Gariwo
https://it.gariwo.net/magazine/diritti-umani-e-crimini-contro-lumanita/l-attivista-egiziano-remon-karam-in-italia-dobbiamo-garantire-a-tutti-il-diritto-allinclusione-26721.html
Gariwo Magazine

L'attivista egiziano Remon Karam: "In Italia dobbiamo garantire a tutti il diritto all’inclusione"

Sbarcato in Sicilia dieci anni fa, si batte ogni giorno per dare voce alle persone più fragili

Remon Karam è un esempio emblematico del protagonismo delle nuove generazioni con background migratorio che hanno saputo trasformare una tragedia in una storia di rinascita, riscatto e attivismo per i diritti umani. Egiziano, cristiano copto, ha 24 anni ed è scappato dall’Egitto governato dall’Islam politico dei Fratelli Musulmani, quando aveva solo quattordici anni. Avrebbe potuto finire nel limbo dove oggi si trovano tanti minori stranieri non accompagnati, avrebbe potuto restare il numero 90 che gli è stato appuntato sul petto dopo il soccorso in mare il 17 luglio del 2013 e invece sulla sua strada ha trovato una coppia che lo ha accolto, aiutato a crescere, a inseguire i suoi sogni, a laurearsi e a diventare la voce degli ultimi “per sentirsi primi”, come dice lui stesso. Mediatore culturale, Garante degli studenti dell’università Kore di Enna dove si è laureato in Lingue e Culture Moderne, ha affidato la sua storia alla giornalista e scrittrice Francesca Barra che ha scritto il libro Il mare nasconde le stelle. Lo abbiamo incontrato nella redazione di Gariwo, dove è venuto a trovarci nei giorni scorsi.

Remon, lei è diventato un attivista molto seguito. Ci può raccontare come è la sua vita oggi?

Mi occupo di diritti umani attraverso la mia storia, che è la storia di migrazione di un ragazzo che è arrivato da solo in Italia all’età di quattordici anni ed è riuscito a rinascere dal trauma, dall’abbandono della sua famiglia, dalla tristezza. Lo faccio ogni giorno, andando nelle scuole, nelle università, nelle carceri e attraverso le interviste per parlare di immigrazione e degli ultimi, quelli che non hanno voce per gridare e rivendicare i propri diritti.

Il suo viaggio è stato breve ma molto drammatico

Il mio viaggio per fortuna è stato breve, sette giorni via mare. Partendo dall’Egitto, non ho dovuto subire quello che accade oggi ai migranti, soprattutto se arrivano dall’Africa subsahariana. Il loro tragitto può durare anni. Attraversano il deserto, passano dalla Libia, dove vengono sequestrati, torturati, sfruttati e talvolta uccisi dai trafficanti. Il mio viaggio purtroppo è stato drammatico perché sono stato rapito per cinque giorni e ho avuto paura di morire. Gli scafisti hanno minacciato di uccidermi se i miei genitori non avessero pagato il riscatto di 4mila euro. Mio padre ha dovuto vendere il terreno, frutto dei risparmi di una vita di mio nonno, i gioielli di mia madre, chiedere prestiti per permettere a suo figlio di sopravvivere. Quando sono partito, avevo solo una fotografia di mio fratello che ho abbracciato frettolosamente prima di andarmene.

Non sapeva che il viaggio sarebbe stato un calvario?

Avevo solo 14 anni e lo avevo immaginato come una specie di crociera. Speravo di avere un letto dove dormire e invece abbiamo lottato per avere qualche metro di spazio a disposizione. Durante quei sette giorni di navigazione, continuavo a chiedere quando saremmo arrivati ma nessuno sapeva darmi una risposta perché il problema non era solo quando, ma se saremmo arrivati e sopravvissuti. E inoltre avevamo il terrore di finire in Libia, invece che in Italia. All’alba mangiavamo riso cotto con l’acqua salata del mare e bevevamo l’acqua mischiata con la benzina nel tappo della bottiglia. Immagini la scena di tanti cani che mangiano nella stessa ciotola di alluminio. Siamo stati trattati come animali, ma eravamo esseri umani.

Da cosa fuggiva?

Sono scappato nel 2013, dopo le primavere arabe, quando in Egitto governavano i Fratelli Musulmani. Io sono cristiano, porto una croce sul polso destro e quindi rischiavo la vita. Mio cugino è stato ucciso durante la notte di Capodanno: gli hanno sparato un colpo in testa solo perché era cristiano e festeggiava nella sua chiesa insieme i suoi amici. In Egitto ogni festività religiosa era un momento di lutto e di condoglianze. Non volevo aspettare che fosse il mio turno né vivere in attesa della mia condanna a morte.

Cosa pensa quando si guarda indietro?

All’immagine del bambino che ero, dopo essere arrivato in Italia. Sono stati dieci anni di lotta contro gli altri ma anche contro me stesso perché ho dovuto combattere con quel vecchio me che, per andare avanti, doveva fare i conti con la tristezza, il trauma della separazione della famiglia, la solitudine.

Oggi è un attivista che combatte per i diritti umani.

Sono stato fortunato. Dopo due mesi in un centro di accoglienza, ho conosciuto Marilena e Carmelo: una coppia che aveva cercato di adottare un bambino, senza riuscirci. E poi hanno trovato me: un ragazzino egiziano di un’altra cultura che parlava una lingua diversa e aveva una famiglia alle spalle. Tutti questi muri, loro li hanno subito demoliti. Ed è grazie al loro amore gratuito che sono arrivato fino a qui: un laureato, che sa parlare bene l’italiano e può prodigarsi per gli altri.

Ha ottenuto la cittadinanza?

Purtroppo ancora no e questo è un altro tema per cui mi batto. Sono in Italia da dieci anni, sto per prendere una seconda laurea, ho lavorato e lavoro ma ancora non sono cittadino italiano, mentre i calciatori la ottengono in pochi giorni.

Come è diventato attivista?

Il mio attivismo nasce il 3 ottobre del 2013, davanti all’immensa tragedia del naufragio di Lampedusa. Quel giorno ho compreso di essere stato un ragazzo fortunato a essere sopravvissuto, ho capito la portata e le cause del fenomeno migratorio. Inoltre ho compreso quanta ingiustizia e ignoranza ci fosse nelle parole di chi giudica e strumentalizza il tema migratorio. E così, anche facendo emergere il mio trauma, raccontando le paure da cui sono scappato nel libro Il mare nasconde le stelle, ho deciso di condividere la mia storia per far capire ai ragazzi nelle scuole le cause delle migrazioni da parte di chi l’ha vissuta sulla propria pelle.

Cosa pensa delle politiche migratorie attuali sui minori stranieri non accompagnati?

Oggi si parla sempre di persone che sbarcano, che muoiono o di dove metterli una volta arrivati, come fossero una merce. Non si parla mai di cosa accade alle persone dopo che sono sbarcate, non ci si preoccupa delle loro vite dopo che sono state accolte. Se lo Stato permette di mettere dei minorenni insieme agli adulti nei centri di accoglienza, per me si tratta di un crimine. Bisogna garantire il loro diritto a essere protetti e soprattutto a studiare. Come ho fatto io grazie alla generosità di una coppia che mi ha accolto. Il diritto all’istruzione è previsto dalle convenzioni internazionali e dalla Costituzione. Bisogna offrire alle nuove generazioni che arrivano in Italia l’opportunità di avere un futuro grazie allo studio e all’istruzione. Oggi dobbiamo garantire a tutti il diritto all’inclusione.

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Grazie per aver dato la tua adesione!

Contenuti correlati

Scopri tra le interviste

carica altri contenuti