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C’è un’Europa che capisce l’urgenza contro Putin, un’altra che aspetta

di Francesco M. Cataluccio

Alcune settimane fa mi sono trovato seduto a un tavolaccio attiguo a un chiosco di “street food” del mercato di Catania, con una coppia di quarantenni polacchi: lei storica dell’arte, lui ingegnere informatico. Erano lì in vacanza, ma soprattutto per comprare casa. Il loro piano era questo: vendere la loro elegante abitazione a Varsavia, andare a vivere in affitto in un appartamento più piccolo e comprarsi appunto una casa in Sicilia: “Lo stanno facendo molti polacchi che se lo possono permettere. Comprano in Spagna, Portogallo, Italia meridionale, Grecia... In caso di guerra è meglio non rischiare di perdere tutto, perché i russi in pochi anni saranno alle porte. Guardi cosa sta succedendo in Ucraina. Noi abbiamo paura”. 

Ho replicato che in caso di una guerra di quelle dimensioni non ci sarà luogo sicuro dove rifugiarsi, forse solo la Svizzera! L’ingegnere mi ha risposto: “Voi europei vi arrenderete facilmente, mentre noi e i baltici combatteremo romanticamente come gli ucraini. E poi voi italiani passate sempre con disinvoltura dalla parte del vincitore”. In Polonia, come in altri paesi del centro Europa, c’è una palpabile paura della guerra vicina che però va di pari passo a un grande fermento immobiliare. La centrale piazza di Varsavia dedicata al maresciallo Józef Pilsudski, dove c’è il monumento al Milite ignoto (eretto il 2 novembre del 1925) è, ad esempio, da tempo un cantiere. A partire dalle tre colonne del grande Palazzo Sassone, sopravvissute alla distruzione della guerra, si è deciso di ricostruire l’intero edificio per farne la nuova sede del comune e uffici privati. Sulle palizzate che circondano gli scavi delle fondamenta c’è una scritta in polacco e in inglese: “Insieme stiamo ricostruendo ciò che non avrebbe dovuto esser distrutto”. 

La capitale polacca è un immenso cantiere e in continuazione svettano nuovi grattacieli e nascono, nel verde che circonda la città, moderni quartieri. Nonostante l’inflazione al 2,5 per cento, circola molto denaro e cresce il numero di abitanti. Si calcola che siano più di trecentomila, ad esempio, gli ucraini che, negli ultimi due anni, si sono prima rifugiati e poi accasati a Varsavia: hanno scuole, negozi (soprattutto ottime panetterie e bar), start up, locali di ritrovo. I dati di fine gennaio dicono che in tutta la Polonia i rifugiati ucraini sono 3.166.418 e continuano ad aumentare: oltre duemilacinquecento registrati dall’inizio dell’anno. Grazie a loro, e anche ai profughi con alto profilo professionale bielorussi e russi, il mercato immobiliare va alle stelle. Il tema della guerra entra e esce continuamente nelle conversazioni e nelle azioni dei cittadini. In Polonia si percepisce fortemente il pericolo che la Russia di Putin voglia tornare a ricostruire l’Unione Sovietica e circondarsi di “paesi satelliti”. Per le nazioni del centro e dell’est Europa, vedere in televisione il 9 maggio (79esimo anniversario della vittoria della “Grande guerra patriottica”) sfilare nella Piazza Rossa due carri armati affiancati (uno con la bandiera russa e l’altro con quella sovietica) evoca il ricordo che la sconfitta del nazismo non fu per quelle piccole nazioni la fine delle sofferenze e che queste, come sta accadendo in Ucraina, potrebbero tornare.

Come ha scritto bene Milan Kundera (si veda, tra l’altro, il suo appena pubblicato da Adelphi, Praga, poesia che scompare), i paesi del centro Europa (stretti tra Germaniae Russia) negli anni Trenta hanno compreso prima di tutti, con i loro artisti e intellettuali, il pericolo dei totalitarismi. E hanno poi dovuto attendere il 1989 per liberarsi della “colonizzazione russa”. Loro, a differenza dell’Europa occidentale, hanno le antenne più sensibili e sentono il pericolo avvicinarsi vedendo cosa è accaduto in Ucraina, Bielorussia, in alcune repubbliche asiatiche, in Georgia, in Moldavia... Il 1989, pur tra mille contraddizioni, è stato la fine di un incubo e una grande speranza di libertà. Ma c’è ancora chi sostiene sfacciatamente, come ad esempio Rosy Bindi, che “il 1989 non è stato il trionfo della libertà, ma del mercato”. Nonostante qualche maldestro geopolitico voglia convincerli a rassegnarsi che le leggi di Darwin si applicano anche ai rapporti tra le piccole nazioni e la grande potenza russa, che si sente “minacciata” (?!) e sogna la restaurazione del vecchio ordine, nessuno di quei popoli intende rinunciare alle proprie libertà, democrazia, diffuso benessere, indipendenza.

L’Europa occidentale sembra non percepire, o non voler avere il fastidio di farlo, il pericolo che la Russia autocratica e corrotta di Putin rappresenta oggi, con il suo enorme potenziale militare, le ricchezze energetiche, la rete di agenti e i mezzi informatici con i quali tentano da anni di condizionare i media, i partiti (soprattutto di estrema destra), le elezioni (persino quelle statunitensi), i centri di potere economico. Eppure, tutto questo non dà la sensazione di una guerra su vasta scala e con tutti i mezzi. C’è però chi si è reso conto che di fatto la Russia di Putin è in guerra contro l’Europa (ma il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, fa bene a sottolineare sempre che “non siamo in guerra con la Russia”). Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, in un commento pubblicato su un gruppo di quotidiani europei, ha recentemente dichiarato: “La Russia rappresenta una seria minaccia militare per il nostro continente europeo e per la sicurezza globale. Se la riposta dell’Ue non sarà adeguata e se non forniamo all’Ucraina sostegno sufficiente per fermare la Russia, saremo i prossimi. Dobbiamo quindi essere pronti a difenderci e passare a una modalità di ‘economia di guerra’. E’ giunto il momento di assumerci la responsabilità della nostra propria sicurezza. Non possiamo più contare sugli altri o essere in balia dei cicli elettorali negli Stati Uniti o altrove. Dobbiamo rafforzare la nostra capacità, sia per l’Ucraina sia per l’Europa, di difendere il mondo democratico”.

L’incomprensione di molti politici e cittadini europei, e di tanti pacifisti unilaterali e spesso in malafede, è una questione di stupidità. Di quella dell’Europa, e più in generale dell’Occidente, della quale non si discute mai nei già asfittici dibattiti sui programmi in occasione delle elezioni europee, si era occupato a suo tempo il poeta premio Nobel Czeslaw Milosz nel suo Abbecedario (1997; trad it. Adelphi 2010), quando scriveva: “La stupidità dell’Occidente non è soltanto una nostra invenzione, di noi europei di serie B. Essa ha un nome, si chiama ristrettezza di vedute. Restringono la propria immaginazione tracciando una linea al centro dell’Europa, e dicendo a se stessi che non è nel loro interesse occuparsi dei popoli poco conosciuti che vivono a Est di essa. Jalta ha avuto varie cause (ripagare un alleato), ma in realtà è stata determinante l’idea che si trattasse di regioni desolate e irrilevanti per il progresso della civiltà. Mezzo secolo dopo non è stata solo l’Europa occidentale a non fare nulla per prevenire le atrocità della guerra e della pulizia etnica in Bosnia, ma anche gli Stati Uniti (...). Un’immaginazione ristretta si rifiuta di considerare il mondo come un sistema di vasi comunicanti, ed è capace di andare oltre ciò che le è familiare”. 

Così si spiega il fastidio che molti hanno verso gli “ostinati ucraini”, a causa dei quali l’Europa dovrebbe spendere molti soldi, mentre perde un grande mercato come quello russo e rischia forse una catastrofe nucleare. Una parte della sinistra, e una parte del mondo cattolico, continuano a sostenere ingenuamente che Putin vada combattuto “ma senza l’elogio delle armi e della guerra” che, tradotto, significa non dare altre armi agli ucraini o, ancor peggio, come ha sostenuto il giornalista Marco Tarquinio, cercare di fermare i carri armati “gandhianamente”. La richiesta di cessare di dare armi all’Ucraina, presentata come l’unico modo di arrivare alla pace, ha portato molte nazioni europee, prima fra tutte la Germania, a mille esitazioni e ritardi, facendo pagare agli ucraini un altissimo prezzo in vite umane. Non armare l’Ucraina significa dare fiato all’aggressività della Russia di Putin e aumentare i pericoli per i paesi con essa confinanti. Se l’Ucraina non regge, e perde la guerra, da quel giorno non ci sarà più la pace in Europa perché ci sarà ai nostri confini una guerra permanente. Paolo Gentiloni, nell’incontro di venerdì 17 maggio organizzato da un Pd non sempre con le idee chiare sull’atteggiamento da tenere sulla guerra in Ucraina, ha dichiarato: “Guardate che se il sostegno all’Ucraina continuerà con forza la pace diventerà possibile. Al contrario, se vincerà Putin avremmo quindici anni di instabilità e rischi per la pace in Europa. Dunque bisogna rafforzare il nostro impegno comune, non consentendo alla destra sovranista di fare prevalere il disimpegno e l’ambiguità”. La “ristrettezza di vedute” di una parte dell’Europa, e dell’Occidente, fa sì che non si comprenda il grande pericolo che tutti stiamo correndo.

(Pubblicato su "Il Foglio" il 24 maggio 2024)

Francesco M. Cataluccio

Analisi di Francesco M. Cataluccio, Responsabile editoriale della Fondazione Gariwo

24 maggio 2024

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