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Cosa aspettarsi da Taiwan dopo le elezioni?

di Lorenzo Lamperti

Non paura, ma orgoglio e un pizzico di emozione. Camminando tra i seggi sparsi ovunque tra le scuole di Taipei, sabato 13 gennaio, questi erano i sentimenti che parevano trasparire dai taiwanesi che si recavano a votare per le elezioni presidenziali e legislative. Era l'ottava volta che lo facevano, dopo l'avvio della democratizzazione e le prime elezioni libere del 1996. Certo, sullo sfondo inizia a intravedersi una diffusa stanchezza e disillusione, che ha tenuto più persone delle ultime volte lontano dalle urne, vista l'affluenza scesa dal 75 al 71%. Sintomi di quella che Cna, la principale agenzia di stampa taiwanese, ha definito un’elezione “noiosa", nonostante la narrazione prevalente dei media internazionali e il reale interesse dell'esito delle urne dimostrato dalle grandi potenze globali, in primis Cina e Stati Uniti. Ma attenzione, nella visione di Cna un'elezione "noiosa" rappresenta un segnale di "maturità" e "stabilità" in un sistema democratico ormai consolidato e che ha dimostrato in questa occasione di non farsi condizionare più di tanto dalle turbolenze esterne e dalle retoriche apocalittiche dei principali partiti.

Non molti, tra quelli che si facevano i selfie sulla strada del seggio nel soleggiato sabato invernale appena trascorso, affermavano di credere alle due cornici retoriche scelte da Partito progressista democratico (DPP) e Kuomintang (KMT) nei loro slogan della campagna elettorale. "Scelta tra democrazia e autoritarismo", nel primo caso. "Scelta tra guerra e pace", nel secondo. La prima scelta i taiwanesi ritengono di averla già fatta, la seconda pensano (a torto o a ragione) che non dipenda da loro, quantomeno non solo. Il risultato è una via di mezzo che premia soprattutto Lai Ching-te, che vince le elezioni presidenziali, e nel suo primissimo discorso da presidente eletto cita proprio la scelta compiuta dai taiwanesi a favore della democrazia. Un principio che in realtà nessuno pare aver messo in dubbio, tanto che i due sfidanti hanno rapidamente ammesso la sconfitta, ancor prima che fosse terminato lo spoglio e ancor prima che il DPP dichiarasse vittoria. Felice tradizione a Taiwan, che infatti non ha visto nessuna contestazione o polemica anche nei giorni dopo il voto. D'altronde la trasparenza è assoluta. Il voto elettronico non è consentito, neppure dall’estero, da dove non si può votare a distanza. Per votare bisogna recarsi nelle città e nei villaggi d'origine. Faticoso per qualcuno, ma in realtà ormai una tradizione con cui i taiwanesi colgono l'occasione per andare a fare visita alla famiglia. Subito dopo la chiusura dei seggi, via allo spoglio in modalità molto analogiche ma anche molto condivise. Le schede vengono aperte una ad una di fronte a chiunque sia interessato ad assistere, coi voti segnati a mano su una lavagna. In poche ore si hanno i risultati.

Ma, al di là della vittoria di Lai alle presidenziali, nessuno dei partiti ha registrato una vittoria piena. Il DPP ha perso oltre due milioni e mezzo di voti rispetto alle presidenziali del 2020. Un segnale molto chiaro di disaffezione e anche stanchezza verso un partito al governo dal 2016, ma che ha lasciato molte questioni irrisolte. Non sempre basta spingere sul tema identitario, forse basterà ancora meno in futuro visto che ormai i taiwanesi si sentono per lo più tali e non hanno bisogno di sentirsi paventare minacce esterne per motivare il voto. D'altronde, la presa di distanza chiara da Pechino era arrivata alle elezioni del 2020, quando la presidente uscente Tsai Ing-wen stravinse anche e soprattutto grazie all'effetto boomerang della repressione delle proteste di Hong Kong, che convinse anche i taiwanesi più disposti a immaginare un futuro di "unificazione" con Pechino a ripensarci, visto che il modello "un paese, due sistemi" applicato all'ex colonia britannica sarebbe lo stesso che Xi Jinping vorrebbe entrasse in vigore a Taiwan dopo la "riunificazione".

Soprattutto, il DPP ha perso le legislative, perdendo 10 seggi e con essi la maggioranza sia assoluta sia relativa. Quest'ultima torna in mano al KMT, che però incassa la terza storica sconfitta consecutiva alle presidenziali (prima volta che accade per uno dei due partiti) e rischia comunque di non poter mettere a frutto i suoi 52 seggi, esposto alla possibilità che il Partito popolare di Taiwan (TPP) di Ko Wen-je diventi l'ago della bilancia coi suoi 8 seggi. Il buon risultato (26%) dell'inedito "terzo incomodo" Ko, ex chirurgo ed ex sindaco di Taipei, ha pregiudicato le possibilità di vittoria di Hou Yu-ih, l'ex poliziotto candidato del KMT che si è fermato al 33%, sette punti sotto Lai. Ko è riuscito ad attrarre i voti di tanti giovani delusi dal DPP e ora può provare a restare in copertina per molto tempo, decidendo di volta in volta le sorti delle riforme e delle leggi da approvare o meno in parlamento. Il primo test sarà la scelta del presidente dello Yuan legislativo, il parlamento unicamerale taiwanese.

Il DPP ha paventato la possibilità che l'opposizione possa bloccare il budget di difesa, anche se ad apparire più complicate sono semmai le grandi riforme sociali, cioè quelle di cui sentono maggiore bisogno i cittadini taiwanesi, che sono andati alle urne pensando soprattutto ai prezzi delle case, al salario minimo e al sistema di welfare per chi ha figli o anziani da accudire. Difficile anche immaginare che la prossima legislatura sia in grado di operare nuove svolte sul fronte dei diritti civili. Per intenderci, difficile vedere nuovi passi dopo la legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso arrivata nel 2019, momento fondamentale che ha contribuito al rafforzamento del sentimento di alterità identitaria taiwanese. Non a caso, davanti al quartier generale del DPP per festeggiare la vittoria di Lai erano presenti, al fianco delle bandiere verdi e rosa del partito, anche molti vessilli arcobaleno. Anzi, durante la campagna elettorale sia Hou sia Ko hanno provato a mettere in difficoltà Lai sulla pena di morte, pratica che non viene eseguita da diverso tempo, ma che è ufficialmente ancora in vigore. E che viene soprattutto approvata dalla maggioranza dei taiwanesi.

Non mancano comunque le storie positive da raccontare, come quella di Huang Jie, la prima candidata apertamente omosessuale a venire eletta in parlamento, dopo aver vinto la corsa nel suo distretto di Kaohsiung, importante città meridionale di Taiwan. Resta invece fuori Miao Poya del Partito socialdemocratico, sconfitta nel centralissimo distretto di Daan a Taipei nonostante una campagna instancabile.

Da capire, ovviamente, anche che cosa può succedere sul fronte esterno. La prima reazione cinese è stata diplomatica, come accaduto anche nel 2016 dopo la prima elezione di Tsai. Lunedì 15 gennaio, infatti, Nauru (piccolo paese dell'Oceania) ha annunciato la rottura dei rapporti diplomatici ufficiali con Taipei e il via a quelli con Pechino. Si tratta del decimo paese a compiere questo passo negli ultimi otto anni, lasciando Taiwan con soli 12 alleati diplomatici ufficiali. Non finirà qui. Oltre al prevedibile nuovo aumento di manovre militari di jet e navi sullo Stretto, Pechino potrebbe ampliare la cancellazione delle agevolazioni tariffarie per le importazioni di prodotti taiwanesi. In attesa poi di eventuali ulteriori mosse a cavallo dell'insediamento di Lai, previsto per il 20 maggio.

Lorenzo Lamperti, direttore editoriale China Files

16 gennaio 2024

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