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Hiroshima, 80 anni dopo. Abbiamo davvero imparato la lezione?

di Lorenzo Lamperti

"Non vorrei usare l'esempio di Hiroshima... Ma, insomma, essenzialmente è stata la stessa cosa. Ha messo fine alla guerra". Durante il recente summit della Nato all'Aia, Donald Trump ha paragonato gli attacchi statunitensi alle installazioni nucleari iraniane alla decisione di sganciare le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, sostenendo che entrambi avessero "messo fine a un conflitto". Non proprio il modo migliore per onorare la memoria della catastrofe dell'agosto 1945, di cui quest'anno ricorre l'ottantesimo anniversario. Toshiyuki Mimaki, sopravvissuto di Hiroshima e co-presidente del gruppo Nihon Hidankyo (fresco vincitore del Premio Nobel per la Pace), ha dichiarato che le affermazioni di Trump sono “totalmente inaccettabili”. Il sindaco di Nagasaki, Shiro Suzuki, ha definito “inqualificabile” usare l’arma atomica per qualsiasi ragione, esprimendo profondo rammarico nel caso Trump intendesse giustificare i bombardamenti su Hiroshima e Nagasaki. Il sindaco di Hiroshima, Kazumi Matsui, in risposta alle affermazioni, ha invitato Trump a visitare la città. "Solo comprendendo da vicino la tragedia atomica si può parlare con responsabilità e coraggio civile".

A 80 anni dal bombardamento atomico del 6 agosto 1945, la memoria di quell’evento tragico continua a risuonare nel cuore del Giappone. Non è solo una questione di commemorazione storica, ma un interrogativo ancora aperto sull’umanità, sul potere distruttivo della tecnologia e sulla nostra capacità di imparare dai traumi del passato. Oggi Hiroshima è molto più di una città: è un simbolo universale, un monito vivente contro l’annientamento nucleare e un campo di riflessione dove si intrecciano storia, politica e coscienza collettiva.

Camminando per le strade tranquille di Hiroshima, è difficile immaginare il terrore che l’ha attraversata in quella mattina d’estate del 1945. Eppure, ogni angolo della città sembra portare in sé una memoria profonda. Il Parco della Pace, il Museo della Bomba Atomica e la Cupola della Bomba A (rimasta in piedi come scheletro della distruzione) sono monumenti di una memoria non retorica, ma profondamente educativa. Ogni anno, il 6 agosto, migliaia di persone si riuniscono per ricordare le oltre 140mila vittime dirette e indirette, e per ribadire un messaggio di pace.

Questa memoria, tuttavia, non è uniforme né semplice. Gli hibakusha, i sopravvissuti alla bomba, sono ormai molto anziani. Le loro testimonianze – raccolte con fatica, spesso a lungo ignorate – sono oggi parte fondamentale dell’educazione civica giapponese. Alcuni raccontano con voce tremante le ustioni, la perdita dei familiari, l’isolamento sociale subito dopo l’attacco. Le loro voci sono sempre più rare, ma più preziose che mai. Gli hibakusha non sono mai stati solo vittime. Sono diventati testimoni morali, spesso controvoglia, di un evento che ha segnato il confine tra il passato e la possibilità di estinzione del genere umano. Per decenni, molti di loro hanno vissuto nel silenzio, per paura dello stigma sociale e delle discriminazioni, specie nel Giappone del dopoguerra. Solo dagli anni '70 in poi, le loro storie hanno iniziato a trovare spazio pubblico, grazie anche al lavoro di archivisti, attivisti e giornalisti.

Ma oggi, mentre la generazione dei testimoni oculari si spegne, ci si chiede come conservare e tramandare la loro memoria in modo autentico e duraturo. Il rischio è duplice: da un lato, che le loro storie vengano dimenticate; dall’altro, che vengano rese innocue, semplificate in narrazioni convenzionali, scolorite nel cerimoniale pur indorato dal ricevimento del Nobel per la Pace. Kazumi Matsui, sindaco di Hiroshima, ha sottolineato alla tv giapponese che "i sopravvissuti stanno invecchiando rapidamente e ci sono sempre meno persone in grado di testimoniare l’insensatezza del possesso di bombe atomiche e la loro assoluta malvagità". La diminuzione e l'invecchiamento dei testimoni diretti rischia di rendere più sporadiche le opportunità di incontri e confronto con chi è chiamato a proseguire il mastodontico sforzo della Nihon Hidankyo e altre associazioni di sopravvissuti nel diventare la "coscienza morale" dei governi mondiali.

Uno dei nodi cruciali è come trasmettere questa memoria alle nuove generazioni. Molti giovani giapponesi vivono Hiroshima e Nagasaki come un evento storico lontano, persino astratto, complici i decenni di pace e la crescente distanza emotiva dal trauma collettivo. Tuttavia, movimenti studenteschi, associazioni civiche e iniziative digitali stanno cercando nuove forme per raccontare Hiroshima e Nagasaki: podcast, documentari animati, installazioni immersive.

Non si tratta solo di evitare l’oblio, ma di reinterpretare la memoria alla luce delle sfide contemporanee. I giovani chiedono: cosa significa oggi “mai più Hiroshima”? Come si declina questo impegno nel mondo attuale?

La domanda non è teorica. Dopo decenni in cui la minaccia nucleare sembrava relegata alla Guerra Fredda, il tema è tornato drammaticamente attuale. Le tensioni tra Russia e Occidente, il riarmo in Asia, la proliferazione di nuove tecnologie militari e l’incertezza geopolitica hanno riportato la paura dell’apocalisse nucleare nell’immaginario collettivo. Il Trattato per la proibizione delle armi nucleari, entrato in vigore nel 2021, è stato salutato come una svolta, ma le grandi potenze nucleari – inclusi Stati Uniti, Russia, Cina – non lo hanno firmato. Il Giappone stesso, pur essendo l’unico Paese ad aver subito un attacco nucleare, non ha aderito, stretto com’è tra pressioni geopolitiche e dipendenza dall'“ombrello nucleare” statunitense.

Questo paradosso è uno dei nodi più dolorosi nella coscienza giapponese: la distanza tra la memoria pacifista di Hiroshima e Nagasaki e la realpolitik della difesa nazionale. In questo contesto, il messaggio dei sopravvissuti rischia di restare simbolico, mentre le decisioni strategiche vanno in direzione opposta. Addirittura, una candidata del partito sovranista Sanseito alle elezioni per la Camera Alta del 20 luglio, ha proposto lo sviluppo di una deterrenza nucleare nazionale. Fino a qualche tempo fa, solo immaginare di pronunciare una frase del genere in Giappone sarebbe stato impensabile.

Hiroshima e Nagasaki non sono solo un capitolo della storia del Giappone. Sono un punto di svolta dell’intera umanità. È lì che per la prima volta l’uomo ha sperimentato la capacità di autodistruggersi con un solo gesto tecnologico. A distanza di 80 anni, quella possibilità non è scomparsa, ma si è moltiplicata. Eppure, Hiroshima e Nagasaki sono anche città che hanno scelto di rinascere nella pace, di non lasciarsi definire solo dal trauma, ma di trasformarlo in un impegno attivo verso il disarmo, il dialogo e l’educazione.

Le cerimonie ufficiali continuano, ma forse ciò che serve oggi è più che una commemorazione rituale: è un patto intergenerazionale, un’alleanza tra chi ha vissuto la tragedia e chi eredita la responsabilità di evitarne la ripetizione. La memoria, da sola, non basta. Deve tradursi in scelte politiche, in cultura, in coraggio civile.

La domanda che si leva da Hiroshima dopo 80 anni è ancora aperta: abbiamo davvero imparato la lezione?

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Photo credit: WikimediaCommons/Maarten Heerlien

Lorenzo Lamperti, direttore editoriale China Files

25 luglio 2025

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