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Brasile, per gli Yanomami si parla di genocidio

le invasioni dei cercatori d’oro illegali hanno causato fame, morte e malattie

Negli ospedali da campo, allestiti negli ultimi mesi, sono ricoverate almeno 2 mila persone. Uomini, donne e bambini, in stato di grave malnutrizione, sono stati trasportati dai villaggi con un ponte aereo e hanno ricevuto le prime cure grazie a squadre di medici arruolate e spedite in tempi rapidi a Boa Vista, capitale dello stato di Roraima, in Brasile. Qui, nell’ospedale pediatrico Santo Antônio, decine di giovanissimi Yanomami sono stati intubati per insufficienza respiratoria. E’ ciò che sta accadendo in questa area isolata dell’Amazzonia per cercare di lenire le “ferite” fisiche e psicologiche subite dalla comunità autoctona degli Yanomami. Circa 20 mila persone, flagellate dalle violenze dei cercatori d'oro illegali (chiamati garimpeiros). La situazione della comunità è critica da decenni a causa dei minatori clandestini, ma è diventata drammatica nell'era di Jair Bolsonaro, presidente del Brasile dal 2019 al 2022. Secondo alcune fonti, l’incremento dei cercatori d’oro è stato del 3.350 per cento rispetto al 2016. Almeno 20 mila garimpeiros hanno invaso questa porzione di Amazzonia e hanno inquinato i fiumi, abbattuto alberi, portato malattie potenzialmente letali; la cacciagione è fuggita, terrorizzata dal rumore delle scavatrici. In seguito all’avvelenamento dei corsi d’acqua con il mercurio (impiegato per l’estrazione dell’oro) sono esplose le infezioni intestinali e i campi sono diventati improduttivi. Negli ultimi quattro anni, 570 bambini sotto i sotto i cinque anni sono stati uccisi da fame, dissenteria acuta e malaria. In alcune aree del territorio, i garimpeiros hanno distribuito agli indigeni alcol e armi, a volte anche in cambio di prestazioni sessuali; le armi hanno facilitato nelle comunità native scontri anche violenti.

Chi sono gli Yanomami

Quello degli Yanomami è un popolo isolato dal mondo. Vivono nelle foreste pluviali e sui monti, al confine tra Brasile settentrionale e il Venezuela meridionale. In Brasile la loro riserva occupa 80 mila Km quadrati (più o meno il doppio della Svizzera), dei 224 mila che costituiscono il territorio dello stato di Roraima. La riserva fu creata per decreto nel 1992 dall’allora presidente Fernando Collor de Mello su raccomandazione della FUNAI (Fundação Nacional do Índio – Agenzia Governativa per gli Affari Indigeni), dopo anni di campagne guidate da Davi Kopenawa, fondatrice nel 2004 dell’Associazione Hutukara Yanomami, da Survival International e dalla Commissione Pro Yanomami (CCPY). Mentre in Venezuela la comunità occupa la Riserva di Biosfera Casiquiare-Alto Orinoco, vasta circa 80 mila chilometri quadrati. I primi contatti stabili con gli autoctoni avvennero negli anni Quaranta del secolo scorso, quando il governo brasiliano inviò dei funzionari per delimitare la frontiera con il Venezuela. Oggi la popolazione totale (tra Brasile e lo stato vicino a Nord) si attesta attorno alle 40 mila persone. La comunità Yanomami usa 500 piante diverse per mangiare, curarsi, costruire case e utensili, ricavare tinture, veleni, pitture per il corpo e droghe allucinogene. Si ritiene che all’interno vi siano almeno tre gruppi di “incontattati”, cioè tribù che non hanno contatti con la società esterna (ci sarebbero nel mondo solo circa 100 gruppi di questo tipo). In virtù del loro isolamento e fragile equilibrio, basato sulle risorse offerte dalla foresta, le tribù “incontattate” sono molto vulnerabili alle malattie portate dall’esterno.

Un programma per sfrattare i garimpeiros

Il neopresidente, Luiz Inácio Lula da Silva (detto Lula), poche settimane dopo essere entrato in carica (il 1° gennaio), ha visitato i territori dei nativi, così duramente colpiti, ha decretato lo stato di emergenza e parlato di “genocidio”. Lo stesso termine è stato usato dalla nuova presidente del FUNAI, Joenia Wapishana, prima avvocata indigena del Brasile e prima donna nativa a diventare deputata. Mentre la nuova ministra della Salute di Brasilia, Nísia Trindade (prima donna a occupare questa carica in Brasile), ha definito la situazione degli Yanomami una “catastrofe umanitaria”. Più severo è stato il segretario per la salute degli indigeni, Weibe Tapeba, secondo il quale il territorio dei nativi nello stato di Roraima “sembra un campo di concentramento”. E Sarah Shenker, responsabile di Survival International Brasile ha affermato: “La crisi sanitaria che ha travolto gli Yanomami nel Brasile settentrionale è un genocidio in atto da anni”. Intanto la polizia militare ha aperto un’inchiesta per “genocidio”, che dovrà accertare le responsabilità penali, mentre due procuratori generali dello stato di Roraima accusano il governo di Jair Bolsonaro di aver “occultato” la crisi sanitaria. Gli elicotteri dell’esercito e dell’aviazione hanno continuato a lanciare viveri e farmaci nelle zone più remote della riserva, e il governo brasiliano ha iniziato a mandare via i cercatori d’oro illegali. Nei primi giorni di febbraio gli agenti dell’IBAMA, l’Istituto Brasiliano dell’Ambiente e delle Risorse Naturali, con il supporto della Guardia Nazionale, hanno raggiunto alcuni degli insediamenti dei garimpeiros. Sono stati sequestrati o distrutti aeroplani, elicotteri, bulldozer, baracche e hangar, fucili, barche, tonnellate di cibo e carburante, generatori, frigoriferi, antenne di comunicazione. L’operazione potrebbe durare mesi, ma ha ottenuto un primo obiettivo: molti minatori hanno deciso di abbandonare le terre dei nativi. “È solo il primo passo di una grande operazione per espellere i garimpeiros”, ha dichiarato la ministra dell’Ambiente, Marina Silva. Un programma che non sarà privo di ostacoli per il governo di Brasilia, anche perché lo stato di Roraima è governato da un “fedelissimo” dell’ex presidente di estrema destra, Antonio Denarium, riconfermato nella carica alle ultime elezioni, nell’ottobre 2022, con poco più del 50% dei voti.

Le denunce giunte da più parti

Le denunce sulla grave situazione sanitaria in Roraima sono state molteplici. E ben documentate. L’11 aprile 2022 l’Associazione Hutukara Yanomami ha pubblicato un report dal titolo “Yanomami under attack: Illegal mining in the Yanomami indigenous territory and proposals to combat it”. Il rapporto illustra in dettaglio l’escalation di occupazione nelle riserve indigene: più 46% nell’ultimo anno, circa 500 chilometri di corsi d’acqua contaminati dall’attività dei garimpeiros, crescenti attacchi violenti alle comunità, commistioni con la grande criminalità e il narcotraffico. L’allarme lanciato dall’Associazione Hutukara è stato confermato dal CIMI (Consiglio Missionario per gli Indigeni), organismo della Conferenza Episcopale Brasiliana; e denunce sono state fatte anche dalla REPAM (Rete Ecclesiale Panamazzonica). Non è tutto. Nell’agosto 2022, con una lunga inchiesta curata da quattro giornalisti investigativi, corredata di un ampio servizio fotografico, il quotidiano USA The New York Times ha documentato l’esistenza di centinaia di piste d'atterraggio segretamente costruite su terre protette in Brasile per alimentare l'industria mineraria illegale di oro. Sessantuno di queste miniere si trovano nel territorio Yanomami. Secondo il ‘Times’ molte piste d’atterraggio nell’Amazzonia brasiliana fanno parte di reti criminali che “stanno distruggendo le terre indigene e minacciando la popolazione”. La fiorente industria illecita “è cresciuta sotto il presidente Jair Bolsonaro”, accusa il quotidiano. Le varie accuse hanno portato a sei verdetti di differenti tribunali, inclusa la Corta Suprema di Brasilia. Quest’ultima, nel giugno 2021, ha ordinato al governo, guidato dall’ex presidente, di proteggere gli Yanomami. Undici mesi dopo, la Corte Interamericana per i diritti umani ha intimato allo Stato di espellere i garimpeiros entro il settembre 2022. Nessuna di queste sentenze è stata rispettata da Brasilia. Inoltre, progressivamente, i fondi per la salute dei nativi in Roraima sono stati tagliati e i medicinali hanno iniziato a scomparire dai magazzini. Nel 2022 solo il 30% delle scorte previste è stato effettivamente consegnato. Dove siano finiti gli altri è oggetto di un’inchiesta della magistratura brasiliana. Senza dubbio una tragedia annunciata. E le denunce sono state diverse. Ma le cifre esatte della catastrofe sono emerse solo a inizio 2023, grazie al lavoro del sito di giornalismo investigativo Sumauma.

Se facciamo alcuni passi indietro nel tempo, vediamo che il piano di quello che oggi è stato ribattezzato un “genocidio annunciato”, risale a 30 anni fa. Precisamente al 19 ottobre 1993. L’allora deputato del “Partito Progressista Riformatore”, Jair Bolsonaro, presentò al Parlamento federale un progetto di decreto legislativo: il protocollo intendeva eliminare il provvedimento firmato l’anno prima dal presidente Fernando Collor de Mello che aveva creato la riserva del popolo Yanomami. Il progetto poi non fu approvato. E oggi, dopo 30 anni? L’ex presidente ha taciuto sulla catastrofe sanitaria in Roraima dopo che ne è emersa con chiarezza la dimensione. Bolsonaro - dalla Florida, dove risiedeva a inizio anno – era impegnato a negare il suo coinvolgimento nell’assalto agli uffici governativi di Brasilia dell’8 gennaio (oggi l’ex presidente è anche indagato come mandante della tentata insurrezione).

La filiera dell’oro in Brasile. E nel mondo

Gli Yanomami non sono i soli a essere stati colpiti dalla violenza dei minatori. “I popoli Yanomami e Munduruku sono altamente vulnerabili e sono tra le comunità indigene più colpite dall’espansione delle miniere illegali in Amazzonia”, hanno affermato i funzionari delle Nazioni Unite nel giugno 2021. “Il governo brasiliano dovrebbe prendere misure immediate per proteggere la sicurezza di questi popoli indigeni”. La comunità dei Munduruku è costituita da circa 14 mila persone che vivono lungo il bacino del fiume Tapajos, nello stato di Parà, a Nord-Est del paese. Nel 2020, da uno studio pubblicato dall’istituto brasiliano per la salute Fiocruz, in collaborazione con il WWF, emerse che il 58% degli indigeni Munduruku testati nella regione del Tapajos presentava livelli di mercurio superiori a quelli considerati sicuri. Secondo Survival International, oggi in Brasile vivono circa 300 comunità autoctone, per un totale di 900 mila persone. Nel corso degli anni, i vari governi hanno riconosciuto alla popolazione indigena 690 territori. “In realtà, l’attività dei garimpeiros prosegue da molti anni”, raccontano i missionari che operano in Brasile. “Ma a partire dal 2015, anche per la crescita del prezzo del metallo, è partita la seconda corsa all’oro. Assistiamo al ripetersi di quanto è già accaduto a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, quando i territori dei nativi furono invasi da migliaia di minatori illegali”. Incremento del prezzo dell’oro e individui senza scrupoli. Una miscela pericolosa. Secondo i dati dalle Banca Mondiale, infatti, durante gli ultimi 20 anni (dal 2003 allo scorso anno) il valore del metallo giallo è cresciuto nel mercato internazionale del 500%. Sarebbe il caso di fare approfondite riflessioni sulla filiera mondiale del mercato dell’oro (3.300 tonnellate estratte ogni anno), degli altri metalli preziosi (argento, platino, rodio, palladio); così come sulle filiere di tante commodity provenienti da aree dove i più elementari diritti dei lavoratori sono un oggetto sconosciuto. Per esempio, il cacao (Costa d’Avorio e Ghana tra i primi produttori al mondo), il caffè (Colombia, Etiopia, Honduras nel podio degli esportatori), il rame (Cile e Perù i primi produttori). Ma sono solo alcuni esempi.

In Brasile l’estrazione illegale di oro ha registrato un’impennata a partire dal 2013, quando il governo dell’allora presidente Dilma Rousseff approvò la cosiddetta “clausola di buona fede”. Il sistema - tuttora vigente - consente al produttore di autocertificare l’origine legale del metallo, e alle aziende acquirenti di accettare la sua parola senza verifiche ulteriori. Uno studio dell’organizzazione indipendente di monitoraggio Instituto Escolhas ha dimostrato che almeno il 52% dell’oro estratto nel paese sudamericano “presenta indizi di provenienza illecita”. E non è un mistero che le incursioni dei garimpeiros avvengono grazie al sostegno di potenti reti della criminalità organizzata, come ha documentato l’inchiesta del ‘Times’ sulle piste di atterraggio costruite clandestinamente. Reti che operano in Brasile, così come in altri Paesi dell’America Latina. Secondo alcune ricerche, dall’inizio del decennio 2010 il business delle miniere abusive avrebbe superato quello del traffico di droga. Di certo ha contribuito alla deforestazione dell’Amazzonia. I dati provenienti dall’Instituto do Homem e Meio Ambiente da Amazônia (Imazon), organizzazione no-profit che ha sede a Belem (stato di Parà) ci dicono che il 2022 è stato un anno record per il “sequestro” del verde: sono spariti 10.500 chilometri quadrati di foresta pluviale (un’estensione simile a quella della regione Marche). Per le sue ricerche, Imazon si avvale di un sistema di monitoraggio satellitare. Per fortuna, l’Amazzonia può contare su amici e alleati in tutto il mondo. E per il grande “polmone verde” del pianeta ci sono anche buone notizie. Infatti, da gennaio è tornato attivo il Fondo contro la deforestazione in Amazzonia, che era stato congelato dall’ex presidente, negazionista climatico. La notizia è arrivata in gennaio dal governo della Norvegia, il principale finanziatore di un Fondo che oggi detiene circa 3,4 miliardi di reais. Sono 620 milioni di dollari. Auguriamo lunga vita al popolo degli Yanomami e all’Amazzonia.

Antonio Barbangelo, giornalista

10 maggio 2023

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