Gariwo
https://it.gariwo.net/magazine/diritti-umani-e-crimini-contro-lumanita/il-dibattito-etico-e-morale-sullintervento-di-israele-a-gaza-26711.html
Gariwo Magazine

Il dibattito etico e morale sull’intervento di Israele a Gaza

Intellettuali ed esperti aprono la discussione su dinamiche e implicazioni di un conflitto devastante

In tempo di guerra tutto è concesso? Difendersi da un attacco caratterizzato da violenza inaudita significa rompere gli argini di qualsiasi morale e spazzare via l’umanità che dovrebbe sorreggere le azioni dei popoli di tutto il mondo? E quali possono essere le conseguenze?

A sollevare a gran voce la questione sono stati 44 accademici dell’Università di Oxford, tra cui esperti di etica, diritto internazionale e filosofi morali, che in una lettera aperta datata il 20 ottobre e indirizzata al Primo Ministro e al leader dell’opposizione del Regno Unito, hanno chiesto che le istituzioni spingessero per “un’immediata cessazione dell’attacco di Israele contro Gaza”, definito dagli intellettuali “moralmente disastroso”, ma invocando anche il rilascio da parte di Hamas degli ostaggi israeliani.

Nel testo del documento si legge infatti che:

“Secondo il diritto internazionale, Israele ha il diritto di adottare misure difensive contro Hamas. Ma questo diritto non si estende né giustifica l’attuale attacco israeliano contro la popolazione civile di Gaza. Infatti, pensare che le atrocità perpetrate da Hamas giustifichino la crisi umanitaria attualmente in corso a Gaza significa indulgere a un principio centrale del terrorismo – che tutti i cittadini devono pagare per le malefatte dei loro governi – così come alla pratica centrale del terrorismo: la punizione collettiva.”

E ancora:

“Nel suo attacco a Gaza, Israele ha deliberatamente privato i civili palestinesi innocenti – tra cui un gran numero di bambini – di acqua, cibo ed elettricità, nonché dei mezzi di fuga. Sebbene Israele abbia recentemente accettato di consentire consegne limitate di cibo, acqua e forniture mediche attraverso il confine tra Egitto e Gaza, continua a rifiutare il passaggio di carburante, mettendo a repentaglio la capacità di funzionamento degli ospedali. La quantità di aiuti che Israele ha accettato di concedere, ha recentemente avvertito il capo umanitario delle Nazioni Unite, è assolutamente insufficiente. […] Le azioni di Israele sono un affronto alla dignità morale fondamentale.”

Una condanna esplicita, quella degli accademici inglesi, sia dell’atto terroristico di Hamas sia delle conseguenti operazioni perpetrate nei confronti della popolazione civile di Gaza dai militari dell’IDF in risposta all’attacco del 7 ottobre, che apre le porte a un dibattito importante incentrato sull’etica del conflitto e sul perimetro del diritto internazionale entro cui si colloca la reazione di un Paese. 

A sottolineare l’importante significato di questo messaggio è il quotidiano israeliano Haaretz, che in un recente articolo ha riportato non soltanto il testo della lettera redatta e firmata dai docenti dell’Università inglese, ma anche la risposta contrariata al documento da parte di sei filosofi morali israeliani, che dichiarano di contestarne fermamente quasi ogni aspetto:

“La lettera condanna fermamente l'attacco di Hamas in una frase, ma senza riconoscere la natura radicale di ciò che Hamas ha fatto, l’incredibile crudeltà e la violazione di ogni minima norma morale anche in tempo di guerra e il suo profondo significato. Inoltre, ignora il fatto che l’uccisione di massa di civili, vista nel contesto della Carta di Hamas e dei suoi obiettivi dichiarati, dovrebbe probabilmente essere considerata un atto di genocidio. Dopo questa unica frase, il resto della lettera è dedicato alla condanna delle azioni e delle motivazioni israeliane. La Lettera Aperta non solleva preoccupazioni, né mette in discussione alcune misure israeliane, né chiede un aumento degli aiuti umanitari durante la guerra ma, piuttosto, parla di una indubbia e severa condanna.”

Quello apertosi in questo pubblico scambio epistolare tra esperti di moralità e conflitti, è uno scenario di profondo confronto ormai inevitabile sul piano etico e intellettuale. Chiedersi fino a dove un esercito possa spingersi per rispondere a una violenza subita e liberare decine di cittadini tenuti in ostaggio, interrogarsi su come gestire la caccia all’assassino quando quest’ultimo si nasconde dietro i suoi stessi concittadini, decidere quando la violenza indiscriminata possa essere efficace per raggiungere un obiettivo.

Il professore americano di filosofia morale all’Università di Oxford Jeff McMahan, tra i firmatari della lettera aperta per fermare l’assedio, intervistato da Haaretz dichiara che “per ogni membro di Hamas ucciso, Israele ne recluta almeno altri due tra i civili che lascia sommersi dal dolore e dall’odio, infiammati dal desiderio di vendetta per l’uccisione o la mutilazione del loro figlio, genitore, coniuge, fratello, amico.”

Si tratta di una chiave di lettura cruciale, basata sull’idea che la violenza genera violenza e che “quando una guerra finisce per danneggiare più innocenti rispetto ad altri mezzi, finisce con il violare il requisito di necessità”, diventando addirittura controproducente rispetto all’obiettivo militare.

Dello stesso avviso è un altro docente, Noam Zohar, tra i firmatari della lettera di risposta da parte dei colleghi israeliani, sempre intervistato da Haaretz. Anche secondo il suo pensiero, “colpire i civili non rende diversi dai terroristi, la cui natura è proprio quella di colpire gli innocenti.”

Per evitare questo, un espediente usato dall’esercito dell’IDF è stato avvertire la popolazione di Gaza City dell’attacco imminente, invitando la popolazione a lasciare l’area (e quindi le loro case) e spostarsi a Sud della Striscia di Gaza. Alcuni affermano che questa azione differenzia le operazioni dell’esercito da un assedio “classico” perché in quel caso i civili sarebbero stati fatti rimanere nella zona interessata. Ma anche nel caso in cui avvenga uno spostamento di persone di tali proporzioni, è importante che si tratti di un movimento temporaneo, altrimenti l’operazione è destinata a trasformarsi in un crimine di guerra.

I confini, è evidente, sono labili e sottili. Criteri come quello definito “di proporzionalità”, che dovrebbe disegnare dei limiti di intervento, possono essere utilizzati come giustificazione per le uccisioni indiscriminate.

Facilmente le persone vengono fatte scivolare in panni anonimi e identificati come “danni collaterali”, troppo spesso si viene a creare una patina di discolpa, come se in guerra ogni mossa diventasse lecita per il raggiungimento di un obiettivo militare. Oggi più che mai aprire una discussione per mettercisi, in discussione, è fondamentale.

1 dicembre 2023

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Grazie per aver dato la tua adesione!

Contenuti correlati