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Iran: voci dalla diaspora in Italia tra paura, dissenso e ricerca di futuro

di Murat Cinar

Da alcune settimane l’Iran è attraversato da una nuova ondata di proteste represse con estrema violenza. Le notizie che filtrano dal Paese parlano di un uso sistematico della forza, arresti di massa, processi sommari e di un blackout quasi totale delle comunicazioni. Ancora una volta, la risposta del regime alle richieste di libertà e dignità è stata la repressione. In questo vuoto informativo, la diaspora iraniana in Italia diventa uno spazio fondamentale di testimonianza, analisi e confronto. Non una voce unica, ma molteplici sguardi, spesso divergenti, che riflettono percorsi di vita, età, sensibilità politiche e professionali differenti. Raccontarli insieme significa restituire la complessità di una società che resiste anche fuori dai propri confini.

Arman: “Non chiediamo eroi, chiediamo di non avere più paura”

Arman ha lasciato l’Iran poco più che trentenne e oggi vive in Italia. La sua testimonianza è attraversata da una parola che ritorna come una costante: paura. «Sono ancora spaventato mentre parlo», racconta. «Non per Israele o per l’Occidente, ma per la Repubblica Islamica». Una paura che, spiega, non è mai stata un’eccezione, ma una condizione normalizzata della vita quotidiana.

Ha iniziato a lavorare a 18 anni, attraversando settori diversi – dalle telecomunicazioni all’industria petrolifera – e per un periodo ha provato anche a gestire un piccolo caffè. «Ho tentato di costruirmi una vita autonoma, ma non ha funzionato. Le politiche governative rendevano tutto impossibile». In Iran, sottolinea, non è solo l’economia a soffocare le persone, ma l’orizzonte stesso dell’esistenza: la possibilità di progettare il futuro.

Le proteste, per Arman, non rappresentano una novità storica. «Ricordo le prime quando avevo 17 anni, dopo le elezioni presidenziali. Da allora la dinamica è sempre la stessa: ogni volta che il popolo protesta, la risposta del governo è la violenza». Ogni forma di dissenso viene sistematicamente delegittimata, bollata come complotto straniero, usata come giustificazione per reprimere.

Secondo Arman, oggi il Paese è intrappolato in una polarizzazione distruttiva. Da un lato la Repubblica Islamica, dall’altro il ritorno ciclico della figura monarchica, che per una parte della popolazione diventa un riferimento simbolico. «Ogni volta che il “re” parla, offre al governo il pretesto perfetto per reprimere, per uccidere». Una dinamica che si ripete nel tempo, alimentando terrore e paralisi sociale. «O è cinico e sa benissimo cosa sta facendo, oppure è irresponsabile. In entrambi i casi, il futuro dell’Iran è in pericolo».

La violenza, spiega Arman, non è solo fisica ma anche simbolica. Entrambe le parti in campo hanno contribuito a silenziare le voci capaci di rappresentare realmente la società, etichettando chiunque come terrorista, traditore o agente esterno. «La gente è confusa. Questa volta sembrava diversa, più organizzata. Per molti era l’ultima speranza». Ma la repressione, ammette, era prevedibile: «In Iran non è mai un’eccezione». Pur non assolvendo il regime, Arman riconosce una verità scomoda: «Sì, alcune proteste erano organizzate. L’intervento esterno esiste. Ma il governo usa questo elemento come giustificazione per massacrare le persone». Una scelta forzata tra due mali, che lascia la popolazione senza alternative reali.

Cresciuto in un clima di controllo e censura, Arman ricorda una quotidianità fatta di autocensura e paura: «Avevamo timore persino di dire che in casa avevamo una parabola satellitare. Mio padre nascondeva le VHS per farci vedere dei film». Una paura che, dice, non se n’è mai andata davvero. «La libertà non è mai esistita». Oggi, conclude, molte persone in Iran non chiedono ideologie né salvatori. «Chiedono solo di poter lavorare, viaggiare, essere pagate dignitosamente, avere internet e un’economia stabile. E soprattutto di non avere paura di parlare». Una richiesta minima, che resta però radicale in un sistema che ha fatto della paura il proprio strumento di governo.

Aram: informazione sotto assedio e richiesta di rottura totale

Aram, 53 anni, vive e lavora a Torino da oltre vent’anni. Osserva quanto accade in Iran da una posizione che è al tempo stesso distante e profondamente coinvolta. «Oggi ricostruire ciò che succede nel Paese è estremamente difficile», spiega. «Con il blackout quasi totale di internet, le informazioni arrivano a goccia». Le sue fonti sono siti iraniani e internazionali, canali satellitari e soprattutto una rete di giornalisti freelance e indipendenti che non appartengono all’apparato del regime.

Secondo Aram, quanto sta avvenendo in Iran non può essere letto come un evento improvviso o isolato. «Nella storia, ogni cambiamento epocale o rivoluzionario ha sempre visto il coinvolgimento di attori esterni. Succederà anche questa volta», afferma. Una dinamica che, a suo avviso, è resa quasi inevitabile dalla natura del potere iraniano: «Un regime brutale e spietato, che dispone di apparati militari, mercenari, risorse economiche e controllo politico, almeno finché riesce a mantenerli».

Il nodo centrale, per Aram, è la negazione stessa della cittadinanza. «Dal 1979 a oggi, la Repubblica Islamica non ha mai riconosciuto gli iraniani come cittadini né come popolo». La popolazione, sostiene, è stata trattata come uno strumento sacrificabile per fini ideologici e geopolitici. «Il regime utilizza il concetto di ommat: una comunità di fedeli, non una nazione composta da cittadini con diritti». Per questo, le proteste in corso non chiedono riforme parziali. «La soluzione, sia immediata che transitoria, deve prevedere la caduta completa del regime islamico», afferma Aram. Non solo la rimozione del leader supremo, ma lo smantellamento dell’intero sistema di potere: «clericali, militari, paramilitari e tecnocrati fedeli al regime».

Nel suo ragionamento emerge anche la necessità di una fase di transizione strutturata. Aram indica Reza Pahlavi come una possibile figura di riferimento per questo passaggio. Figlio dell’ultimo Scià dell’Iran, Mohammad Reza Pahlavi, Reza Pahlavi vive da decenni in esilio ed è una delle figure più visibili dell’opposizione iraniana all’estero, in particolare negli Stati Uniti. Negli ultimi anni si è proposto come promotore di una transizione verso un sistema laico e democratico, sostenendo pubblicamente l’idea di elezioni libere e di un parlamento costituente.

Per Aram, tuttavia, il ruolo di Pahlavi può essere al massimo transitorio. «Una fase che porti a elezioni libere e a un’assemblea costituente incaricata di definire le nuove regole di una società democratica», spiega, «indipendentemente dalla forma politica finale dello Stato, che sia repubblica o monarchia». Secondo le informazioni non ufficiali che circolano fuori dall’Iran, il bilancio delle vittime della repressione sarebbe già drammatico, con numeri che parlano di decine di migliaia di morti. «Questo dà la misura della gravità della situazione», conclude Aram. «Il popolo iraniano non vuole più vedere al potere nessuno che, in piccolo o in grande, abbia fatto parte del regime islamico». Una richiesta che nasce nelle strade dell’Iran ma che, oggi, trova voce anche nella diaspora: il bisogno di una rottura netta con il passato e di un futuro finalmente fondato sulla cittadinanza e sui diritti.

Roya: autodeterminazione e rifiuto delle scorciatoie

Roya è attivista, formatrice e mediatrice interculturale, vive a Torino e segue gli eventi con “speranza, inquietudine e impotenza”. Anche per lei il blackout informativo è una forma di violenza politica: «Isolare la popolazione significa rendere invisibile la repressione». Roya rifiuta con decisione l’idea di un intervento esterno. «Sappiamo bene quali interessi muovono queste ingerenze e quale prezzo umano comportano». Pur riconoscendo la brutalità della dittatura teocratica, non crede che la soluzione possa essere la cessione della sovranità a potenze straniere.

La sua speranza è che il cambiamento nasca dall’interno, valorizzando una classe dirigente già esistente ma silenziata: «Intellettuali, attivisti, politici rinchiusi nelle carceri di cui non si parla mai». Per Roya la priorità sono elezioni libere immediate. Sul ritorno dei Pahlavi è scettica: «Il consenso maggiore è nella diaspora, non in Iran». Al massimo, ammette, una fase di transizione. «La libertà non può essere delegata».

Samir Garshabi: una rivolta sociale, non una guerra per procura

Samir Garshabi è iraniano di etnia curda, dissidente di sinistra e attivista per i diritti politici e umani. La sua lettura di quanto sta accadendo in Iran si colloca in netta controtendenza rispetto alla narrazione ufficiale del regime e a quella, spesso semplificata, proposta da una parte dei media internazionali.

Secondo Samir, la rivolta in corso in Iran non può essere letta come un’operazione eterodiretta dall’esterno, come sostiene la narrativa ufficiale del regime. Al contrario, si tratta dell’esito di una crisi interna profonda, alimentata da decenni di politiche economiche fallimentari e da un sistema di potere fondato su corruzione, insicurezza e repressione generalizzata. L’inflazione, che ha superato il 60 per cento, e la continua svalutazione della moneta nazionale hanno eroso le condizioni di vita di ampi settori della popolazione, trasformando il disagio sociale in una mobilitazione diffusa.

A questo quadro si somma il peso di una politica estera che, attraverso la retorica dell’esportazione della rivoluzione islamica, ha prodotto un isolamento crescente dell’Iran e conseguenze destabilizzanti nella regione, aggravando ulteriormente la situazione interna. L’attuale sollevazione si inserisce infatti in una sequenza di ribellioni che hanno attraversato il Paese negli ultimi anni, a partire dal movimento Donna, Vita, Libertà, di cui rappresenta una prosecuzione. Un elemento particolarmente significativo, sottolinea Samir, è il coinvolgimento dei bazari, i mercanti dei bazar, tradizionalmente considerati una delle basi sociali del regime. La loro partecipazione segnala una frattura ormai evidente tra il potere e settori storicamente a esso vicini, indicando una progressiva erosione del consenso e un isolamento politico sempre più marcato della Repubblica islamica.

Per Garshabi, dunque, l’attuale sollevazione non nasce da ingerenze esterne ma da una crisi strutturale che attraversa la società iraniana da anni e che oggi ha raggiunto un punto di rottura. La partecipazione dei bazari, storicamente vicini al potere, rappresenta un passaggio simbolico fondamentale: un segnale della frattura ormai evidente tra il regime e ampi settori della società.

Su questo sfondo, l’attivista rifiuta con decisione l’idea che un intervento esterno possa rappresentare una soluzione. Le esperienze recenti di “esportazione della democrazia” in Medio Oriente, sottolinea, dimostrano come gli interventi militari abbiano prodotto instabilità, violenza e nuove forme di autoritarismo, senza restituire autodeterminazione ai popoli coinvolti.

Il nodo centrale resta invece politico e interno: la necessità di costruire un’alternativa credibile, pluralista e condivisa al regime attuale. In un Paese multietnico come l’Iran, avverte Garshabi, non può esistere un’unica leadership salvifica. Il rischio, altrimenti, è quello di uscire da una dittatura per cadere in una nuova forma di dominio. «L’unica via d’uscita reale», conclude, «resta l’autodeterminazione del popolo iraniano». Una prospettiva lunga e complessa, che non passa per deleghe esterne ma per la ricostruzione di uno spazio politico libero, capace di rappresentare la pluralità della società iraniana.

Farian Sabahi: “Siamo davanti a un massacro di regime”

Lo sguardo storico e giornalistico di Farian Sabahi, professoressa associata di Storia contemporanea e giornalista professionista, restituisce un quadro drammatico. «Quello che sta accadendo è un massacro di regime, seguito da processi sommari». Sabahi distingue tra coinvolgimento di intelligence e intervento militare. Il primo, con la presenza di agenti stranieri nelle piazze, «ha reso la repressione ancora più feroce». Il secondo, un possibile bombardamento statunitense, rischia di non portare alla caduta del regime e di aggravare la sofferenza civile.

Non vede soluzioni immediate. «In queste ore l’Iran piange i suoi morti». Critica anche il ritorno della dinastia Pahlavi, sostenuta da potenze straniere ma gravata da una memoria di diseguaglianze, torture e dipendenza esterna. Per il dopo Repubblica islamica, Sabahi immagina un percorso lungo: «Una commissione di riconciliazione nazionale e una figura capace di unire, come Nelson Mandela».

Queste voci, diverse e talvolta in contrasto, raccontano un’unica realtà: un popolo privato della parola, ma non della capacità di pensare il proprio futuro. Dare spazio a questa pluralità significa sottrarsi alle narrazioni semplicistiche e riconoscere che la responsabilità morale, oggi, è ascoltare. Anche – e soprattutto – quando le risposte non sono univoche.

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Foto di Matt Hrkac da Geelong / Melbourne, Australia, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Murat Cinar, giornalista esperto di Turchia

28 gennaio 2026

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