fornire un punto di svolta nella litigiosa e frammentata governance internazionale di contrasto ai cambiamenti climatici. Una conferenza caratterizzata dalla commistione di nuove promesse e vecchie ipocrisie. Con le lancette dell’orologio che si muovono pericolosamente verso un nefasto futuro per il pianeta e per l’umanità intera. A pagarne le conseguenze saranno dapprima i piccoli e dimenticati paesi insulari (che già soffrono molto a causa di questo fenomeno). Poi toccherà anche al ricco, e spesso insensibile, mondo economicamente sviluppato. Per evitare questo inesorabile destino, la speranza è che i lavori negoziali di Dubai accelerino un deciso cambio di passo in materia di contrasto ai cambiamenti climatici e che alle belle parole dei leader mondiali possano finalmente far seguito azioni concrete ed incisive.

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