Gariwo
https://it.gariwo.net/magazine/diritti-umani-e-crimini-contro-lumanita/la-turchia-compie-cento-anni-e-non-si-sente-tanto-bene-26616.html
Gariwo Magazine

La Turchia compie cento anni e non si sente tanto bene

di Joshua Evangelista

Riprendiamo integralmente l'articolo "La Turchia compie cento anni e non si sente tanto bene" di Joshua Evangelista, giornalista e responsabile della comunicazione della Fondazione Gariwo. Il reportage, scritto dall'autore in occasione del centenario della fondazione della Repubblica di Turchia, è stato pubblicato sullo Specchio de "La Stampa" in data 29 ottobre 2023. 

------------------------------------------------------------------------------------------------

Si racconta che durante l’occupazione di Costantinopoli da parte degli Alleati, i ricchi ospiti del Pera Palace Hotel, un lussuoso albergo costruito per i passeggeri dell’Orient Express, facessero a gara per avere al proprio tavolo un affascinante e carismatico comandante turco che alloggiava nella camera 101. Una sera del 1918 il Generale Harrington, capo delle forze occupanti, disse a un cameriere che avrebbe voluto ospitare al suo tavolo quel soldato così assorto nei suoi pensieri mentre assaporava il caffè. Al cameriere il soldato, il cui nome era Mustafa Kemal e che nel giro di qualche anno sarebbe stato chiamato Atatürk (padre dei i turchi), rispose così: “Di’ al Generale che nella nostra tradizione è il padrone di casa ad invitare. Sebbene potrebbe sembrare che siano loro i padroni della città, presto se ne andranno. Sono ospiti, e gli ospiti nella nostra cultura sono sempre benvenuti. Perciò, se è questo il suo desiderio, che si sieda al mio tavolo!”.

Cinque anni dopo, il 29 ottobre del 1923, Mustafa Kemal Atatürk dichiarò che la Turchia era diventata una repubblica. Due settimane prima aveva spostato la capitale ad Ankara per spezzare i legami con il retaggio multiculturale ottomano. Oggi la stanza 101 di Kemal è un museo e Istanbul si prepara a festeggiare il primo secolo di Repubblica. Parate militari, fuochi d’artificio, concerti e grandi raduni sono previsti in tante piazze della città. Nei corridoi delle stazioni della metropolitana lunghi cartelloni esaltano la nazione e gli eroi, i soldati, che muoiono per far vivere il Paese. Un’intera facciata del municipio di Beyoglu è coperta da una grande bandiera rossa con la falce di luna e la stella a cinque punte, mentre alla sua destra un pannello con il volto di Recep Tayyip Erdoğan è accompagnato dalla scritta “L’uomo giusto al momento giusto”. In realtà finora l’approccio ai festeggiamenti da parte di Erdoğan è apparso agli analisti alquanto tiepido. Del resto il rapporto tra Erdoğan e il kemalismo è sempre stato complesso: sono i rappresentanti di due filosofie politiche estremamente autoritarie, sebbene l’una conservatrice, l’altra radicalmente secolare.

Chi festeggerà la festa della Repubblica è sicuramente Hassan, mercante di tappeti e convinto kemalista. Per 24 anni, dall’osservatorio privilegiato della sua bottega alle spalle di Hagia Sofia, ha visto come la città è cambiata e come è cambiata la percezione del potere nei confronti dei monumenti. Patrimonio Unesco, epicentro della cristianità bizantina poi diventata moschea ottomana fino al 1931, quando venne sconsacrata, Hagia Sofia era uno dei musei più visti del mondo. Fino al 10 luglio 2020, quando con un decreto presidenziale è tornata a essere moschea. Ora, la Madonna con Bambino al centro del catino absidale, un’opera risalente all'867, è coperta da un lungo velo bianco. Proprio sotto a questa improbabile madonna velata, ignorandone l’esistenza, alcuni fedeli musulmani pregano mentre gli addetti alla sicurezza controllano che i bambini non esagerino con le corse e le capriole sulla moquette.
“Abbiamo origini nomadi, per secoli abbiamo adorato la natura”, afferma Hassan, la cui bottega è un tramite tra i mercanti di Anatolia, Kurdistan, Iran e i grandi negozi delle città occidentali. “Vedere un patrimonio come Hagia Sofia ridotta a un luogo di culto per soli musulmani in nome della nostra identità è davvero terribile”. Fra qualche mese Hassan cederà il negozio e farà ritorno dalla sua famiglia, in Cappadocia. “Istanbul è diventata invivibile e i costi sono diventati esorbitanti”.

Se è vero che tutta la Turchia stia attraversando una recessione economica drammatica, Istanbul ha raggiunto dei livelli inaccessibili per la classe media: in un anno gli affitti degli appartamenti sono aumentati fino al 150% e, secondo alcune stime, a settembre il costo della vita medio per una famiglia di quattro persone è stato quattro volte superiore allo stipendio minimo. Per quanto riguarda la vivibilità, sembra ormai preistoria l’onda di manifestazioni iniziate nel maggio 2013 intorno al Parco Gezi della centrale piazza Taksim. “Tutto ebbe inizio con la difesa dell’ultimo parco rimasto nel centro della città“, ricorda il giornalista Murat Cinar, autore di Undici storie di resistenza, undici anni della Turchia (2022, EBS Print). “Un punto di incontro per gli ‘ultimi’ di questa megalopoli”, a cui si sono aggiunte milioni di persone di altre città alle prese con simili piani di urbanizzazione aggressiva. Quel momento è stato “l’inizio di un incubo per chi è finito al centro di campagne di diffamazione politica e mediatica e l’opportunità per il regime per intensificare la repressione”. Non solo, è stato anche l’inizio di una migrazione cospicua di quelle “anime progressiste e laiche che credevano in un cambiamento dal basso. Sono partite lasciando alle spalle la propria terra madre, che non sarà più come prima”.

Ma non tutti possono partire. Nel vivacissimo quartiere asiatico di Kadıköy, uno degli ultimi avamposti progressisti della città, incontriamo Eyaz e Merve, una coppia di trentenni. Lui lavora in un’agenzia di viaggio ed è curdo, lei è alevita e fa l’infermiera. “Vorremmo vivere in Europa, come tutti i nostri amici. Nessuno vuole più rimanere qui, tra repressione politica e crisi economica infinita”. Non partiranno: il terribile terremoto dello scorso 6 febbraio ha lasciato in eredità a Merve una casa distrutta ad Antiochia e una sorella e una piccola nipotina a cui badare. “Non possiamo dire di essere felici di questa vita”.

Se la Costantinopoli di inizio secolo era un hub multietnico formato da armeni, greci, ebrei, europei occidentali, russi e ucraini, ancora oggi, nonostante le grandi bandiere rosse con la mezzaluna che abbondano in tutte le piazze della città, nelle arterie di Istanbul scorre sangue proveniente da tutto il mondo. Secondo i dati forniti da İSKİ, l’autorità idrica della città, tra regolari e irregolari vivrebbero a Istanbul 2,5 milioni di stranieri. Potenzialmente formerebbero, da soli, la nona città più popolosa d’Europa.

Uno di loro è Abdullah Zahi, giordano, che vive a Istanbul da nove anni, nel quartiere periferico di Beylikdüzü. “Da quando sono qui la città si è davvero trasformata, il che è tutto dire tenendo conto che quella turca è una società tutt’altro che aperta al cambiamento”. In meglio o in peggio? “Qui a Istanbul tutto è politica, i sostenitori del governo diranno che ci sono stati giganteschi passi in avanti grazie alle nuove infrastrutture, gli altri invece evidenzieranno il fatto che questi miglioramenti coinvolgono solo poche famiglie”. Abdullah afferma di non aver mai subito episodi di razzismo in quanto straniero, ma che ne ha visti parecchi, soprattutto verso afghani e siriani. E ci sono anche casi istituzionalizzati. Come quello del quartiere popolare di Fatih dove, dal 2021, il comune ha vietato gli affitti ai non turchi anche anche se in possesso di permesso di soggiorno. Insomma, l’accoglienza decantata da Atatürk davanti al Generale Harrington non trova sempre fondamento nella realtà odierna. 

Eppure lo spirito multiculturale della città continua a pervadere Istanbul, anche se in forme diverse. Un esempio è la chiesa evangelica armena di Gedikpaşa, che sopravvive dal 1850 nonostante un genocidio e le ripetute minacce degli estremisti di destra. Nei suoi sotterranei c’è una scuola dedicata a Hrant Dink, il giornalista di origine armena brutalmente assassinato nel 2007. Veniamo accolti da un profugo iraniano pentecostale che ha lasciato Teheran dopo essersi convertito al cristianesimo. La chiesa porta avanti una sorta di mutuo soccorso tra minoranze diverse che condividono gli stessi valori, ci dice. Davanti all’edificio il servizio d’ordine è gestito da un anziano turco, che offre ai passanti vangeli e letteratura cristiana. Ad un certo punto una signora sulla sessantina gli si avvicina per offrirgli tè e biscotti, parlandogli in russo.

Quando a novembre la sbornia dei festeggiamenti sarà terminata, forse qualche bandiera rossa verrà ammainata. Istanbul continuerà a essere multiculturale nonostante i tentativi di turchizzazione di Kemal ed Erdoğan. Una città che unisce due continenti non può avere altro destino.

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Grazie per aver dato la tua adesione!

Contenuti correlati