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Cercare i Giusti come Sherlock Holmes. Una didattica innovativa nella scuola

di Gabriele Nissim

Proponiamo di seguito l'intervento tenuto dal presidente di Gariwo Gabriele Nissim al Seminario insegnanti di Gariwo 2021 "Il racconto rivela gli eventi. Narrare a scuola le storie dei Giusti: come e perché".

Come si può creare nella scuola, ma direi in generale anche nella società, l’empatia tra un giovane e la storia di un Giusto che ha difeso la dignità umana, in modo che il percorso non risulti mai un’imposizione, ma una vera e propria scoperta?
Il metodo migliore è quello dell’indagine poliziesca.

Dobbiamo abituare i ragazzi a essere come degli Sherlock Holmes che, passo dopo passo, si mettano alla ricerca del segreto personale che ha spinto degli esseri umani a mettersi in gioco per la salvezza dell’altro.

Dietro a ogni azione c’è infatti un punto di partenza, un dettaglio nella vita privata, un particolare molte volte sorprendente che ha spinto un individuo a entrare sulla scena pubblica per opporsi a delle leggi ingiuste.

Sherlock, a partire da un mozzicone di sigaretta, da un profumo, da una ciabatta, da un bottone, riusciva a risalire alla personalità di un assassino e al movente nascosto che lo aveva spinto a una azione criminosa. In questo caso, invece, un giovane, come un investigatore alla ricerca delle tracce di un Giusto, può scoprire il movente nascosto che ha mosso una persona a reagire con un atto di coraggio di fronte a un ambiente disumano.

Mi è capitato nella stesura dei miei libri di scoprire quasi per caso i differenti mozziconi di sigaretta che c’erano dietro alcuni personaggi di cui narravo la loro storia.

Dimitar Peshev, il vicepresidente del parlamento bulgaro che salvò tutti gli ebrei del suo Paese, prese coscienza di quanto stava per accadere a seguito dei pesanti rimproveri di Baruch, un suo compagno di scuola, che per un giorno intero lo pungolò come Socrate fino a quando provò vergogna di sé per il proprio silenzio.

Se non avessi scoperto negli archivi bulgari le tracce di quell’incontro in una testimonianza resa da Jako Baruch, non avrei mai capito il perché dell’azione di Peshev, che fino a quel momento era stato un sostenitore della politica filonazista del governo. Aveva infatti presieduto la seduta del parlamento che approvava le leggi razziali, e nei suoi discorsi pubblici aveva definito Hitler il più grande statista del suo tempo. Fu infatti il disappunto di un amico ebreo della sua città natale, Kjustendil, che lo spinse a varcare la stanza del ministro degli Interni e a costringerlo a revocare, con delle telefonate a tutte le prefetture, l’ordine di deportazione degli ebrei. In un documento fatto firmare dai deputati della maggioranza filotedesca scrisse che la vergogna che aveva provato doveva diventare la vergogna di una nazione intera.

Lo scrittore Armin Wegner, concentrato nella stesura dei suoi libri, non prese all’inizio sul serio le minacce di Hitler agli ebrei fino a quando sua figlia, oltraggiata a scuola, non rovesciò la tovaglia della tavola gettandogli addosso il piatto della minestra.

A quel punto Wegner, come raccontò sua moglie Lola Landau nella sua biografia, passò una notte intera rinchiuso nello studio, fino a quando portò a termine la scrittura della sua lettera di protesta contro le leggi antisemite di Hitler. Un atto di protesta coraggioso che gli costò l’arresto e la detenzione in uno dei primi campi di concentramento nel 1933.

E perché il cinese Ho Feng Shan a Vienna decise di rilasciare centinaia di visti per la salvezza degli ebrei dopo l’annessione dell’Austria da parte della Germania? Era rimasto disgustato perché durante un ballo dell’alta società viennese una avvenente attrice gli aveva chiesto di tenersi alla larga dalle donne ebree che partecipavano a quella serata. Per il bene del Paese, doveva invitare a ballare solo le donne ariane. Il diplomatico cinese, non potendo tollerare quel clima di odio che si respirava nei ricevimenti, decise allora di sfidare le autorità della Cina che cercavano un’alleanza con la Germania e rilasciò centinaia di visti per tutti gli ebrei che volevano recarsi in Cina, pur sapendo che la maggior parte di loro si sarebbe diretta in America.

E perché il giurista polacco Raphael Lemkin ha inventato la parola genocidio e nel modo più incredibile, con la sua determinazione, è riuscito a convincere gli Stati membri delle Nazioni Unite a votare un nuovo comandamento per l’umanità con la Convenzione per la prevenzione e repressione dei genocidi?
Quando era un ragazzino di tredici anni aveva letto il romanzo Quo Vadis ed era rimasto impressionato perché, al tempo delle persecuzioni dei cristiani, nessuno di loro riusciva a trovare un poliziotto amico che prendesse le proprie difese. Immaginò così che ci dovesse essere sempre nel mondo un poliziotto che si prendesse cura degli uomini e delle minoranze perseguitate in ogni parte del pianeta.

E per quale motivo Moshe Bejski diventò l’artefice del Giardino dei Giusti in Israele e dedicò la sua vita alla ricerca dei soccorritori degli ebrei? 
Furono propri tanti mozziconi di sigaretta che lo spronarono a diventare un campione mondiale dello spirito di gratitudine. Infatti, il giudice della Corte Costituzionale di Gerusalemme non dimenticò mai che nella fabbrica di lavoro forzato in cui si era ritrovato a Cracovia c’era un tedesco buono, forse l’ultimo del suo tempo, che non solo gli dava la mano, ma lasciava apposta nel suo portacenere delle cicche di sigarette mezze consumate perché anche i suoi operai ebrei potessero fumare. Quell’uomo era Oskar Schindler, che con la sua lista mise in salvo più di un migliaio di ebrei.
Ecco gli indizi che i ragazzi possono scoprire cercando i documenti, le lettere, i libri, e tutti i materiali che documentano le azioni dei Giusti.

Quando si trova il perché di una azione di solidarietà si vive la stessa soddisfazione di un investigatore che, come Sherlock Holmes o il tenente Colombo, è venuto a capo di un’indagine poliziesca la cui soluzione sembrava all’inizio impossibile.

La scoperta dei meccanismi nascosti di un atto responsabilità nei confronti dell’altro, come osservava Moshe Bejski, permette ogni volta di ritrovare la fiducia nell’umanità, ma, affinché l’indagine venga svolta con metodo e rigore, è necessario che lo studente prima di tutto analizzi il contesto in cui la persona agisce. Non solo si accorgerà che le persone giuste sfidano, come Antigone, delle leggi ingiuste e agiscono in solitudine come se fossero dei trasgressori dell’ordine costituito (un particolare che spesso viene dimenticato), ma che i genocidari e i fomentatori di odio si presentano alla società con un messaggio morale che crea consenso.

Chi propone la pulizia etnica, le leggi razziali, fino all’eliminazione di altri uomini, sostiene infatti che la cacciata del diverso è una operazione di igiene sociale e politica che fa il bene della società. Come un giardiniere, sostiene che la potatura delle piante e l’eliminazione delle erbacce può rendere il giardino più bello e rigoglioso. Dunque, un mondo senza ebrei, senza la presenza di minoranze e religioni diverse e di gruppi politici considerati nemici, con una omogeneità etnica e nazionale, diventerà un habitat più felice.

Per ottenere questo risultato il genocidario cambia la gerarchia dei valori e considera virtuosa la persona disponibile a censurare la pietas e l’istinto primordiale di umanità in nome di un bene superiore. Come aveva dichiarato Heinrich Himmler in un discorso alle SS, per il nazismo era virtuoso e altruista colui che si mostrava duro e insensibile alle sofferenze degli ebrei per il bene della nazione tedesca. La persona in grado di superare questa prova veniva considerata il cittadino migliore. Questo eroismo capovolto lo ritroviamo, seppure in forma diversa, tra i fomentatori del bullismo nella scuola, dell’odio nei confronti dei migranti e dei membri della comunità Lgbt. Affermare la propria superiorità fisica, umiliare, prevaricare diventa così un valore. Debole, molle e meschino è invece chi non dà prova di virilità e non afferma il suo ego nei confronti dell’altro.

Contro questo discorso apparentemente seduttivo, agisce in ogni contesto sempre la persona giusta, la quale con la sua azione di responsabilità svela l’inganno che si nasconde di fronte a questi falsi profeti che disumanizzano gli esseri umani.

Ecco allora perché lo studente è chiamato, nella sua indagine poliziesca, ad analizzare la diversa visione del mondo che diversifica la persona giusta dalle ideologie prevalenti nella società. L’indagine poliziesca lo porterà a paragonare la “morale” del genocidario, che propone l’eliminazione del diverso, con quella della persona degna che va in soccorso degli altri. A questo punto lo studente comprenderà il valore della scelta e le due visioni del mondo che si contrappongono.

Ciò che è stimolante nella ricerca è comprendere come un essere umano sia riuscito con le proprie forze e con un esame di coscienza individuale a mettere in discussione pregiudizi e leggi ingiuste approvate e sostenute dalla maggioranza della società.

Hannah Arendt ci offre una metodologia per comprendere il tragitto di una persona giusta.

Un punto importante è la capacità di pensare. Chi reagisce ad un male estremo è colui che si rende conto che il male fatto agli altri si ripercuote su lui stesso. Quando un Giusto come Perlasca afferma che di fronte alla deportazione degli ebrei non poteva fare altrimenti che reagire, riprende le argomentazioni socratiche della Arendt, secondo cui una persona degna non può vivere con un assassino dentro di sé. È l’altro dentro di noi
In secondo luogo, la capacità di giudicare e di mettersi al posto degli altri. Chi è in grado di essere empatico percepisce le aspirazioni e il dolore degli altri nella propria coscienza. E il giudizio di fronte a un'ingiustizia non dipende solo dalla ragione e da una comprensione generale, ma da una reazione di carattere estetico, che la filosofa, riprendendo Kant, definisce come il giudizio riflettente. Come d’istinto reagiamo di fronte alla bellezza della natura o di una opera d’arte, allo stesso modo il nostro istinto ci spinge a rifiutare qualsiasi forma di imbarbarimento della vita umana. Proviamo disgusto quando si disumanizzano gli altri. Infine, come diceva Eraclito, è il carattere di una persona che fa la differenza. Non basta pensare giustamente e giudicare, ci vuole poi il coraggio e la volontà di mettersi in gioco e d'intraprendere un’azione. L’uomo giusto non è quello che fa la morale e la predica, ma quello che rischia sulla scena pubblica con la sua iniziativa personale salvando delle vite e difendendo la dignità umana di fronte a chi la nega.

I ragazzi poi possono fare un ulteriore esercizio nella loro indagine poliziesca. Verificare se di fronte a degli atti di coraggio civile la società è stata capace di esprimere gratitudine. Infatti, accade spesso che per dimenticare le complicità nel male si preferisca dimenticare le azioni degli uomini giusti per non fare un esame di coscienza.

Chi è andato contro le leggi razziali, contro la mafia, contro i regimi totalitari è molto scomodo per chi è stato indifferente. È questo il motivo per cui molto spesso viene ridicolizzato, usando la categoria del buonismo e dell’ingenuità, o lasciato nell’oblio per non dovere fare i conti con la Storia. I Giusti, infatti, dimostrano sempre che il male non è ineluttabile, non è un evento naturale, un cataclisma, ma è prodotto unicamente dalla volontà degli uomini. Nascondere i Giusti significa presentare le sconfitte dell’umanità come non dipendenti dagli uomini. Un esempio concreto di questa filosofia ci viene oggi dalla lettura dei cambiamenti climatici. Molti, per non assumersi una responsabilità e non decidere delle misure drastiche per impedire l’innalzamento dei mari, lo scioglimento dei ghiacci e la desertificazione, dichiarano che poco si può fare contro l’ordine della natura e l’uomo si può dunque soltanto adeguare. Così il planeticidio, come ogni crimine contro l’umanità, non dipende più dagli esseri umani e dalle loro responsabilità, ma diventa un evento incontrollabile che saremo dunque costretti ad accettare. È questo il manifesto più pericoloso della rassegnazione contro cui gli uomini giusti hanno sempre reagito con il loro coraggio.

Alla fine della loro indagine, gli studenti possono fare un esercizio molto divertente. Analizzare tutte le contraddizioni e le debolezze degli uomini giusti. Non è una demolizione, ma è la presa di coscienza che gli uomini giusti non sono santi ed eroi, ma persone con tutti i limiti che derivano dalla nostra imperfezione umana.

In questo modo, riconoscendo fino in fondo la loro fragilità, i ragazzi possono comprendere che per agire bene sulla scena pubblica non è necessario essere disponibili a un sacrificio estremo e vivere la responsabilità con uno spirito di rinuncia ai piaceri della vita. Tutti possono essere Giusti con la loro imperfezione.

Per questo, nelle scuole mi piace raccontare l’ambiguità di Armin Wegner che dopo essere stato torturato in carcere per la sua lettera ad Hitler, come Galileo di fronte al tribunale dell’Inquisizione, fece una parziale abiura per salvarsi la vita; oppure la storia di Oskar Schindler, che dopo avere salvato gli ebrei nella sua fabbrica si comportò come un narcisista alla ricerca di feste e grandi onori ogni volta che viaggiava in Israele.
Non esiste un uomo giusto senza debolezze. Sono le sue debolezze che ce lo rendono simpatico e che ci fanno comprendere alla fine che nessuno è un Dio.

Gabriele Nissim

Analisi di Gabriele Nissim, Presidente Fondazione Gariwo

29 ottobre 2021

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