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L’inferno degli afghani rifugiati in Pakistan: in 482mila costretti a lasciare il paese

di Giulia Della Michelina

Il governo del Pakistan ha deciso di espellere dal proprio territorio le persone straniere che non possiedono regolari documenti. Il provvedimento riguarda in particolare chi proviene dal vicino Afghanistan, almeno 1,5 milioni di persone, di cui 600mila fuggite in seguito al ritorno dei talebani nell’agosto del 2021, oltre a gruppi più ristretti di rifugiati somali e yemeniti in situazione irregolare. Secondo le stime dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, a queste si aggiungono circa 1,3 milioni di afghani registrati come rifugiati e altri 840mila che possiedono documenti di cittadinanza, a cui dovrebbe essere consentito restare in territorio pakistano, nonostante alcune testimonianze riferiscano che le autorità stanno agendo contro i migranti senza distinzione. In Pakistan sono presenti circa 3,7 milioni di afghani, secondo le Nazioni Unite, mentre per le stime di Islamabad sarebbero 4,4 milioni. L’emigrazione afghana verso il Pakistan si è sviluppata in diverse ondate, soprattutto a partire dal 1979, a seguito dell’invasione sovietica. Da allora molti afghani hanno varcato il confine sud-orientale, rimanendo in alcuni casi anche per anni senza documenti e mettendo al mondo figli in territorio pakistano a loro volta non registrati come rifugiati.

Il Pakistan ha annunciato la misura lo scorso ottobre, allertando i migranti irregolari che, a partire dal primo novembre, avrebbero dovuto abbandonare il paese, altrimenti sarebbero stati rimpatriati. Da allora sono oltre 482mila le persone che hanno lasciato il Pakistan, in maggioranza donne e minori (di cui uno su quattro ha meno di cinque anni). Il ministro dell’Interno ad interim pakistano Sarfraz Ahmed Bugti ha dichiarato che il 90% dei migranti ha lasciato il paese volontariamente. Nei giorni precedenti allo scadere dell’”ultimatum”, migliaia di afghani si sono riversati sul confine, creando una fila lunga sette chilometri al valico di Torkham, dove sono stati allestiti dei campi temporanei con tendoni. “Quarant'anni fa vivevamo in tenda e ora ci ritroviamo di nuovo in tenda. È la storia di tutta la mia vita” ha dichiarato ad Al Jazeera Gul Khan Kaka, che si era rifugiato in Pakistan negli anni ’80 e ora si trova in un campo istituito dai talebani vicino a Torkham. In queste strutture l’accesso al riscaldamento e all’acqua potabile è fortemente limitato e le condizioni igieniche non sono adeguate.

Qualche settimana fa, i media internazionali hanno riferito che il governo di Islamabad ha deciso di imporre una tassa di 830 dollari agli afghani che si dirigono verso paesi terzi, invece di tornare in patria (con tutti i rischi che ciò comporta). Inoltre, il Pakistan ha richiesto che la tassa sia pagata tramite carta di credito, nonostante pochi afghani abbiano accesso a tale servizio. Il 13 dicembre, tuttavia, il governo ha annunciato, a seguito di una visita di funzionari del Dipartimento di Stato statunitense per discutere della questione, che permetterà agli afghani in attesa dei documenti per spostarsi in un altro paese di restare in Pakistan fino al prossimo 29 febbraio. Secondo Amnesty International, da novembre il Pakistan ha intensificato la repressione dei migranti afghani, attraverso deportazioni e arresti arbitrari, anche di minori. Sono stati istituiti almeno 49 centri di detenzione, mentre alcune abitazioni o insediamenti informali sono stati demoliti e i beni all’interno sequestrati.

Il capo dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, si è detto “allarmato” per l’”espulsione arbitraria” dei cittadini afghani, accompagnata da casi di abusi e maltrattamenti. Lo stesso comunicato riporta la testimonianza di una persona costretta a lasciare il Pakistan: “La polizia locale ha condotto un'incursione notturna nella nostra casa. Hanno confiscato denaro, gioielli, capre, pecore e altri oggetti dalla nostra casa e li hanno portati via. Ci hanno dato solo poche ore per raccogliere le cose rimanenti e lasciare la casa entro l'alba di quel giorno. Mentre ce ne stavamo andando, un bulldozer ha iniziato a distruggere la nostra casa. Ci siamo sentiti impotenti e abbiamo lasciato il villaggio con gli occhi pieni di lacrime".

Il Pakistan ha annunciato la decisione di espellere i migranti senza documenti sulla scia dell’aumento di un’ondata di violenza nel paese di cui i talebani sarebbero responsabili. Secondo Islamabad, il governo dell’Emirato islamico avrebbe sostenuto una serie di attacchi definiti terroristici, ad opera del gruppo Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP), in particolare nell’area vicina al confine tra i due paesi, ma non solo. Il primo ministro ad interim pakistano Anwar ul-Haq Kakar ha dichiarato che le operazioni del TTP sono aumentate del 60% e hanno causato 2.267 morti da quando i talebani sono tornati al potere in Afghanistan. Secondo il ministro dell’Interno Bugti, 14 dei 24 attentati suicidi avvenuti in Pakistan quest’anno sono stati compiuti da persone di nazionalità afghana. Dopo aver finanziato per anni il gruppo fondamentalista, il Pakistan ha ricominciato ad essere bersagliato da una delle fazioni alleate agli “studenti del Corano”. In una crescente tensione dei rapporti tra i due governi, Islamabad ha dapprima tentato di esercitare pressioni, imponendo restrizioni commerciali al suo vicino, per poi arrivare alla decisione di rimpatriare gli afghani con l’obbiettivo di fermare il sostegno di Kabul agli attacchi del TTP. Da parte loro, i talebani hanno definito le deportazioni “disumane” e alcuni esponenti hanno ammesso che la drammatica condizione economica in cui versa il paese non può che essere peggiorata dal ritorno di migliaia di rifugiati in tempi così rapidi.

Il portavoce dell'Emirato islamico, Zabiullah Mujahid, ha inoltre negato che gli afghani che vivono in Pakistan interferiscano negli affari interni del paese: “è una preoccupazione errata, la neghiamo”, ha affermato. Secondo alcuni analisti, il provvedimento di espulsione potrebbe essere stato condizionato anche dalla volontà di ridurre la presenza di cittadini di etnia pashtun, che l’esercito pakistano considera come una minaccia separatista. Non è la prima volta che il Pakistan cita problemi di sicurezza per giustificare misure contro i migranti afghani. Nel 2016 sono state deportate circa 600mila persone e in seguito il governo ha avviato la costruzione di una recinzione lungo la linea Durand, la linea di confine che separa l’Afghanistan dal Pakistan, di cui molti leader pashtun di entrambi i paesi non riconoscono la legittimità.

I rifugiati afghani si trovano così a dover scegliere se restare in Pakistan rischiando arresti, deportazioni e abusi o rientrare in patria, dove la crisi umanitaria ed economica perdura da mesi. In questo contesto, ci sono diverse categorie di persone per cui è particolarmente pericoloso fare ritorno nel paese d’origine. Per le decine di migliaia di lavoratori che hanno collaborato con i paesi occidentali fino al 2021, tornare in Afghanistan significa esporsi alla vendetta dell’attuale governo talebano. Così come per le donne significa andare incontro a una serie di restrizioni sempre più stringenti. Le ragazze non possono proseguire gli studi oltre la scuola primaria e la partecipazione alla vita pubblica è estremamente ridotta. Le donne possono lavorare in pochissimi settori e non possono spostarsi autonomamente. 

Giornalisti, attivisti per i diritti umani, persone LGBTQ+ o di etnia hazara rischiano di tornare a una vita di persecuzioni da cui avevano tentato di scappare. In un paese la cui economia è totalmente al collasso, l’ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA) ha stimato che nel 2023 sono almeno 28,3 milioni le persone bisognose di assistenza umanitaria (rispetto ai 24,4 milioni del 2022 e ai 18,4 milioni del 2021). Secondo l’istituto di ricerca Gallup Pakistan, l’84% dei pakistani intervistati sostiene la decisione del governo di rimpatriare i rifugiati afghani. Il 64% per cento del campione ritiene che questo provvedimento favorirà la sicurezza interna e il 55% pensa che avrà un impatto positivo sull’economia.

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