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Ice a Minneapolis: quando lo Stato uccide e accusa le vittime di essere il nemico

di Michele Migone

La colpevolizzazione delle vittime è una delle caratteristiche dei regimi autoritari. Se la sono cercata, potevano starsene tranquilli al loro posto. Renee Good voleva solo allontanarsi in macchina; Alex Pretti cercava di difendere una donna che era stata spinta a terra. Per questi gesti, sono stati uccisi dagli agenti dell’ICE. Due esecuzioni. Tre colpi sul viso contro di lei, dieci nella schiena contro di lui. 

Lo Stato di Diritto è stato cancellato a Minneapolis. Donald Trump ha tentato anche di cancellare la memoria di queste due persone, il vero significato della loro morte, usando la menzogna per descriverle come il Problema. “Lei ha investito violentemente, volontariamente e brutalmente il funzionario dell’Agenzia. Si è comportata in modo orribile” – ha affermato il presidente. Video e ricostruzioni dei media statunitensi hanno raccontato un’altra storia.
Ma lui non si è fermato. È arrivato a dire che lei aveva avuto un atteggiamento “altamente irrispettoso” nei confronti delle forze dell’ordine, quasi volesse così giustificare la sua uccisione.

Kristi Noem, la donna che guida il Dipartimento di Sicurezza Interna, responsabile dell’ICE, è andata anche oltre. Davanti ai microfoni ha affermato che l’agente aveva sparato per legittima difesa e che, con la sua manovra in macchina, Renee Good aveva compiuto un “atto di terrorismo”. Forse si era messa d’accordo con J.D. Vance. Anzi, è certo. Comparso in sala stampa alla Casa Bianca, il vicepresidente ha indicato la donna, 37 anni, madre di tre figli, come vittima di “una ideologia di sinistra, istigata da gruppi politicamente attivi che hanno come scopo impedire alle forze dell’ordine di svolgere i loro compiti”. 

“Posso dire che la sua morte sia stata una tragedia – ha chiosato Vance – Ma è stata una tragedia causata da lei stessa”. Trump, Noem, Vance hanno fatto queste affermazioni nonostante le ricostruzioni li smentissero, nonostante a tutti fosse molto chiaro come fossero andate le cose a Minneapolis. L’agente che ha sparato ha avuto l’immunità assicurata, l’FBI ha preso in mano l’inchiesta per insabbiarla, qualcuno ha scritto che il Dipartimento di Giustizia avrebbe avuto l’intenzione di mettere sotto indagine Becca Good, la moglie di Renee. Tanto per intimidirla.

Lo stesso canovaccio è seguito all’uccisione di Alex Pretti. Negare l’evidenza, rendere la vittima il colpevole, raccontare una realtà parallela. Kristi Noem ha bollato anche lui come un “terrorista interno” che aveva come movente “infliggere il massimo dei danni all’operazione di polizia e uccidere gli agenti dell’ICE”. Parole espresse come una sentenza, dette mentre sulla rete già giravano i video in cui si vedeva con cruda chiarezza cosa fosse successo: l’uomo con il telefonino in mano, il suo tentativo di aiutare una donna, l’assalto da parte dei funzionari attorno a lui, i colpi sparati a bruciapelo mentre lui era piegato verso terra.

Gregory Bovino, il capo della Polizia di Frontiera, ha detto le stesse cose che ha detto Kristi Noem. E Stephen Miller, il Rasputin della Casa Bianca, il Teorico del Caos Violento dentro e fuori dai confini degli Stati Uniti, ha detto le stesse cose che avevano detto Noem e Bovino: Alex Pretti era un terrorista. La biografia di questo infermiere ci dice che queste affermazioni non sono vere. Sono semplicemente oltraggiose. Era solo un abitante di Minneapolis che ha agito sulla base della solidarietà nei confronti di un’altra persona.

Pretti aveva il porto d’armi, aveva con sé una pistola, ma è sempre rimasta nella fondina; nessun video, nessun testimone ha mai messo in dubbio, dopo la sua morte, che avesse intenzione di usarla. Le parole di Kash Patel, il direttore dell’FBI, secondo il quale se vai a una manifestazione armato poi te la devi aspettare, non corrispondono alla realtà di ciò che è sempre successo negli Stati Uniti, come per esempio ai rally No Vax, dove le armi erano ben esposte ma mai usate. Per fortuna. Anche le parole di Patel suonano come una giustificazione per l’uccisione a sangue freddo di un cittadino americano.

Pretti si è opposto a un atto di prepotenza. Ed è questa la ragione per cui Noem, Bovino e Miller lo hanno bollato come un terrorista. Perché, con il suo gesto, è entrato nelle file degli oppositori dell’Amministrazione Trump, nelle fila del Nemico. Minneapolis resiste, lotta con metodi pacifici, resiliente, vuole cacciare gli estranei: gli agenti dell’ICE. I suoi abitanti rivogliono indietro lo Stato di Diritto.

Minneapolis è un esperimento, il terreno su cui Donald Trump saggia la resistenza della democrazia statunitense, la prova generale per altre città in vista delle elezioni di Medio Termine, il punto di non ritorno dove le vittime diventano, nelle mani del Potere, i colpevoli di essersi opposti a un progetto sempre più chiaramente autoritario. Negli ultimi anni Bill Clinton è sempre stato abbastanza parco nelle sue uscite pubbliche. Dopo l’uccisione di Alex Pretti ha detto:
“Spetta a tutti noi che crediamo nella promessa della democrazia americana alzarci e parlare”.

Minneapolis non si è seduta. Adesso tocca agli altri alzarsi.

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Foto di Ciad Davis, [1], CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

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