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A Road to Recovery: quel passaggio in auto ai palestinesi malati verso l’ospedale

Yael Noy: non ci fermiamo, anche se ci trattano come se aiutassimo un nemico

"Questa mattina ero con la mia vicina di casa, sedevamo fuori bevendo un caffè. E ci siamo dette che il tempo era bellissimo, che eravamo fortunate, privilegiate, per avere una casa, dell’acqua calda, delle coperte, del cibo. Io sto cercando di usare i miei privilegi e aiutare le persone che non ne hanno.”

Yael Noy ha 52 anni, è nata e cresciuta in uno dei piccoli kibbutz a pochi passi dalla Striscia di Gaza, ad appena 5km dal confine. Da 7 anni fa parte di Road to Recovery, un’organizzazione di volontari che ogni giorno aiutano le persone palestinesi a spostarsi in auto per raggiungere gli ospedali in Israele. E che oggi si sta scontrando con il dolore e la rabbia che negli ultimi due mesi hanno risucchiato ogni cosa.

Una raggio di luce nato dal dolore

Nel 1993 alcuni militari di Hamas uccisero un soldato israeliano di nome Udi mentre stava tornando a casa dopo il servizio di riserva nella striscia di Gaza. In seguito a questa perdita, il fratello di Udi, Yuval Roth, iniziò a frequentare il Parent’s Circle Family Forum, un’associazione composta da cittadini israeliani e arabi, tutti familiari di persone che erano state vittime del conflitto in corso e che avevano scelto l’unione e il dialogo al posto della vendetta.

Qui, Yuval conobbe Muhammed Kabeh, un arabo originario di una cittadina vicino a Jenin, che un giorno gli chiese un favore: dare un passaggio a suo fratello malato di cancro dal check point fino all’ospedale. Yuval rispose di sì.

L’esigenza di questo tipo di attività fu subito evidente. Le persone palestinesi malate o con figli che avevano bisogno di cure potevano accedere agli ospedali in Israele ma non avevano modo di raggiungerli dai check point.

Nacque così Road to Recovery, l’associazione di volontariato che oggi compie circa 10mila viaggi ogni anno.

Road to Recovery

“Siamo un gruppo di volontari che ogni giorno accompagnano i palestinesi malati dai check point agli ospedali dove hanno appuntamento. Prima del 7 ottobre ci dedicavamo soprattutto agli abitanti di Gaza.”

Yael è entrata a far parte di Road to Recovery nel 2016 occupandosi soprattutto del coordinamento dei trasporti dalla Striscia di Gaza, collaborando con un’organizzazione interna per aiutare i pazienti oncologici. Da qualche anno è diventata CEO di tutta l’organizzazione.

“Ho iniziato perché, vivendo in Israele, sentivo di dover fare qualcosa per contribuire a far diventare questa parte di mondo più umana, più morale. Ciò che facciamo è semplicemente portare i palestinesi malati che hanno bisogno di aiuto dai checkpoint in West Bank e Gaza fino agli ospedali in tutta Israele. Non abbiamo la pretesa di creare la pace, ma pratichiamo del buon vicinato nei confronti dei palestinesi che sono, appunto, i nostri vicini. Fare questo aiuta anche la nostra società.”

Funziona così: ci sono coordinatori palestinesi in contatto con i volontari in Israele. Ogni giorno mandano i nomi dei pazienti che domani avranno bisogno di un passaggio e vengono trovate le persone che daranno loro un passaggio.

Le autorità palestinesi coprono le spese mediche e noi li portiamo in ospedale. Durante il viaggio in auto abbiamo l’occasione di conoscerci, anche solo guardandoci negli occhi dato che non parliamo la stessa lingua. Perché israeliani e palestinesi non hanno occasioni di incontrarsi, non si vedono mai e questo crea divisione.”

Dopo il 7 ottobre

Il 7 ottobre, durante l’attacco di Hamas, i genitori di Yael si trovavano proprio lì, nei kibbutz, dove anche lei è nata e ha trascorso la sua infanzia. Fortunatamente sono riusciti a salvarsi. “Ora stanno bene”, spiega “se ne sono andati, nessuno vive più in quei kibbutz.”

Anche molti volontari vivevano in quell’area e hanno perso le loro case. Due di loro sono stati presi in ostaggio e portati a Gaza.

“Si trovano ancora lì, non sono stati rilasciati. Sono due persone di pace e voglio che tornino a casa il prima possibile.”

Le operazioni di Road to Recovery sono cambiate da quando Gaza è diventata inaccessibile. I volontari proseguono le loro attività in Cisgiordania.

“Prima del 7 ottobre coglievo ogni occasione per parlare di quello che facevo. Dopo quel giorno è diventato quasi pericoloso anche solo nominare questa attività in Israele perché viene vista come un ‘aiuto al nemico’. Devo stare molto attenta, perché gli israeliani non sono ben disposti ad ascoltare queste cose, loro pensano che sia obbligatorio prendere una posizione. Per molti di loro sono tutti colpevoli. Ovviamente non è così. Ma quando hai paura inizi a odiare, ed è lì che nasce il razzismo. Oggi molti israeliani fanno fatica anche solo a sentire qualcuno parlare in arabo. Conosco tantissime donne arabe che lavorano in ospedale a Tel Aviv, ma dopo il 7 ottobre hanno iniziato ad avere paura di parlare la loro lingua perché ci sono persone che si rifiutano di entrare in ascensore con loro per questo.”

Alla domanda se si senta mai in pericolo a fare ciò che fa, considerato il crescente sentimento di odio tra i suoi concittadini, risponde che “non mi sento in pericolo mentre guido la mia auto verso un ospedale, mi sento in pericolo quando mi siedo a bere un tè con i miei amici e dico di averlo fatto.”

“Ho solo bisogno di continuare, di non fermarmi, soprattutto ora che mi trovo nel bel mezzo del dolore, dello stress. Devo continuare a pensare che ci sia una speranza, perché un giorno la guerra finirà e tutti noi staremo qui insieme. E dovremo sapere come vivere insieme. Quindi io penso che ciò che stiamo facendo è tenere alta la speranza, come una candela che cerchiamo di non spegnere in questo momento buio per Israele. Se non facessi quello che sto facendo non credo riuscirei più a vivere qui.”

Sara Del Dot, Redazione Gariwo

19 dicembre 2023

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