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Abbiamo dimenticato la dimensione umana della guerra in Ucraina

di Andrea Braschayko

Da quando la guerra in Ucraina ha cominciato lentamente a passare in secondo piano sui media occidentali, è pressoché sparito pure il racconto della sofferenza quotidiana della popolazione civile in conseguenza dell’invasione russa su larga scala, che il 24 febbraio compie il suo secondo anniversario. Le notizie dall’Ucraina tornano periodicamente nel focus dell’attenzione occidentale (nel sud globale, dopo l’inizio del conflitto a Gaza, essa è invece quasi completamente dimenticata) in seguito a dichiarazioni ad effetto dei vertici politici e militari dei due paesi, oppure quando ci sono movimenti lungo la linea del fronte, recentemente nella difficile ritirata ucraina da Avdiivka. Anche i deliberati attacchi russi sulle infrastrutture e sugli edifici civili sono entrati a far parte della normalità, e al più costituiscono uno shock quando compiuti fuori scala rispetto ai precedenti: ad esempio a fine dicembre, quando il Cremlino ha lanciato l’attacco più distruttivo dall’inizio dell’invasione con 158 fra missili e droni utilizzati, causando decine di morti fra i civili ucraini.

Negli ultimi mesi sono pure partiti tristi paragoni fra i numeri della morte e distruzione in Palestina, Ucraina e altri conflitti dell’ultimo decennio. Secondo l’ultimo aggiornamento della Missione di monitoraggio dei diritti umani delle Nazioni Unite in Ucraina dello scorso gennaio, sono 10,378 i morti accertati – di cui oltre l’80% è stato registrato nei territori amministrati dall’Ucraina. Tenendo conto della circostanza per cui l’intensità e violenza maggiore dei combattimenti e bombardamenti si verifica attorno alle aree occupate e amministrate de facto dai russi, i cui numeri forniti sono inaffidabili e parziali, i dati reali sono ancor più terrificanti. Secondo un’analisi satellitare di Human Rights Watch solamente a Mariupol “almeno 10.284 persone - tra cui un numero imprecisato di soldati - sono state sepolte nelle fosse [comuni] tra il marzo 2022 e il febbraio 2023”: un numero, dunque, pressoché uguale ai morti ufficialmente accertati nel resto d’Ucraina.

Nello stesso report vengono pure ricordati i piani russi per la ricostruzione della città: compensare i morti e gli sfollati degli ultimi due anni con una immissione di russi etnici, che porterebbero la popolazione della città dagli attuali 150,000 (prima della guerra erano quasi il triplo) a circa 500,000 entro il 2035. L’ennesima tattica di macro-ingegneria sociale, come la definisce Giorgio Cella nel libro Storia e geopolitica della crisi ucraina. Dalla Rus' di Kiev a oggi, utilizzata da Vladimir Putin, e che ha radici nell’epoca prima zarista e poi sovietica: deportazioni controllate dal Cremlino al fine di ‘scegliere’ la composizione etnica e sociale dei centri urbani.

Per riuscire nei suoi piani, la priorità di Mosca è far dimenticare la distruzione causata nella guerra in Ucraina, e accelerare il processo politico che porterà a un congelamento del conflitto. La cronologia dei morti civili, seppur non linearmente, ripete lo stesso trend verificatosi in Donbas tra il 2014 e il 2021. Un numero altissimo di morti nelle fasi iniziali, che tende a decrescere con il passare dei mesi, e contribuisce – con il tempo – a definire il conflitto come ‘a bassa intensità’. Nel conflitto su larga scala ciò non si è ancora verificato, ma rimane questo il pericolo più grande per l’Ucraina: nessuna delle due parti può vincere, almeno nel breve termine, e l’esito più probabile – miracoli diplomatici permettendo – è una cristallizzazione della guerra sull’attuale linea del fronte. Con un solo risultato prevedibile: la continuazione di una sofferenza che non fa più notizia, mentre le prospettive per uno sviluppo umano e sociale, soprattutto nelle aree occupate ma nell’Ucraina in generale, sono negate per un tempo indefinito.

In realtà, come raccontato recentemente su GariwoMag, vi è una categoria specifica, e decisiva nelle sorti del conflitto, che continua a morire in numeri incalcolabili ogni giorno. Dalle stime più conservative dei collettivi giornalistici a quelle dei bollettini propagandistici di entrambi gli stati maggiori, il numero dei soldati morti in Ucraina varia dalle diverse decine di migliaia per parte ad alcune centinaia di migliaia, se non oltre mezzo milione. Nel ‘migliore’ dei casi città come Cagliari, e in quello peggiore come Genova o Palermo, completamente cancellate – dimenticando spesso come molti soldati fossero dei civili come chiunque altro, fino a pochi mesi prima di morire in battaglia. La guerra è inoltre una catastrofe per il sistema economico, sociale e ambientale di un paese: e in ciò, quella in Ucraina, è per definizione asimmetrica. Al di là di alcune sporadiche incursioni a Belgorod e pochi droni lanciati nelle città russe, il conto della distruzione è interamente pagato sul suolo ucraino. Ammontano a quasi cinquecento miliardi di dollari i danni causati dall’invasione russa all’economia dello stato invaso, che dovrà pure affrontare un debito estero montante.

Con una popolazione di 43 milioni nel 2021, l’Ucraina ha tutt’oggi 4,2 milioni di rifugiati in Europa (principalmente in Germania, Polonia e Repubblica Ceca) e 3,8 milioni di sfollati interni; a questi vanno sommati i cittadini, principalmente nel Donbas e in Crimea, che hanno scelto (per altri, come i circa ventimila bambini deportati, non si è trattato di una decisione volontaria) di trasferirsi nella Federazione Russa. Sono circa 10 milioni gli ucraini a rischio di salute mentale, di cui quasi la metà nella forma di sintomi da moderati a gravi, e un milione e mezzo sono bambini o adolescenti: mentre nei paesi occidentali i tempi della pandemia sono da tempo superati, la metà dei ragazzi in età scolastica continua a non andare in classe in presenza, tra un suono della sirena antiaerea e un’interruzione della luce elettrica.

Molti ucraini parlano oggi di una guerra decennale, iniziata nel 2014 e non certo il 24 febbraio 2022. Se ciò è vero per quanto riguarda l’inizio dell’aggressione russa dal punto di vista politico e militare proxy (diretto nel caso della Crimea, in cui però non è quasi stato sparato un colpo), gli effetti dei primi otto anni erano circoscritti a un’area specifica, le province del Donbas occupato, mentre gli ultimi due hanno segnato diverse generazioni di ucraini per sempre. Ne hanno segnato pure il panorama naturale. Un recente rapporto di Bellingcat evidenzia l'impatto devastante delle ostilità sugli ecosistemi boschivi del paese, un tempo fiorenti. Le immagini satellitari rivelano una diffusa deforestazione e il degrado ambientale nelle aree colpite dal conflitto, con vaste aree forestali ridotte a sterili terreni incolti dai bombardamenti indiscriminati e dalle attività militari. La perdita di questi spazi verdi vitali non solo minaccia la biodiversità e la stabilità dell'ecosistema, ma aggrava anche le sfide ambientali che l'Ucraina deve affrontare, tra cui l'erosione del suolo, la perdita di habitat e i cambiamenti climatici. Appena otto mesi fa la distruzione della diga di Kakhovka, controllata dai russi, ha causato l’allagamento di vaste porzioni di territorio e un ecocidio nell’oblast’ di Kherson, i cui danni – uniti alla manipolazione del flusso d’acqua del fiume Dnipro – saranno decennali.

Nel suo discorso in cui annunciava l’annessione delle repubbliche autoproclamate di Donec’k e Luhans’k, a pochi giorni dall’invasione, Putin se la prendeva con Lenin per aver unificato l’Ucraina nei suoi confini attuali (in realtà, paradossalmente, a farlo fu Stalin nel 1945). Il presidente russo urlò al mondo che se l’Ucraina avesse voluto voltare le spalle alla sua dimensione sovietica e panrussa, avrebbe dovuto pagarne le conseguenze. Come i fatti hanno da lì a poco rivelato, distruggendo sia ciò che avevano costruito i comunisti prima del 1991, sia ciò che era stato prodotto dalle nuove generazioni di ucraini in seguito all’indipendenza. Ci sta riuscendo.

Andrea Braschayko

Analisi di Andrea Braschayko, giornalista freelance

22 febbraio 2024

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