In Thailandia e Laos lo chiamano “Mae Nam Khong”: “Madre delle acque Khong” che dà riso, pesce e vita ai suoi figli.” In Vietnam è soprannominato “Cửu Long”: “I Nove Draghi”, simbolo di fertilità, prosperità e potere vitale. Per le popolazioni del Sud-Est asiatico, il Mekong ha sempre rappresentato una fonte di acqua potabile, cibo, e terreni fertili per l’agricoltura, indispensabile per lo sviluppo dell’economia locale. In futuro rischia di non essere più così.
A lanciare l’allarme è un nuovo studio dello Stimson Center, secondo il quale negli ultimi dieci anni il fiume, i suoi tributari, e altri grandi bacini fluviali della regione, come l’Irrawaddy e il Salween, sono stati interessati da una forte espansione dell’attività mineraria non regolamentata che sta minacciando la vita delle comunità residenti.
Come emerso dalle immagini satellitari visionate dal think tank americano, in Myanmar, Laos e Cambogia esistono oltre 2.400 siti minerari informali o del tutto illegali, quasi 800 direttamente collegati agli affluenti del Mekong. Molti utilizzano tecniche estrattive altamente inquinanti senza alcuna misura preventiva, rilasciando arsenico, mercurio, cianuro, nitrati e altri metalli pesanti, che finiscono direttamente nei fiumi, nel suolo e nelle falde acquifere.
La causa di contaminazione più comune riguarda la lisciviazione in situ, una tecnica sviluppata in Cina utilizzata per estrarre le terre rare dalle montagne. Per ogni tonnellata di metallo portata alla luce vengono generate migliaia di tonnellate di rifiuti e reflui. E, quando le miniere si esauriscono, vengono abbandonate, lasciando pozze piene di sostanze nocive che continuano a filtrare nei corsi d’acqua.
La natura “mobile” delle attività estrattive amplifica il problema: i minatori si spostano continuamente alla ricerca di nuove risorse, lasciando dietro di sé fiumi devastati, deforestazione e suoli sterili. E con l’aumento della domanda globale di minerali e metalli aumenta anche l’estensione delle zone sottoposte a sfruttamento incontrollato.
Il Sud-Est asiatico si è ritrovato al centro di questo business dai contorni oscuri. La richiesta di terre rare – fondamentali per l’alta tecnologia, le rinnovabili e il comparto militare – è schizzata in concomitanza con l’introduzione di nuove restrizioni in Cina.
Con il risultato che molte aziende hanno preferito delocalizzare il proprio business all’estero. Una governance debole, corruzione diffusa e conflitti armati hanno reso il Sud-Est asiatico un terreno particolarmente permeabile alle attività estrattive clandestine.
In Laos e Cambogia, la mancanza di capacità di controllo dello Stato permette al mining di prosperare anche quando formalmente esistono divieti. Ma è soprattutto in Myanmar che il problema è più evidente, complice il golpe del 2021. Il controllo frammentato del territorio ha favorito la nascita di miniere irregolari gestite da milizie etniche, che per finanziare la guerriglia ricorrono al narcotraffico e ad altre forme di illegalità.
Negli ultimi cinque anni il numero di miniere di terre rare presenti in Myanmar è quasi triplicato, raggiungendo quota 370 alla fine del 2024, per un valore complessivo di oltre 4 miliardi di dollari in esportazioni. Migliaia di acri di foresta sono stati rasi al suolo, ma gli effetti del saccheggio sono visibili anche a valle. Secondo stime riportate dal New York Times, oltre un milione di persone in Thailandia sarebbe già stato colpito dall’inquinamento che fluisce attraverso il fiume Kok, un tributario del Mekong.
L’impatto del mining “sommerso” sulle popolazioni locali è dirompente. Secondo l’United Nations Interregional Crime and Justice Research Institute, la presenza di giacimenti informali alimenta tensioni sociali e conflitti, mentre le comunità locali restano osservatrici impotenti. Private delle risorse naturali e dei mezzi di sussistenza, sono soggette a espropriazioni senza consultazione né compensazione.
I corsi d’acqua come il Mekong non rappresentano solo una risorsa economica: sono parte dell’identità culturale delle comunità. Il deterioramento della qualità dell’acqua e della biodiversità mina il senso di appartenenza e la continuità di usi e costumi, mentre il rischio di contaminazione genera ansia per la sicurezza alimentare delle future generazioni.
Chi paga il prezzo più alto non sono le grandi città, ma le campagne più povere. In molte famiglie rurali sono le donne e i bambini a essere i più esposti alle sostanze tossiche nei fiumi, con potenziali effetti a lungo termine sulla salute. Ovvero sulla sopravvivenza stessa delle popolazioni locali.
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Foto di David McKelvey per Flickr
