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A mio padre ucciso dal genocidio in Ruanda: "Caro papà, ho deciso di insegnare che l'amore è più forte"

la lettera di Jean Paul Habimana, a trent'anni dal genocidio contro i tutsi in Ruanda

Caro Papà,

come stai? Sono passati trent’anni dall’ultima volta che ci siamo visti: era venerdì 8 aprile 1994. Perciò scusami se mi faccio sentire solo ora. Sai, nel frattempo sono successe tante cose, ma tu sei sempre stato con me, nel mio cuore, e non ho smesso di parlarti, aspettando di sentire la tua voce… so che lì dove ti trovi nulla à effimero come qui da noi: voi avete tutto in pienezza, anche il tempo, lì, è un eterno fluire.

Da noi è tutto come quando ci hai lasciati: le notti si alternano ai giorni, le settimane ai mesi e i mesi agli anni. Dopo trent’anni, non è cambiato nulla o è cambiato poco: io sono diventato uomo e padre di due figli, Samuel e Davide. Quando c’è la festa dei nonni, le maestre chiedono di scrivere una lettera ai nonni e loro ti scrivono sempre, tutti gli anni. Immagino che ti siano arrivate, no? Sono ragazzi bellissimi, intelligenti, forti e fieri come te, del resto, e quando li guardo il ricordo di te si sovrappone alla loro immagine. Li guardo e vedo te, non so perché.

Quando ti parlo non mi aspetto di sentire risposte fatte di parole, ma vedo le cose che fai per me e sono più eloquenti di qualsiasi frase, sai? - so molto bene che non mi hai mai abbandonato e io non finirò mai di esserti grato per la tua vicinanza e il tuo supporto.

Era l'8 aprile quando ci siamo divisi per paura di essere uccisi, ricordi?
Da allora ho continuato e continuo a sentirti vicino. Subito dopo che l’aereo dove viaggiava il presidente Habyarimana esplose, la paura iniziò ad aleggiare nell’aria e il giorno successivo, il 7 aprile, restammo ben chiusi in casa. Il giorno dopo avvenne qualcosa di incomprensibile: arrivarono i nostri vicini e bruciarono le nostre case, ammazzando con una violenza disumana chi non riusciva a scappare. Papà, ti rendi conto? È assurdo: muore un politico e uccidono i civili… ma so che anche per te è impossibile capire quella storia.

Ho saputo che eri andato a Rubiha da Yohani, il tuo amico, pensando che ti potesse proteggere e nascondere. Ma lui ti consigliò di andare da Philbert. Un paio di giorni dopo, suo fratello passando vicino a casa di Yohani, sentì gli Interahamwe (assassini) parlare con Yohani: insieme preparavano un piano per venire a ucciderti e appena l'hai saputo ti sei nascosto. Quando sono arrivati a cercarti hanno picchiato a morte Philbert, colpevole di averti protetto in qualità di tuo figlio di battesimo. A quel punto, ti sei spostato altrove alla ricerca di un altro rifugio. Poi, ancora, ho saputo che sei andato nella parrocchia di Shangi. Papà, sai, il destino è proprio strano: tu sei arrivato a Shangi proprio nel momento in cui c’ero anch’io: ero lì vicino, dalle suore! In parrocchia ci sentivamo abbastanza al sicuro, ma il 29 aprile quando arrivarono gli assassini del gruppo di Yusufu e tutto cambiò.
Ad oggi non ho ancora capito se ti hanno ucciso in parrocchia oppure dopo portandoti da qualche parte. Di come sono andate le cose non abbiamo saputo più nulla. In quella parrocchia sono stati uccise tante persone, si parla di circa 5000. Papà, si dice che nta joro ridacya (non c'è una notte che non diventa prima o poi giornata), ed è vero: io mi sono salvato perché a un certo punto le uccisioni si sono fermate.
In realtà, il governo degli assassini, quello appunto che aveva chiamato gli hutu, nostri vicini, ad eliminarci dal Ruanda, aveva perso il potere e i carnefici si rifugiarono nei paesi confinanti soprattutto nello Zaire, che oggi si chiama Repubblica Democratica del Congo. Peccato che agli assassini si aggiunsero poi altri hutu.

Sai, in queste terribili vicende non è mai tutto bianco o tutto nero. Infatti, se alcuni di noi si sono salvati lo dobbiamo a quegli hutu che ci hanno protetti mettendo a rischio la loro vita e vorrei chiederti di aiutarmi a ringraziarli. Sono persone come Philbert di cui ti parlavo poco sopra, Silas e Maria, i nostri catechisti che hanno nascosto più di 70 persone a casa loro: che coraggio! Adesso sono riconosciuti come Giusti grazie alla Fondazione Gariwo.

Non so se lì dove sei riuscite a vedervi: con tutta la gente che è stata uccisa in quel periodo... Chissà! E cosa vi dite? Cosa pensate di noi che siamo sopravvissuti? Chissà cosa succede quando qualcuno dei vostri assassini vi raggiunge, almeno vi chiede scusa?
Mi mancate tantissimo!

Pensavo che il mondo avesse imparato da quello che è successo a te, caro papà, insieme ai nostri parenti e amici, eppure ci sono ancora persone che muoiono, innocentemente. Non hai idea di come mi dispiace ogni volta che vedo le persone morire in mare durante la traversata del Mediterraneo.

Dopo quel periodo, la mamma ha cercato di fare la tua parte e, come tante vedove, ha cercato di non mollare: ci ha fatto crescere, ci ha fatto studiare, sebbene noi l'abbiamo fatta sudare abbastanza. Come ricorderai, quando ti hanno ucciso avevi 44 anni e la mamma 42. Lei, da quel momento a oggi, non ha mai smesso di lottare per la famiglia.

Solo tempo dopo ho imparato che ciò che era avvenuto nel nostro Paese, cioè il fatto di voler sterminare un’etnia, un popolo, quello dei tutsi, senza risparmiare nessuno, si chiama Genocidio. Pochi anni fa ci ho scritto un libro; si intitola: Nonostante la Paura, genocidio dei tutsi e riconciliazione in Ruanda.

Dopo il genocidio dei tutsi il nostro villaggio si è letteralmente svuotato. Sono stati uccisi: tuo fratello Vedaste insieme ai suoi figli Alfred, Theophile, Albert e Alphonsine (insieme ai due figli e al marito: una famiglia spenta). Anche tua sorella Maria Kampirwa e con lei il figlio Ngabonziza Damascène, tuo cugino Frédéric con Sezariya, sua moglie, e i figli Lini, Dalira, Alphonse. Kageruka con la moglie Thacienne e i bambini Eurade, Martin, Buregeya e Hyacinthe. Il figlio di tuo cugino Claver, Grégoire, Anselme, tuo cugino, sua moglie Esperance e i figli Adiriya e Matarata, tuo cugino Deogratias anche lui, con la moglie Berta e i figli Apolo, Teresa, Teresia, Filomene. Solo Anicet è riuscito a sopravvivere. L’elenco è ancora lungo: tuo cugino Canesius e suo figlio Otto, tutti e due uccisi, così come Theodore e la Moglie Thacienne, insieme ai figli Placide, Kayijaho e Baritonda, gli altri tuoi cugini Sylvère e Nicolas insieme alle rispettive mogli Illuminata e Consolata e ai figli Kabiriti Uwamariya e Gashati. Anche la famiglia dell’altro cugino, Epimaque, la moglie e i loro figli sono stati uccisi. Tuo cugino paterno Augustin con la moglie Maria e i figli Platini, Primitiva e Ariette, anche loro uccisi. Dei tuoi cugini Emmanuel e Vincent sono state uccise le intere famiglie, lasciando solo Mukamunana, Bernadette e Clautilde.
Anche nella famiglia della mamma hanno fatto un’ecatombe: hanno ucciso il fratello Faustin insieme a sua moglie Thacienne e i figli Bisco e Karangwa, hanno anche ucciso la moglie di Martin, altro fratello della mamma, insieme ai loro due figli ed Emerthe, sua sorella maggiore, il marito Evariste e i figli Alphonse, Fiacre, Jacqueline. L’elenco potrebbe essere molto più lungo, perché purtroppo comincio a dimenticare alcuni nomi ed è un grande peccato!
Spero che loro non dimentichino me. Tuttavia credo, caro papà, che un’idea di ciò che è accaduto al nostro villaggio e alla nostra famiglia tu te la sia fatta.

Sai, noi siamo fra i pochi fortunati, a casa eravamo in nove persone e solo una è stata uccisa: tu.

A Mu Bacura, il nostro villaggio, dopo quel periodo di terrore sono rimaste solo alcune vedove e orfani. Le vedove, come la mamma, si sono unite in associazioni, di cui la più grande è Avega. Grazie ad essa, tante vedove del genocidio sono riuscite a trovare persone con cui condividere il dramma di quell’esperienza, sentirsi ascoltate, aiutandosi a vicenda... È nata anche l’associazione Ibuka, che ha aiutato tanti sopravvissuti a ripartire da zero mantenendo viva la memoria.

Il nuovo governo ha cancellato la voce “etnia” dalla Carta di identità, facendoci sentire uniti in un unico popolo: quello ruandese. Ha anche instaurato il Fondo di aiuto ai sopravvissuti del genocidio (FARG) e grazie a questo fondo tanti sopravvissuti hanno potuto studiare e curarsi le ferite che il genocidio aveva lasciato. Dopo il genocidio ogni ruandese ha dovuto darsi da fare per andare avanti e per evitare che il Paese sprofondasse in una crisi irreversibile. A casa nostra, per esempio, caro papà, è stato davvero tutto molto difficile. A cominciare dalla ricostruzione della nostra casa, perché dopo averla distrutta interamente, hanno addirittura scavato anche nelle fondamenta immaginando che qualcuno potesse ancora nascondersi lì; ti rendi conto?
Tutto il paese era raso al suolo, non c’era più una casa in piedi. Niente di niente. Solo macerie dappertutto.

Alla fin fine, ripensandoci non si capisce che cosa sia capitato ai nostri vicini per fare quello che hanno fatto! È stato molto difficile guarire delle ferite fisiche e psicologiche ed è stato soprattutto difficile convivere con quei vicini che avevano tentato di ucciderci qualche tempo prima. Il governo ci ha chiesto di perdonare e abbiamo accettato con tanta difficoltà, perchè era l'unico mezzo per andare avanti: ma che fatica! Ogni anno, tutto il paese si raduna per ricordare voi, vittime del genocidio. In quel periodo di memoria tutti i ruandesi vittime e carnefici stanno insieme per riflettere sul fatto che le conseguenze non hanno risparmiato nessuno. Il nostro paese sta cercando di andare avanti, di pensare a ciò che ci unisce, invece di perdere tempo soffermandoci su ciò che ci separa.

Caro Papà, se ti scrivo adesso, dopo 30 anni, è per dirti semplicemente che non ti dimenticherò mai. Conoscendoti bene, penso che una delle cose che ti possano rendere ancora più orgoglioso di me, sia l’essere riuscito a trasformare quell'odio che ti ha portato via in amore. Avendo sperimentato il sapore amaro dell'odio, ho deciso di insegnare a tutto il mondo che l'amore è più forte dell'odio.

Jean Paul Habimana è sopravvissuto al genocidio dei Tutsi in Rwanda. È l’autore del libro “Nonostante la paura, Genocidio degli tutsi e riconciliazione in Ruanda (Terre di mezzo Editore).

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