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Barricato in aeroporto a Taiwan

Chen Siming: una storia dissidente

È atterrato venerdì 22 settembre all'aeroporto internazionale di Taoyuan, poche decine di chilometri a ovest di Taipei. Sarebbe dovuto salire a bordo di un transito per la Cina continentale. Ma non l'ha fatto e ha deciso di "barricarsi" nel principale scalo taiwanese. Si tratta di Chen Siming, dissidente cinese già arrestato quattro volte in passato per aver manifestato con dei cartelli in occasione dell'anniversario del 4 giugno, quello che ricorda quanto accaduto nel 1989 in piazza Tienanmen a Pechino. Ora chiede alle autorità taiwanesi di aiutarlo a richiedere lo status di rifugiato a Stati Uniti e Canada. E si dice pronto ad aspettare anche per mesi in aeroporto, nel frattempo. Perché è certo che in caso di rientro in Cina verrebbe nuovamente arrestato. "Sono sempre rimasto un attivista in Cina, ma negli ultimi due anni la situazione è peggiorata e i rischi aumentati", ha detto Chen in un video postato sul suo profilo X, l'ex Twitter. Il riferimento è al periodo che ha portato all'inizio dello storico terzo mandato da segretario generale del Partito comunista cinese di Xi Jinping, allo stesso tempo presidente della Repubblica Popolare e della Commissione militare centrale, che ha coinciso secondo molti con un accentramento di potere che rende più delicata e sensibile qualsiasi manifestazione di dissenso, anche verso il passato.


Dissidente di Zhuzhou, nella provincia dello Hunan, Chen è da anni sulla lista nera di Pechino ed è stato arrestato nel 2017, 2018, 2020 e 2021 per aver tenuto un cartello in segno di lutto per le vittime delle proteste. Il 26 maggio ha dichiarato sulla piattaforma X che con l'avvicinarsi dell'anniversario della rivolta di Tiananmen, la polizia nazionale lo avrebbe accompagnato "giorno e notte in questo periodo delicato". Lo scorso luglio ha deciso di fuggire in Laos, poi si è spostato in Thailandia. Ma sostiene che nemmeno lì si sentiva al sicuro. In effetti, negli ultimi mesi sono oltre 20 i casi di attivisti cinesi sequestrati in Paesi del Sud-Est asiatico e deportati in Cina. L'ultimo, avvenuto proprio in Laos, è quello dell'avvocato per i diritti umani Lu Siwei.

Chen ha spiegato a Radio Free Asia che mentre si trovava in Thailandia ha vissuto nel costante timore di essere mandato in un centro di detenzione per immigrati. Per decenni, i critici del Partito Comunista Cinese si sono rifugiati in Thailandia, ma i rischi sono aumentati negli ultimi anni, con l'approfondirsi delle relazioni tra Bangkok e Pechino. Già nel 2015, due membri di un piccolo partito politico di opposizione cinese in esilio - Jiang Yefei e Dong Guangping - sono stati arrestati dalla polizia thailandese. Alcune settimane dopo, nonostante le proteste dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sono stati estradati in Cina. Alla fine, Chen ha acquistato un biglietto per la Cina il 21 settembre, scegliendone deliberatamente uno che prevedeva una fermata di transito a Taiwan. Alla domanda su come sia riuscito ad acquistare quello che, secondo i media locali, era un biglietto della Eva Air e a salire a bordo del volo senza documenti di viaggio validi (visto che sostiene che il suo passaporto è stato cancellato dalle autorità cinesi), Chen ha detto solo di essere stato aiutato da amici.

In risposta all'arrivo di Chen a Taiwan, il Consiglio per gli affari continentali, la principale agenzia governativa di Taiwan che si occupa degli affari tra le due sponde dello Stretto, ha dichiarato di star cercando di chiarire la questione con le autorità competenti. Taiwan ospita già altri dissidenti di Tienanmen, come Wu'er Kaixi, ma anche il noto libraio di Hong Kong Lam Wing-kee che ha riaperto la sua Causeway Bay Books proprio a Taipei. Ma la vicenda rischia di creare qualche imbarazzo. Taiwan non ha un vero programma per rifugiati. Partiti e opinione pubblica sono restii a offrire protezione a tutti, perché temono infiltrazioni da Pechino. Lo dimostra l'accoglienza sotto le attese per i dissidenti di Hong Kong negli ultimi anni, quelli dopo l'introduzione della legge sulla sicurezza nazionale che ha fatto seguito alle grandi proteste del 2019. Il numero di cittadini di Hong Kong ospitati a Taiwan è sì aumentato, ma meno del previsto. E non è stata introdotta alcuna norma per regolare l'accoglienza preferendo continuare a esaminare i casi singolarmente, anche per evitare di aprire un nuovo dossier di scontro con Pechino, con cui i rapporti sono già molto tesi sul fronte militare e pressoché inesistenti sul fronte politico.

Sulla vicenda di Chen sono già intervenute varie associazioni per i diritti umani attive a Taiwan, così come altri attivisti presenti sull'isola. Tra questi anche Wang Dan, leader studentesco durante le proteste di piazza Tienanmen, di recente tra l'altro finito al centro di un caso dell'ondata #MeToo taiwanese, che ha invitato le autorità di Taipei ad assistere Chen.

"Sono disposto ad aspettare per mesi, perché mi sento al sicuro a Taiwan", ha dichiarato lui al Guardian. "Voglio andare negli Stati Uniti. Penso che Taiwan sia molto sicura e che non ci siano problemi di sicurezza". Precedenti simili suggeriscono che in effetti Chen potrebbe aspettare ancora per qualche tempo prima di poter lasciare l'aeroporto di Taoyuan. Nel 2018-2019 due dissidenti cinesi, Yan Bojun e Liu Xinglian, hanno trascorso quattro mesi in un'area di transito dello stesso aeroporto taiwanese dopo essere arrivati anche loro dalla Thailandia e aver rifiutato di imbarcarsi nuovamente su un volo per Pechino. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha concesso loro lo status di asilo temporaneo e, dopo una lunga impasse, i due sono volati a Singapore e sono stati autorizzati a rientrare legalmente a Taiwan con visti umanitari di breve durata. Alla fine si sono reinsediati in Canada. Cosa che spera di poter fare anche Chen.

Lorenzo Lamperti, direttore editoriale China Files

4 ottobre 2023

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