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Corea del Nord, nuove prove sui 60mila detenuti politici

di Alessandra Colarizi

Circa 60.000 persone. È il numero dei detenuti nei campi di prigionia per reati politici della Corea del Nord, dove si sospettano gravi violazioni dei diritti umani. A rivelarlo è lo studio "North Korea's Political Prison Facility: The 2013 Revised Edition of the North Korean Political Prison", pubblicato il 15 ottobre dal Korea Institute for National Unification (KINU), think tank finanziato dal governo di Seul.

La ricerca - che si basa su immagini satellitari americane e testimonianze di disertori nordcoreani- fornisce un aggiornamento rispetto ai dati rilasciati nel 2013, identificando nel “Regno eremita” attualmente quattro centri detentivi: il Campo 14, il Campo 16, il Campo 18 e il Campo 25, tutti situati nelle province di Phyongan Meridionale e Hamgyong Settentrionale. I primi tre rientrano nella tipologia dei kwanliso, complessi che hanno l'aspetto di villaggi recintati dove non solo i prigionieri politici, ma anche i loro familiari, sono detenuti secondo il sistema della colpevolezza per associazione.

Complessivamente si stima siano tra le 53.000 e le 65.000 le persone rinchiuse in queste strutture. Un numero in calo rispetto alle 80.000-120.000 stimate nel rapporto di diciassette anni fa che tuttavia gli autori non attribuiscono a un alleggerimento delle pene, bensì almeno in parte alla chiusura del Campo 15, noto per la sua brutalità.

La Corea del Nord è da tempo considerata uno dei paesi con le peggiori condizioni al mondo in termini di diritti umani. Il regime di Pyongyang non tollera alcuna forma di dissenso e mantiene uno stretto controllo sulle informazioni esterne. Nelle quattro strutture si finisce per aver agito contro gli ordini del leader supremo Kim Jong-un o aver violato la linea del partito dei lavoratori, per aver commesso un crimine contro lo Stato o aver condotto attività religiose, considerate una sfida diretta al Kimilsungismo-Kimjongilismo, l'ideologia monolitica dello Stato, che costituiscono il fondamento del regime.

Secondo i disertori nordcoreani, chi viene rinchiuso nei campi deve subire abusi sistematici, tra cui tortura, privazione del cibo e delle cure mediche e violenza sessuale.

Ciascun sito presenta tre componenti principali: alloggi per il personale di sicurezza e i detenuti; zone per il lavoro forzato, tra cui miniere, allevamenti ittici e di bestiame e frutteti; e un vasto sistema di posti di guardia lungo il perimetro esterno. Il Campo 14, istituito a Kaechon, nella provincia di Phyongan Meridionale, nel 1965, è stato ampliato dopo che i seguaci di Jang Song-thaek, zio del leader nordcoreano Kim Jong-un giustiziato nel 2013 per aver pianificato un colpo di stato, sono stati trasferiti dal Campo 18. 

La struttura numero 16 si trova nella provincia di Hamgyong Settentrionale, vicino al sito per i test nucleari di Punggye-ri, l’unico del genere presente nel paese. Fattore che spinge alcuni esperti a sospettare che i detenuti vengano impiegati per lavorare nell'impianto nucleare, dove lo scorso anno sono state rilevate nuove attività sospette nonostante Kim avesse promesso di smantellarlo durante lo storico incontro con l’ex presidente sudcoreano Moon Jae-in, nell'aprile 2018. Il Campo 25 a Chongjin, nella provincia di Hamgyong Settentrionale, è invece un kyohwaso, una costruzione molto simile a una prigione, caratteristica che la differenzia dai kwanliso. Secondo lo studio, il centro può ospitare fino a circa 5.800 persone.

Dopo aver negato le accuse per anni, per la prima volta Pyongyang ha riconosciuto indirettamente l’esistenza delle strutture a novembre dello scorso anno quando, durante una revisione periodica presso l'ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, per bocca di un funzionario ha dichiarato di aver effettuato incarcerazioni ed esecuzioni pubbliche per crimini "contro lo stato". D’altronde, documenti ufficiali nordcoreani contengono riferimenti abbastanza espliciti ai prigionieri politici. Ad esempio, il Resident Registration Reference Book, pubblicato nel 1993 dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza (attualmente Ministero della Sicurezza Sociale), include il termine "ex detenuti politici kyohwaso" nel suo sistema di classificazione della popolazione per status sociale e origine.

La Corea del Nord gestisce campi di detenzione collettiva dal 1947, quando se ne servì per rinchiudere ex collaborazionisti giapponesi, proprietari terrieri e figure religiose. Dopo la guerra di Corea i centri vennero usati soprattutto per presunti simpatizzanti di forze anti-comuniste. L’“Incidente della Fazione di Agosto” del 1956 (tentativo di rimozione del presidente Kim Il Sung dal potere da parte di importanti figure nordcoreane con il supporto dell'Unione Sovietica e della Cina) ha segnato una vera e propria svolta: da quel momento in poi le strutture diventarono veri e propri campi di prigionia politica, destinati a chiunque fosse sospettato di opporsi a Kim Il-sung. Funzione rimasta invariata fino a oggi, da nonno a nipote: anche solo criticare il leader o il regime può comportare la detenzione. Il reato di “diffamazione della dignità della Repubblica”, introdotto nel 2022 con una modifica del codice penale, è punibile persino con la morte.

Dall’arrivo al potere di Kim Jong-un, nel 2011, le autorità hanno inasprito il controllo sulle diserzioni all’estero. Non solo chi tenta di scappare, ma pure chi riceve denaro dalla Corea del Sud, telefona oltreconfine o aiuta altre persone a fuggire può essere trattato come traditore e condannato a pene durissime. Anche solo la trasmissione di informazioni all’estero è considerata un crimine contro lo Stato. Molte attività economiche ordinarie, se interpretate come violazioni delle direttive del leader o della linea del partito, rischiano di essere considerate reati politici. Appropriazione indebita, uso improprio di fondi o materiali di proprietà statale, persino non denunciare una mancia da parte di un turista straniero, possono portare alla detenzione nei campi. Lo stesso vale per il traffico di persone, i contatti con il Sud, la fruizione diretta o la diffusione di film sudcoreani, o crimini legati alla droga.

L’irrigidimento della sorveglianza sulla popolazione ha avuto come diretta conseguenza un progressivo calo delle fughe all’estero. Secondo le autorità sudcoreane, le diserzioni al di là il 38° parallelo sono passate dalle oltre 1000 del 2019 alle 236 del 2024. Ma molti sono i nordcoreani a non raggiungere la meta prefissata.

Stando a un recente rapporto Human Rights Watch, dal 2024 la Cina ha rimpatriato forzatamente almeno 406 persone in Corea del Nord, esponendole “ad alto rischio di tortura, incarcerazione ingiusta, violenza sessuale, lavori forzati e possibile esecuzione, in violazione del diritto internazionale dei diritti umani”. “I funzionari cinesi coinvolti rischiano di essere ritenuti penalmente responsabili per aver facilitato crimini sotto il regime totalitario del leader nordcoreano Kim Jong-un”, avverte la Ong. Pechino continua a considerare i nordcoreani senza documenti come “migranti economici” illegali e pertanto li rispedisce indietro in base a un protocollo di confine siglato nel 1986.

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Foto di  per Flickr

Alessandra Colarizi, direttrice editoriale China Files

25 novembre 2025

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