DA AUSCHWITZ - Una scenografia molto suggestiva degna delle migliori tradizioni del teatro polacco: per celebrare l’ottantesimo anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, gli organizzatori del museo hanno fatto costruire un enorme tendone, grigio chiaro e ipertecnologico, per 2.000 persone, che ingloba la torretta e i due edifici in mattoni rossi ai lati che erano l’ingresso a Birkenau. Sotto quell’arco passavano i treni con i deportati fino alla pensilina dove avveniva la “selezione”. Un binario disegnato nel pavimento del corridoio centrale termina con un vagone merci fermo là sotto, come una bestia rimasta incastrata in un cunicolo di una trappola.
In una giornata di splendido sole, che lasciava sul campo solo qualche isolato sbuffo di neve, si sono riuniti là dentro una cinquantina di sopravvissuti, presidenti (tra i quali Mattarella, Macron, Trudeau, Metsola), politici, regnanti (Gran Bretagna, Olanda…), rappresentanti di varie fondazioni e musei, religiosi di tutte le fedi, giornalisti e intellettuali. L’ingresso in sala di Zelensky è stato salutato da un caloroso applauso (i soldati dell’Armata Rossa che arrivarono per primi ai cancelli di Auschwitz erano ucraini). In attesa dell’inizio della cerimonia, alle 16.00, è stato presentato, proiettato su grandi schermi sospesi a mezz’aria, il programma (finanziato da Google e con tecnologia israeliana) che permette di visitare interattivamente Auschwitz sul proprio computer o sul cellulare: “Auschwitz di fronte ai tuoi occhi”.
La cerimonia non ha previsto alcun intervento di personalità politiche e istituzionali: soltanto le sopravvissute e i sopravvissuti hanno avuto la parola. Sono entrati in sala all’ultimo momento, uno dopo l’altro, a volte sostenuti da giovani volontari: tutti vestiti in modo elegante, molte donne con variopinti cappellini. Il primo a parlare, in un certo senso a nome di tutti (i pochi vivi come i milioni di morti) è stato il famoso giornalista e storico polacco Marian Turski (1926). Ha voluto declinare il suo ricordo (che vuol comprendere anche i molti polacchi, zingari e di altri popoli e culture che furono ammazzati ad Auschwitz) esordendo con queste parole: “I nostri pensieri vanno a quella maggioranza, a quei milioni, che non ci diranno mai che cosa provarono e soffrirono. Perché non sono sopravvissuti”.
Ha poi raccontato di una poetessa ebrea, che scriveva in polacco, Henryka Wandal Lazowertówna (1909-ammazzata a Treblinka nell’agosto del 1942): “Avrebbe potuto fuggire dal Ghetto e salvarsi, ma non volle abbandonare sua madre. Quanti oggi lo farebbero?”. Turski ha letto un’ultima missiva che lei scrisse a un amico: “Parto per un luogo lontano, sconosciuto, che non c’è in nessuna mappa. I ferrovieri hanno la faccia come la carta. Sono tranquilla e triste. Io non ci sono più”.
Turski, dopo aver chiesto per lei un minuto di silenzio, dice di vedere che oggi i quattro cavalieri dell’Apocalisse sono tornati: le guerre si moltiplicano. A lui, come a tutte e quattro le persone che parleranno dopo, preme denunciare l’aumento dell’antisemitismo. L’antisemitismo che, per indifferenza e ignoranza, ha portato all’Olocausto. “Non dobbiamo dare ascolto alle varie teorie dei complotti, che tirano spesso in ballo a sproposito gli ebrei, né dobbiamo avere paura di quelli che, come Hamas, già praticano lo sterminio delle persone in quanto ebrei (…). I problemi tra popoli vicini, mettendo da parte l’odio, si possono risolvere, anche dopo molti drammatici conflitti. Un buon esempio sono i tedeschi e i francesi, i polacchi e i lituani. Bisogna avere una visione del futuro che non sia distruzione e morte”.
Poi sono intervenuti Janina Iwanska, Tove Fridman e il ginecologo novantacinquenne Leon Weintraub che ha raccontato di aver subito l’intolleranza antisemita anche dopo esser sopravvissuto al campo: nel 1968 venne cacciato, perché ebreo, dall’ospedale di Otwock dove lavorava e, nel 1969, fu costretto a emigrare in Svezia.
Prima delle conclusioni del direttore del Museo, Piotr Cywinski, e un bellissimo kaddish, seguito da preghiere di religioni diverse, è intervenuto il miliardario Ronald Lauder, sostenitore finanziario del Museo e di molte importanti iniziative per la memoria ebraica, che, pur non essendo un “sopravvissuto” (i suoi nonni emigrarono negli Stati Uniti dall’Ungheria negli anni venti: “quando vengo qui mi chiedo sempre: quale sarebbe stato il mio destino se la mia famiglia fosse rimasta nel Centro Europa?”), sente molto forte il pericolo di un fenomeno crescente di antisemitismo e della possibilità che “anche senza forni crematori si torni a colpire gli ebrei in quanto ebrei”.
Dei drammatici fatti di Gaza nessuno ha accennato (per Israele era presente il ministro dell’Istruzione Ioav Kisch) e era difficile pretendere che lo facessero i sopravvissuti. Ma, volendo rimanere all’attualità, se si paragona la recentissima cerimonia di insediamento del presidente statunitense Donald Trump con la cerimonia ad Auschwitz-Birkenau, con forse più esponenti della politica mondiale (per gli USA c’era solo l’inviato speciale per il Medio Oriente), si coglie l’enorme distanza, non soltanto culturale, che c’è ormai tra diverse parti del mondo: qui si conserva la Memoria e la dignità, là si fa a pezzi persino il buon senso.

