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La solitudine mentale e il dolore fisico dei soldati ucraini feriti al fronte

di Andrea Braschayko

“Ucraina orientale. Un anno dopo la guerra”. Così comincia il film del 2019 Atlantis del regista Valentyn Vasjanovyč, vincitore del premio Orizzonti per il miglior film alla 76ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia. La pellicola è girata a Mariupol’ tre anni prima dell’invasione russa del 24 febbraio 2022, e ambientata esattamente tre anni dopo essa.

È il 2025, il protagonista si chiama Serhij, un ex soldato affetto da disturbo post-traumatico da stress. Dopo aver perso il lavoro in un’acciaieria rilevata da un colosso industriale straniero, Serhij torna nei territori de-occupati del Donbas con l’obiettivo di aiutare un gruppo di volontari a dissotterrare i corpi di civili e soldati dalle fosse comuni. Lo scenario è, per usare un eufemismo, post-apocalittico: la terra dell’Ucraina dell’Est sembra essere inadatta alla vita umana, e persino quella animale e vegetale.

Cinque anni dopo le riprese, la frase che accompagna la prima scena di Atlantis potrebbe rivelarsi una profezia: molti analisti segnalano come la guerra potrebbe davvero finire nel 2024, esattamente come accade nella finzione di Vasjanovyč. Speculazioni a parte, ciò che è reale è la frustrazione e la sofferenza – psicologica, fisica, sociale – delle centinaia di migliaia di soldati ucraini arruolatisi al fronte negli ultimi due anni. Donne e uomini, studenti come cinquantenni, classi benestanti cittadine e operai e contadini dei selo sono accomunati non solamente dalla resistenza all’invasione russa. Dallo shock mentale all’amputazione di uno o più arti, molti di coloro che sono sopravvissuti nella lotta all’occupazione di Mosca porteranno con sé una lotta quotidiana per l’intera vita.

Mancano tutt’oggi dei numeri precisi sui mutilati ucraini in conseguenza della guerra (come peraltro cifre attendibili sui morti e feriti di entrambi gli schieramenti). Sono circa 1,2 milioni i veterani ucraini che hanno combattuto dal 2014 (inizio della guerra in Donbas e dell’annessione russa della Crimea) al 2023, circa il 10% della forza lavoro del paese: una risorsa cruciale per il futuro dell’Ucraina.  Già prima della guerra del 2022, però, l’Ucraina aveva circa 3 milioni di persone con varie forme di disabilità: quasi un decimo della popolazione residente nel paese prima dell’invasione russa. Un numero, ovviamente, cresciuto drammaticamente negli ultimi ventiquattro mesi. E al di là delle più crude statistiche, questo aumento costante ha a che fare con le singole storie delle persone toccate da un cambiamento radicale della propria quotidianità e auto-percezione.

L’Ucraina è un paese in cui l’inclusività delle persone con disabilità non è mai rientrata fra le priorità della classe politica e della cittadinanza attiva, scivolando nella lista dei problemi al di sotto della corruzione, della povertà e poi, ovviamente, della guerra nei suoi caratteri multidimensionali. Eppure, ciò non ha impedito, ad esempio, agli atleti disabili ucraini di primeggiare a livello mondiale nelle scorse edizioni delle Paralimpiadi, l’equivalente delle Olimpiadi per gli sportivi con disabilità fisiche. Ventuno medaglie iridate e sesto posto nel medagliere generale nell’ultima rassegna di Tokyo nel 2021, addirittura quarantuno ori e terzo posto (dietro solo a Cina e Stati Uniti) a Rio de Janeiro nel 2016.

Progetti sociali come Princip (Principio) dell’avvocato ucraino di origine afgane Masi Nayem – fratello di Mustafa, ex giornalista dell’Ukrainska Pravda e parlamentare alla Verchovna Rada – puntano proprio ad aumentare la consapevolezza sociale e l’accesso ai servizi, abbattere le barriere architettoniche, e facilitare il reinserimento nella società dei soldati ucraini che non possono più tornare al fronte, ma nemmeno riabituarsi alla vita quotidiana in modo indipendente. Attivisti e volontari suppliscono alle mancanze di uno stato che, seppur sommerso dall’ordine del giorno, dovrà presto fare i conti con un suo peso in varie forme occultato dal dibattito mainstream. Qualsiasi governo ucraino futuro dovrà farlo non solo per un debito di riconoscenza, verso chi ha messo a rischio il proprio corpo per difendere il paese, ma anche e soprattutto perché la categoria dei veterani con forme di disabilità fisiche e mentali già oggi pervade ogni angolo della vita civile.

Come accennato, sono poche le statistiche successive al 2022, ma già nel 2020 secondo uno studio condotto dall’Unione europea e dall’Organizzazione internazionale per la migrazione (IOM) delle Nazioni Unite il 49% dei veterani del Donbas riportava una percezione di comportamenti pregiudiziali o ingiusti nei propri confronti. Uno su tre dichiarava di sentirsi escluso dalla società ucraina, e quasi tre su quattro ritenevano di poter essere capiti solamente da chi avesse vissuto la stessa esperienza, cioè da altri veterani. Uno struggente reportage del New York Times dell’aprile 2023 ha seguito diversi soldati de-mobilizzati durante il loro percorso di riabilitazione. Gravi lesioni fisiche, dipendenze da droghe e alcol, istinti suicidi sono la normalità nei centri in cui molti ex soldati entrano nel limbo che li separa dalla vita militare a quella civile, e dal quale uscire è pressoché impossibile senza un sostegno professionale e relazionale. Il Washington Post ha dedicato uno spazio specificamente al racconto del disturbo post-traumatico da stress, il più diffuso e silente disagio sviluppatosi nei ranghi dell’esercito, malattia congenita di ogni guerra moderna. A fine dello scorso anno il Guardian intervistava Daniil Melnyk, uno dei “circa cinquantamila soldati con uno o più arti amputati […] un numero destinato a crescere anche fra i civili, con il 40% dei territori ucraini attualmente minati”.

Sebbene la contropropaganda ucraina che si oppone all’ondata di disinformazione russa cerchi spesso – e ciò riguarda soprattutto i media apertamente filogovernativi – di nascondere i danni collaterali a livello sociale della resistenza militare, pure il sito di informazione indipendente ucraino Hromdaske ha scelto di riportare periodicamente le storie personali dei soldati la cui vita è stata stravolta dal fronte. Dal 39enne Oleksii, che nonostante le due braccia perse non perde il sorriso nei confronti della vita, al racconto di una giornata di un volontario ‘tassista’ dei veterani ucraini, senza dimenticare le storie dei civili, il focus sulla disabilità è diventato un modo per Hromdaske di raccontare la guerra ucraino-russa al di là della retorica e dei facili entusiasmi nazionalistici.

Nonostante le previsioni degli analisti, la fine dei combattimenti non si vede all’orizzonte. Ma già oggi sempre più media ucraini scelgono di mettere al centro del dibattito le politiche di reinserimento dei veterani e la convivenza sociale con le disabilità dei soldati. Lo scorso aprile Francesco M. Cataluccio aveva seguito un gruppo di veterani ucraini invitati da diversi filantropi ucraini e polacchi per un viaggio studio di dieci giorni in Polonia, il cui obiettivo era discuterne il ruolo attivo nella trasformazione dell’Ucraina dopo la guerra. Il futuro è soprattutto dalla loro parte.

Andrea Braschayko, giornalista freelance

7 febbraio 2024

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