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Medio Oriente: quale sarà il destino dei dimenticati ostaggi thailandesi?

di Alessandra Colarizi

"Mi risulta, per lo meno, che siano vivi". Intervistato dalla CNN, giorni fa il primo ministro thailandese, Srettha Thavisin, esprimeva cauto ottimismo sullo stato di salute dei cittadini thailandesi catturati da Hamas. Stando a Thavisin, le autorità di Bangkok stanno considerando "il momento in cui ci sarà un cessate il fuoco temporaneo” per evacuare gli ostaggi. I negoziati con l’organizzazione islamista palestinese, cominciati il 26 ottobre in Iran, per ora si sono conclusi con la promessa di un rilascio "al momento giusto". Intanto però il tempo passa e le domande dei familiari dei rapiti restano senza risposta. Mentre i riflettori del mondo sono puntati su quanto accade nella Striscia, e sulle agenzie internazionali campeggia il bilancio dei minori vittime dei bombardamenti israeliani, alle nostre latitudini solo pochi sono a conoscenza dell’incubo vissuto in queste ore da migliaia di immigrati thailandesi.

Si stima che negli ultimi giorni almeno 32 thailandesi siano stati uccisi, 22 catturati e 19 feriti. Numeri che rendono quella thailandese la nazionalità straniera più colpita dall'inizio degli scontri a Gaza. Stando alle autorità di Bangkok, circa 30.000 thailandesi vivono in Israele, di cui 5000-6000 proprio vicino alla Striscia. Per la maggior parte sono uomini, impiegati soprattutto nel settore agricolo come braccianti. Alcuni di loro vivono in Medio Oriente da decenni, altri sono giunti solo pochi anni fa dal nord della Thailandia, al confine con Myanmar e Laos. Zone poverissime dove, per i più fortunati, la paga si aggira sui 10 dollari al giorno. In Israele è possibile guadagnare cinque volte tanto. C’è chi con due anni di lavoro, una volta rimpatriato, ci si è costruito casa nuova.

Il prezzo da pagare però può essere molto alto. Di questi tempi vivere in Israele può costare la pelle. I campi coltivati infatti sorgono in un’area fuori dalla portata di Iron Dome, il sistema di difesa antimissilistico israeliano. “È difficile lavorare duro e per tante ore con i missili che ti volano sopra la testa”, racconta ad AP Sawaeng Phathee, che dopo aver vissuto 36 settimane in Israele, una volta scaduto il contratto di lavoro, è tornato a Udon Thani, villaggio nel nord-est della Thailandia da cui proviene oltre l’80% degli immigrati thailandesi presenti in Israele. Come Phathee, all’incirca 7200 connazionali hanno lasciato il paese dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Il governo di Bangkok ha offerto un risarcimento di 50.000 baht (1.400 dollari) e prestiti agevolati a quanti disposti a tornare.

La storia della diaspora thailandese in Israele risale alla fine degli anni ‘80, quando all’indomani della prima intifada il governo di Ytzhak Shamir decide di incoraggiare l’immigrazione straniera per rimpiazzare la manodopera palestinese ritenuta da quel momento una potenziale minaccia. Secondo l’antropologo Matan Kaminer, nel 1992 sono già migliaia i thailandesi ad essere presenti nel paese. Ma ben presto la nuova vita si rivela più dura del previsto: sfruttamento, abusi e violazioni delle libertà personali scandiscono le giornate lavorative dei nuovi arrivati. Nel 2011, su richiesta degli Stati Uniti e delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani, Tel Aviv e Bangkok firmano l’accordo per la "Cooperazione thailandese-israeliana sulla collocazione dei lavoratori" (TIC). Obiettivo: regolarizzare i flussi migratori e migliorare gli standard lavorativi. Da quel momento, il reclutamento e la gestione dei lavoratori passano attraverso agenzie interinali e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM) dell’Onu. Per certi versi l’intesa è servita allo scopo: non solo l’accordo consente ai thailandesi di lavorare in Israele per un massimo di cinque anni e tre mesi (sebbene solo nel settore agricolo), ma ha anche ridotto le commissioni richieste agli aspiranti lavoratori da una media di 9.000 dollari a circa 2.100. Molto però resta ancora da fare. Sebbene la maggioranza dei lavoratori thailandesi sia oggi in regola, circa 7000 vengono considerati immigrati illegali. O meglio, dopo essere entrati legalmente nel paese, si sono trattenuti oltre la scadenza del visto. Alcuni hanno invece cambiato datore di lavoro senza notificare il passaggio alle autorità locali.

Avere tutte le carte in regola non basta ad assicurare condizioni di vita dignitose. Stando a un’analisi dell’Ong Kav LaOved, nel 2020 l’83% dei lavoratori thailandesi era pagato al di sotto del salario minimo legale. Molti non ricevevano i diritti garantiti dalla legge, trovandosi ad affrontare condizioni di lavoro non sicure e talvolta senza accesso alle cure mediche. Preoccupazioni simili sono state sollevate più volte da Human Rights Watch a partire dal 2015, mentre un’indagine pubblicata nel 2022 dal Dipartimento di Stato americano sul traffico di essere umani definisce “lavoro forzato" il trattamento riservato ai lavoratori thailandesi impiegati nel settore agricolo israeliano. La guerra potrebbe diventare l’ultima goccia in un vaso già traboccante. Sulla stampa internazionale non mancano le testimonianze di quanti si dicono intenzionati a partire il prima possibile. Per non perdere forza lavoro, il governo di Tel Aviv ha offerto ai lavoratori stranieri incentivi da 500 dollari al mese e la promessa di rafforzare la sicurezza personale. Anche sotto le bombe, rifiutare non è facile per chi è arrivato in Israele da poco e deve ancora ripianare i debiti contratti per coprire le spese del viaggio. Nel caos generale si inseriscono sciacalli e truffatori, pronti a sfruttare la disperazione delle famiglie; molte quelle che, a un mese dall’inizio del conflitto, non hanno ancora notizie dei propri cari.

Le carenze dei canali ufficiali vengono sopperite dalla società civile. "Aid for farm workers", ad esempio, è un’associazione composta da attivisti e volontari che da diversi anni assicura supporto agli immigrati thailandesi, cooperando con professionisti di vari settori. “Nei primi giorni dopo l’inizio della guerra, molti dei lavoratori agricoli sono stati evacuati in luoghi più sicuri, soprattutto nel centro del paese. Qui sono stati accolti in apposite strutture, dove i nostri volontari hanno fornito loro cibo, nonché assistenza medica e mentale”, spiega a Gariwo Zohar Shvarzberg, ricercatrice che collabora con il gruppo in qualità di esperta di immigrazione thailandese. “Il nostro lavoro di volontariato al momento consiste soprattutto nel cercare di stabilire un contatto diretto con le famiglie in Thailandia, oltre che a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla situazione dei lavoratori thailandesi attraverso i social network, e la stampa locale e globale”, aggiunge Shvarzberg. A questo scopo è stata creata una hotline multilingue in collaborazione con l'Università Bar-Ilan di Tel Aviv per fornire traduzioni dal thailandese all'inglese e all'ebraico. Non solo. Fungendo da tramite tra i familiari e le autorità israeliane, “Aid for farm workers" sta collaborando a compilare una lista dei lavoratori thailandesi scomparsi. Impresa non facile considerato che molti dei dispersi non avevano con loro documenti d'identità.

Sebbene sia il più colpito, la Thailandia non è l’unico paese del Sud-Est asiatico a temere per l’incolumità dei propri cittadini. Circa 30.000 filippini vivono e lavorano in Israele, molti come operatori sanitari nel settore dell’assistenza agli anziani e alle persone con disabilità fisiche. Almeno tre hanno perso la vita negli scontri.

Alessandra Colarizi, direttrice editoriale China Files

13 novembre 2023

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