Il panel “Food Systems and the Climate Agenda: the role of national initiatives and innovative local experiences” – organizzato nella Sala Rappresentanza dell’Università degli Studi di Milano nell’ambito del Milan Urban Food Policy Pact Global Forum 2025 - si apre con una riflessione in apparenza semplice ma essenziale: non può esistere una transizione climatica senza una profonda trasformazione dei sistemi alimentari, responsabili, secondo la FAO, di causare circa il 30% delle emissioni globali di gas effetto serra. È proprio questo il punto da cui origina la discussione introdotta da Andrea Calori, economista e cofondatore di Està, Economia e Sostenibilità, un centro di ricerca e formazione con sede a Milano che propone un approccio ricco e sistemico alle questioni della sostenibilità.
“Non è solo un tema tecnico – ricorda Calori – ma un terreno politico e sociale, che riguarda il modo in cui produciamo, distribuiamo e consumiamo. Proprio per queste ragioni è necessario costruire un ponte reale tra l’agenda climatica e quella legata al cibo”.
Il Milan Urban Food Policy Pact (MUFPP) è nato proprio da questa consapevolezza: quella di un legame strutturale tra le città, il cibo e il clima. Lanciato nel 2015 su iniziativa del Comune di Milano nell’ambito dell’Expo, il Patto è oggi firmato da quasi 300 città in tutto il mondo e rappresenta la più ampia rete globale di governi locali impegnati nello sviluppo di sistemi alimentari sostenibili. Nel contesto urbano – dove vive più della metà della popolazione mondiale – il cibo è un fattore determinante per le emissioni di CO₂: come sottolineato in precedenza, infatti, poco meno di un terzo delle emissioni globali totali deriva dal sistema alimentare, un dato che include le emissioni prodotte lungo tutta la filiera, dalla produzione al trasporto, dalla distribuzione allo spreco. È proprio per la natura sistemica del settore alimentare che in ambito internazionale emerge sempre di più la necessità di affrontare la questione from farm to fork, “dalla fattoria alla forchetta”, come evidenziato dalla strategia delineata dall’Unione europea nel quadro del Green Deal europeo.
Calori ha ricordato inoltre che circa un quinto delle emissioni prodotte in ambito alimentare è legato alla logistica e ai trasporti del cibo, che sono spesso concentrati proprio nelle aree urbane. “È importante riflettere su come le città possano ridurre questa quota perché nei contesti metropolitani si concentra gran parte del traffico, dei consumi e delle importazioni di materie prime. In aggiunta a ciò, ogni alimento che attraversa un confine è anche una quota di CO₂ che viene esportata o importata. Se, ad esempio, in Italia viene prodotto un pacchetto di pasta e per la sua produzione viene emessa CO₂, nel momento in cui questo alimento viene esportato in un altro paese, come la Francia, anche le emissioni vengono esportate”. Quella del trasporto di emissioni è una questione meritevole di riflessioni più approfondite, anche se non sempre questo tema assume la centralità che meriterebbe nell’ambito della governance internazionale di contrasto ai cambiamenti climatici.
Dopo l’introduzione di Calori, il panel si è arricchito delle esperienze concrete di quattro città firmatarie del Patto e situate a loro volta su quattro continenti diversi: Helsinki, Minneapolis, Osasco e Seberang Perai. A seguito di questi interventi, una interessante riflessione da parte del Governo brasiliano, rappresentato per l’occasione da Gisele Bortolini, coordinatrice nazionale per la promozione di un’alimentazione sana presso il Ministero dello Sviluppo Sociale. Com’è noto, tra poche settimane sarà proprio il Brasile a ospitare la COP30 - l’appuntamento annuale degli Stati parte della UNFCCC, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici – nella suggestiva cornice di Belém, la porta di accesso principale alla Foresta Amazzonica.
Nel corso dei loro interventi, i rappresentanti delle diverse città hanno portato sul palco modelli e strategie differenti, anche se tutte accomunate dalla stessa impellente e improrogabile urgenza: ridurre l’impatto ambientale del cibo.
Da Helsinki arriva l’esperienza della Climate Friendly School Lunch Initiative, raccontata da una rappresentante del Municipio della capitale finlandese. Helsinki - città portabandiera di un paese, la Finlandia, da sempre molto sensibile alle istanze ambientali - mira ad abbattere l’85% delle emissioni entro il 2035 e a raggiungere la neutralità carbonica entro il 2040. Per adempiere a questo ambizioso obiettivo, l’amministrazione comunale ha scelto di concentrare gli sforzi sulle mense pubbliche, dove ogni giorno vengono serviti circa sessantamila pasti (di cui oltre quarantamila nelle scuole). I nuovi menù proposti agli studenti sono in larga parte vegetali e sono stati ideati a seguito di un accurato lavoro di pianificazione e di ascolto nelle scuole.
Ad oggi circa il 30% dei piatti è vegetariano, il 35% vegano, e solo un terzo include carne o pesce. Ad ogni modo, l’obiettivo dell’amministrazione è quello di diminuire la quota di alimenti di origine animale a favore di quelli plant based: un’azione imprescindibile non solo per portare benefici alla salute degli studenti, ma anche per mitigare le emissioni prodotte e avvicinarsi così all’obiettivo di abbattimento di CO₂ prefissato. Nel corso del suo intervento, la rappresentante del Municipio di Helsinki ha sottolineato che le bevande a base vegetale sono disponibili gratuitamente e che, secondo le rilevazioni in loro possesso, molti piatti a base di proteine vegetali sono tra i preferiti degli studenti. Si tratta della traduzione pratica del concetto di planetary diet: una dieta sana per gli individui e sostenibile per il pianeta.
Dagli Stati Uniti arriva invece la voce di Minneapolis, rappresentata da Allison Babb. A differenza di Helsinki, a Minneapolis il sistema alimentare scolastico è privato, ma l'amministrazione ha comunque tracciato un proprio percorso di intervento con la Minneapolis Food Vision e un piano in sei aree prioritarie e ventinove strategie, in linea con gli impegni del MUFPP. L’obiettivo è duplice: ridurre le emissioni e promuovere equità. Con il Climate Legacy Initiative, un fondo di dieci milioni di dollari, Minneapolis finanzia progetti di agricoltura urbana, riduzione degli sprechi e conservazione dei prodotti invenduti. L’approccio è pratico: il cibo raccolto d’estate viene congelato e utilizzato nei mesi invernali, evitando così tonnellate di sprechi e ottenendo un risparmio atteso di oltre duemila tonnellate di CO₂ tra il 2025 e il 2050.
Ciò che colpisce di più nelle parole di Allison Babb e nelle strategie adottate dalla città del Minnesota è l’atteggiamento in controtendenza con le idee e le politiche adottate dall’amministrazione Trump, noto negazionista dei cambiamenti climatici e responsabile, per la seconda volta dopo il 2017, del recesso degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi: un’azione che priva l’intesa del secondo Stato parte dopo la Cina ad inquinare di più (quasi 5 miliardi di tonnellate di CO₂ nel 2023, il 12% del totale mondiale) e che rischia di mettere in crisi l’intera efficacia e autorevolezza della governance internazionale in materia di contrasto ai cambiamenti climatici.
Dal Sud globale arrivano esperienze altrettanto significative. Osasco, città di quasi 750mila abitanti nell’area metropolitana di San Paolo, si distingue per un vasto programma di sicurezza alimentare e lotta allo spreco. Il Banco de Alimentos raccoglie ogni settimana circa 1.400 tonnellate di alimenti e redistribuisce oltre 150mila kit alle organizzazioni non profit. Il 98% delle attività è orientato al contrasto degli sprechi, con l’obiettivo di evitare emissioni definite come “inutili” e ridurre così i rifiuti organici in discarica. Accanto a questo meritevole progetto vi è il programma federale Food Acquisition, che sostiene l’acquisto diretto di prodotti da piccole aziende agricole familiari, favorendo così filiere corte, sostenibili e meno impattanti per l’ambiente. In aggiunta a ciò, Osasco può contare oggi ben ventuno orti urbani per una superficie complessiva di 26mila metri quadrati: un vero “asse verde” cittadino che unisce agricoltura, inclusione e tutela del clima.
Dal Sud-est asiatico arriva invece l’esperienza di Seberang Perai, in Malesia, il cui rappresentante, Mohd Naim bin Mohd Ali, ha portato un esempio di politica ambientale strettamente intrecciata con la conservazione della biodiversità. Parte centrale delle attività ambientali cittadine riguarda la tutela delle mangrovie – presente in larga scala a Seberang Perai, per una superficie totale di oltre mille ettari– come forma di difesa naturale contro il climate change e l’erosione costiera. La città, che ospita circa un milione di abitanti, ha creato un comitato locale per pianificare e monitorare le attività di conservazione, con l’obiettivo di integrare la partecipazione comunitaria nella salvaguardia degli ecosistemi marini. La protezione delle mangrovie, spiega Mohd Ali, “non è solo un gesto ambientale: è una strategia di resilienza e di giustizia climatica per le comunità costiere”.
A chiudere l’interessante panel, l’intervento del Governo del Brasile, rappresentato da Gisele Bortolini, coordinatrice nazionale per la promozione di un’alimentazione sana presso il Ministero dello Sviluppo Sociale. Si tratta dell’unica realtà nazionale, con competenze e responsabilità differenti rispetto alle altre esperienze locali di cui si è parlato in questo articolo. Bortolini ha sottolineato subito questa particolarità, evidenziando l’importanza che i due livelli – quello locale e quello statale – agiscano in sinergia, ideando così azioni comuni ma specifiche per combattere i cambiamenti climatici e promuovere al tempo stesso giustizia sociale e lotta alle diseguaglianze, tutte tematiche preminenti nell’agenda governativa brasiliana.
Proprio nei giorni in cui a Milano aveva luogo il Global Forum 2025, Brasilia ha lanciato il primo Framework nazionale su sistemi alimentari e clima, un documento che mira ad allineare le politiche pubbliche e a favorire un approccio sistemico alla transizione ecologica. Nel corso del suo intervento, Bortolini ha sottolineato più volte come il 70% delle emissioni nazionali derivi da agricoltura, uso del suolo e deforestazione: un dato enormemente alto, di gran lunga superiore alla media globale del 30%. In aggiunta a ciò, il climate change aggrava in maniera considerevole le disuguaglianze sociali, colpendo soprattutto le categorie più vulnerabili: donne e uomini che vivono in povertà, bambini, comunità indigene. È proprio per questa ragione che l’iniziativa Alimenta Cidades (Alimenta le città), avviata in sessanta grandi città brasiliane, promuove formazione, scambio tra amministrazioni e una governance partecipata, fondata sul protagonismo locale.
Dalle esperienze globali condivise nel corso del panel emerge un filo comune: il cibo non è solo nutrimento, ma una leva politica e culturale per la mitigazione climatica. Le città, più dei governi centrali, si confermano laboratori di sperimentazione dove innovazione, equità e sostenibilità si possono intrecciare in maniera virtuosa.
La palla passa ora alla COP30 di Belém, un appuntamento nevralgico per il futuro del clima per la presenza di due scadenze particolarmente importanti: il decimo anniversario dalla sottoscrizione dell’Accordo di Parigi del 2015 e la presentazione degli NDCs 3.0 (Nationally Determined Contributions, Contributi Nazionali Volontari, piani nazionali non vincolanti che evidenziano le azioni per il cambiamento climatico adottate dagli Stati, compresi gli obiettivi per la riduzione delle emissioni di gas serra e le politiche e le misure di adattamento attuate per raggiungere gli obiettivi globali stabiliti nell'Accordo di Parigi, ndr), i quali saranno comprensivi di obiettivi climatici più ambiziosi che gli Stati si impegneranno a raggiungere entro il 2035. Il tempo scorre e lo spazio per agire in maniera concreta per contrastare il climate change è sempre meno, ma una cosa è certa: il cibo ha un ruolo centrale in questo ambito, e la direzione intrapresa dalle città che hanno preso la parola a Milano in occasione del Global Forum 2025 è quella giusta.
