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Che cosa rimane oggi dei luoghi della memoria?

di Gabriele Eschenazi

Un reportage sui luoghi della memoria della Shoah realizzato dal giornalista e scrittore Gabriele Eschenazi, con Gabriele Nissim autore di "Ebrei invisibili" (Mondadori, 1995 e 2004).

Rauma e Gadi Kedem, abitanti del kibbutz Nir Oz, il 7 ottobre hanno perso tutto: la loro figlia, il genero e i tre piccoli nipoti. Ora il loro grido di dolore è uno solo: «Netanyahu vattene, solo senza di te rinascerà una speranza». Johnny Siman Tov, un coltivatore di cereali e sua moglie Tamar, attivista per i diritti umani, sono stati bruciati vivi da Hamas con i loro tre bambini piccoli nella loro casa di Nir Oz. Di loro ha parlato Tal Becker, avvocato di difesa al processo dell’Aja. Daniel Lipshiz, ha il nonno Oded Lipshiz, 83 anni, ostaggio a Gaza. Mercoledì 3 gennaio si è recato in Qatar con una delegazione di parenti di ostaggi. A Doha è stato ricevuto dal primo ministro e dall’ambasciatore del Qatar all’Onu. Tornato in Israele Daniel è apparso in tv sul Canale 13 è ha rivolto al governo israeliano l’ennesimo appello affinché faccia di più per la liberazione degli ostaggi. La sbandierata opzione militare non è realista e ogni giorno il numero degli ostaggi decresce non perché liberati, ma perché morti. Lo stato di Israele, ha detto Lipshiz non ha difeso i suoi cittadini prima, quando sono stati uccisi e rapiti, non li difende ora che li deve liberare.

Anche Daniel Lipshiz, che ha un fratello riservista che combatte a Gaza, viene dal kibbutz Nir Oz, uno dei kibbutz più colpiti nel sabato nero. Ubicato a 7 km da Gaza contava 427 abitanti, che vivevano da 24 anni sotto l’incubo dei missili di Hamas e della Jihad islamica. Di questi abitanti 46 sono stati uccisi e 71 presi in ostaggi. Al netto di quelli rilasciati e quelli morti ad oggi sono ancora 24 le persone rinchiuse nei sotterranei di Hamas.

Nir Oz nacque nel 1957 sulla base di rigidi principi socialisti di condivisione assoluta dei beni e di solidarietà tra i suoi membri. È l’ideologia dell’Hashomer Hatzair (La giovane guardia), movimento giovanile sionista socialista, che affonda le sue radici in Galizia (oggi Polonia) dove fu fondato nel 1913 per dare ai giovani ebrei una nuova soluzione di vita in Palestina sia sul piano ebraico che quello sociale. Sono stati 85 i kibbutz fondati dall’Hashomer, per lo più in zone incolte e lungo i confini per difendere lo stato ebraico con il lavoro agricolo e la difesa militare. Non per caso Nir Oz è ubicato a sette chilometri da Gaza vicino a Khan Junis, uno dei quartier generali di Hamas. Ma differenza delle colonie dei militanti religiosi nazionalisti in Cisgiordania, i kibbutz targati HH sono sempre stati orientati verso la pace, il dialogo e una società laica, democratica e pluralista. Quel 7 ottobre i terroristi di Hamas hanno scatenato il loro odio e la loro forza distruttiva proprio verso chi più di ogni altro dall’altra parte capiva le ragioni dei palestinesi sul piano politico e umanitario. Fino a quel giorno per quasi un anno tutti i sabati sera i suoi membri si erano recati a Tel Aviv per manifestare contro le leggi autoritarie del governo di estrema destra capeggiato da Bibi Netanyahu. Hashomer Hatzair conta tutt’ora in Israele e nel mondo migliaia di affiliati, ai quali trasmette il proprio modo di intendere il sionismo, l’identità ebraica con il suo carico di memoria. Il 7 ottobre durante quell’assalto crudele nelle menti dei compagni e compagne di Nir Oz si sono rimaterializzati gli incubi della Shoah, durante la quale le ragazze e ragazzi dell’Hashomer Hatzair furono in prima linea a combattere una lotta impari contro i nazisti. Uno per tutti: Mordechai Anielewicz, capo della rivolta ebraica al ghetto di Varsavia. Il filo conduttore che lega gli shomrim (membri dell’HH) nei kibbutz e in città a quell’intenso passato europeo si riannoda ogni anno con un viaggio in Polonia nei luoghi della vita, della lotta e della morte.

Con l’Hashomer Hatzair in Polonia per conoscere la Shoah

A marzo 2023 ricorrevano gli 80 anni dalla rivolta del ghetto di Varsavia e il viaggio periodico dell’Hashomer Hatzair (28 marzo/2 aprile) ha assunto un valore speciale con un accento particolare sulla resistenza organizzata dei movimenti giovanili. Vi ho aderito insieme ad altri quaranta adulti (da 20 a 80 anni) e 250 ragazze e ragazzi (da 15 a 18 anni) da tutto il mondo. Ai due gruppi sono stati assegnati percorsi uguali, ma paralleli con cerimonie comuni. Per le camicie azzurre (tipica divisa del movimento) sono stati sei giorni di ricordo, ma anche di dibattito e immedesimazione come è sempre stato nello stile di questo movimento, del quale lo scrivente ha fatto parte dal 1969 al 1976. Generazioni diverse si sono trovate a condividere emozioni forti a ruoli invertiti: sono stati i più giovani a dirigere le cerimonie e a dare il tono in pure stile «shomristico». La realtà di oggi si è riannodata alla realtà di ieri non per un mero ricordo, ma per far sentire ai più giovani un senso di continuità. E c’è una ricetta. Cerimonie collettive con i partecipanti schierati a rettangolo, tutti in prima fila. Nessuna preghiera, ma letture colte suddivise tra più persone. Musiche evocative. Simbologia austera. Alla sera incontri di gruppo guidati dalla shomrista israeliana Sapir Atias per scambiare idee e impressioni: nessuno può esimersi dal dire la sua. In questi viaggi della memoria il racconto dei luoghi è tutt’altro che facile. Memoriali e monumenti anche ben concepiti spesso non bastano a dare un valore emozionale vero a una visita che valga più di uno dei tanti film che sono stati girati sulla Shoah. Ci vogliono suggestione e partecipazione. Entrambi sono patrimonio della guida, una giovane donna israeliana dell’HH, Tal Hakim Dromi, che ha usato un metodo tutto suo. Ha riportato la vita nei luoghi con le foto delle persone, le loro parole, la loro storia. Ha coinvolto i visitatori assegnando brani da leggere, ruoli e stimolando reazioni con domande e dilemmi del tipo: perché lui o lei fecero così? Voi cosa avreste fatto al loro posto? Noi oggi non sappiamo cosa avremmo fatto in frangenti inaspettati, complicati, tragici. Per capire dobbiamo domandarcelo anche senza trovare davvero una risposta.

La prima giornata, che fa da preludio alla visita ad Auschwitz si svolge a Cracovia. Oggi in questa città il quartiere ebraico, Kasimiertz, è di moda con i suoi ristoranti ebraici non proprio kasher, ma attrezzati con musica e atmosfera. Ogni anno qui a giugno si svolge un festival di cultura ebraica. I luoghi del ricordo più visitati sono un museo ebraico e una sinagoga attiva in mano alla corrente ortodossa. Sono il preludio all’occupazione nazista iniziata nel settembre 1939 e proseguita nel 1940 con espulsioni di massa dalla città e alla costituzione di un nuovo ghetto al di fuori dell’area storica. Nel dicembre del 1941 la resistenza giovanile aveva preso corpo prima per iniziativa del gruppo Akiva, capeggiato da Aharon Liebeskind, e poi anche da Heshek Bauminger alla testa di fedelissimi dell’Hashomer Hatzair alleata con la resistenza comunista locale. I due gruppi si unirono nell’ottobre del 1942 per creare la Jewish Fighting Organization, che compirà alcuni attacchi eroici alle forze tedesche fino a quando nel 1943 fu neutralizzata. Dall’esterno è ancora possibile vedere la casa dove i resistenti avevano il loro quartier generale. Ai confini del ghetto c’è ancora la farmacia che costituiva una sorta di passaggio segreto per chi era confinato.

Auschwitz/Birkenau: la sala con i nomi e la villa di Höss

La seconda giornata è quella della visita ad Auschwitz e a Birkenau il luogo iconico della Shoah. L’ingresso è molto affollato di gruppi da tutto il mondo. Serve un biglietto di ingresso, che forse non si dovrebbe pagare per un posto così, ma si può sperare che gli incassi siano poi ben impiegati. Ogni gruppo organizzato deve essere seguito obbligatoriamente da una guida polacca, che ricorda a tutti i visitatori in più di un’occasione come Auschwitz sia un luogo di sterminio anche polacco e non solo ebraico. Le spiegazioni, in inglese, restano saldamente in mano a Tal, che evita con diplomazia ogni argomento scomodo per i polacchi e lascia al collega il racconto sulla prigione del campo, dove il Zyklon B fu sperimentato per la prima volta sui prigionieri sovietici e polacchi. Il campo sembra a volte troppo in ordine per lasciar immaginare completamente l’orrore, che qui si compì, però il programma del viaggio prevede due momenti specifici che lasciano un segno indelebile nelle menti del gruppo. Il primo è quando ciascuno è chiamato a leggere i nomi dei suoi morti nella palazzina gestita da Yad Vashem: qui la consultazione del Libro dei Nomi assume i connotati di un rituale.

Il secondo è il racconto sulla vita quotidiana del primo comandante di Auschwitz Rudolf Höss. Con la sua famiglia viveva in una lussuosa villa ai confini di Auschwitz. Al di là del filo spinato la fame, la tortura, lo sterminio, al di qua invece una vita serena e agiata. Ne parla il film La zona di interesse di John Glazer, presentato a Cannes nel 2023 e in uscita in Italia.

Il passaggio da Auschwitz a Birkenau aumenta il senso di vuoto, che coglie ogni visitatore consapevole. Lo spazio è immenso, non sembra avere limiti così come non aveva limiti l’efferatezza dei carnefici nazisti. I binari, che corrono verso la morte, non sembrano il luogo più adatto dove scattare selfie come invece avviene. Che senso ha farsi ritrarre sorridenti appoggiati sui binari? La bandiera israeliana diventa per molti giovani visitatori israeliani un indumento da esibire sulle spalle per significare da una parte la rinascita ebraica in Israele, ma anche una sfida postuma ai nazisti: «Noi ci siamo ancora».

Al termine della giornata si assolve il dovere di un momento di riflessione collettiva con il classico mifkad (raduno), tutti in silenzio a comporre un rettangolo ad ascoltare le parole dei sopravvissuti, Primo Levi in testa.

Majdanek e l’incredibile storia di Halina Birnebaum

Il viaggio verso il ghetto di Varsavia continua con una tappa al campo di sterminio di Majdanek. Impossibile passarci davanti in auto senza notarlo. All’ingresso è posizionato l’imponente Monumento per la lotta e il martirio, eretto nel 1969 dal governo polacco e opera dello scultore Wiktor Tołkin e dell’ingegnere Janusz Dembek. Il suo riferimento principale è la porta dell’inferno della Divina Commedia. Alla conservazione di questo campo il regime comunista diede particolare importanza dato che qui dal 1941 furono ospitati prigionieri di guerra sovietici insieme a partigiani ed ebrei, impiegati come lavoratori schiavi. Furono loro stessi a costruire il campo, che rimane oggi uno dei meglio conservati a testimonianza del progetto di sterminio nazista, che contemplava anche uno sfruttamento economico.

Il percorso di visita conduce alle camere a gas passando per le baracche dove si svolgeva il lavoro coatto. Le tracce della vita dei prigionieri sono anche qui come ad Auschwitz rappresentate da oggetti personali accumulati come le centinaia di migliaia di scarpe esposte in teche. Ma poi c’è una storia che Tal, la guida, si ferma a raccontare quando si entra nelle camere a gas. È quella di Halina Birnebaum, scrittrice, traduttrice e testimone della Shoah, nata nel 1929 a Varsavia. Fu deportata a Majdanek con la madre nel maggio del 1943 dal ghetto di Varsavia. Qui stava per essere uccisa come la madre nelle camere a gas quando i nazisti rimasero senza scorte di Zyklon B. Sopravvisse poi anche ad Auschwitz e Ravensbruck. Con un gruppo dell’Hashomer Hatzair emigrò in Israele in un kibbutz nel 1947. Ritornò per la prima volta in Polonia nel 1986. Da allora non ha più smesso di tornare a Majdanek dove perse sua madre, ma solo nel 2019, il figlio Yaakov Gilad si è unito a lei nella visita. Per anni Gilad, poeta e compositore, non aveva compreso questo bisogno della madre Halina di tornare in Polonia. Le aveva, però, dedicato la canzone, Cenere e polvere interpretata dal cantante israeliano Yehuda Poliker. Le note di questo brano accompagnano la cerimonia dei ragazzi dell’Hashomer Hatzair a Majdanek di fronte al memoriale che conserva i resti dei 78mila morti, 61mila dei quali ebrei: un cumulo infinito e impressionante di cenere. «Non c’è neanche una casa che tu possa ricordare. Ma se stai andando, dove stai andando. Per l’eternità là ci sono solo cenere e polvere. Porta con te un giaccone avrai freddo», scrive Gilad nella sua canzone. Al suo viaggio con la madre del 2019 è stato dedicato il documentario Dove stai andando (Lean at nosaat) girato da Yasmin Kini e distribuito in Israele da HOT nel 2023.

A Kasimierz Dolny i polacchi locali commemorano i morti ebrei

Dopo la visita a Majdanek, che completa in modo significativo quella ad Auschwitz-Birkenau il torpedone delle camicie azzurre nel suo viaggio verso Varsavia fa tappa a Kasimierz Dolny, una piccola cittadina della Polonia centrale dove prima della guerra vivevano 1400 ebrei, circa metà della sua intera popolazione, per lo più sarti, calzolai e piccoli commercianti. Erano sia religiosi che laici affiliati al Bund, partito operaio ebraico e ai gruppi sionisti. Il 19 settembre 1939 Kazimierz Dolny fu occupata dai nazisti, che la trasformarono in un ghetto, dal quale pescare forza lavoro. Per la popolazione ebraica fu l’inizio di progressive deportazioni fino a quando nell’ottobre del 1943 gli ultimi ebrei furono fucilati. Il cimitero ebraico della cittadina non è stato preservato e in ricordo del massacro è stato eretto un muro subito sotto il cimitero. La visita degli shomrim coincide il 30 marzo con una celebrazione speciale organizzata dagli abitanti insieme con il prete. L’evento si trasforma in un momento di incontro non programmato con una processione che si snoda dal muro del ricordo fino alla piazza centrale del villaggio, dove giovani leggono dei testi. Una delle guide israeliane porge il suo saluto, mentre nel gruppo affiorano dubbi sulla sincerità dei polacchi.

Varsavia si avvicina e con essa l’opportunità di fare una conoscenza diretta postuma con i compagni dell’Hashomer Hatzair, che capeggiarono la resistenza senza smettere di sognare Israele come meta finale del riscatto ebraico dalla diaspora esteriore ed interiore.

I giovani che arrivavano nella sede del movimento, il ken (nido in ebraico) non erano essenzialmente diversi da tutti gli altri giovani del mondo. Erano cresciuti in quella Varsavia, in quest’epoca piena di cambiamenti e anch’essi erano appassionati di calcio, automobili, collezionavano francobolli, andavano al cinema, ma avevano il ken, scrive Israel Gutman nel suo libro The Jews of Warsaw, 1939-1943: Ghetto, Underground, Revolt. Gutman è stato uno storico della Shoah e membro dell’Hashomer Hatzair.

E cosa aveva di speciale questo ken? Non c’era da nessuna parte, in quelle città e in quell’epoca uno spazio di libertà, uno spazio per respirare, per parlare senza sentirsi chiudere la bocca, per essere liberati dai blocchi mentali e dalle costrizioni, prosegue Gutman. Lo stesso spirito indomito dei kibbutz e dei suoi membri fino ad oggi, fino a Nir Oz.

Mordechai Anielewicz capo della rivolta del ghetto rivive in un kibbutz

Quest’oasi di libertà giovanile fu improvvisamente chiusa il 7 settembre del 1939 con l’arrivo dei nazisti. Tutti i materiali e le bandiere furono bruciate per non lasciare nulla di compromettente. Le riunioni continuarono nel parco Reale di Varsavia dove Tal porta il nostro gruppo e lo fa accomodare sull’erba per ascoltare i suoi racconti e avviare una lettura di brani. Siamo messi di fronte al dilemma di quei giovani di allora quando il ghetto di Varsavia era diventato una tragica realtà e il disegno dei nazisti era ormai chiaro. Era più giusto e coerente andare in Palestina per realizzare il sogno sionista o invece era meglio restare a combattere e organizzare la resistenza con gli ebrei non sionisti e i comunisti polacchi? La strada verso il nascente stato ebraico passava per Vilna, non ancora occupata dai nazisti. Ed è lì che in un primo momento si diresse Tosia Altman, una delle leader del movimento. Ma poi cambiò idea e tornò sui suoi passi nella Polonia occupata insieme a Josef Kaplan, Samuel Braslav e Mordechai Anielewicz. A quest’ultimo, che capeggiò la rivolta del ghetto di Varsavia, è dedicato un kibbutz e un museo, non lontani dalla striscia di Gaza: Yad Mordechai. Anche questo kibbutz era tra gli obiettivi dei terroristi di Hamas il 7 ottobre, ma quel giorno furono respinti da una coraggiosa reazione dei membri della comunità. Un missile, però, colpì il 23 ottobre proprio il museo dedicato all’eroe di Varsavia, che neanche in Israele sembra aver trovato pace.

Del ghetto a Varsavia è rimasto oggi davvero poco, la ricostruzione della città ha voluto evitare troppi agganci a un passato doloroso, ma tuttavia alcuni segni sono rimasti per aiutare chi viene per ricordare. Una striscia per terra che indica l’ingresso del ghetto, frammenti del muro divisorio, il monumento dedicato al pedagogista Janusz Korczak, un vecchio edificio dell’epoca con un cortile dove si svolgevano riunioni. Ma il luogo più segreto e «sicuro» per la resistenza era l’antichissimo cimitero ebraico, dove avvenivano incontri organizzativi.

Tykocin: lo sterminio di uno shtetl

Le tappe del quinto giorno di viaggio sono uno shtetl, Tykocin, e il campo di sterminio di Treblinka: un esempio di vita ebraica prima della Shoah e un’altra terribile fabbrica di sterminio.

Il piccolo villaggio di Tykochin ubicato a 178 chilometri da Varsavia, era abitato sin dalla metà del 19esimo secolo per il 70% da ebrei. All’inizio del XX secolo costituiva un interessante spaccato della società ebraica polacca. Vi erano rappresentate tutte le correnti: da quelle religiose a quelle laiche fino a quelle sioniste. E anche l’Hashomer Hatzair era qui presente. La vita finì il 22 giugno del 1941 quando i nazisti occuparono Tykochin subentrando ai sovietici. Tempo due mesi e 1400 ebrei furono portati nella Foresta di Lopúchová e poi assassinati. I loro corpi furono ammassati in una fossa comune ritrovata dopo la guerra e trasformata in un memoriale con ben quattro monumenti. Il primo, comunista, non contiene alcun riferimento agli ebrei, il secondo e il terzo furono eretti da ebrei americani, il quarto ha le sembianze di una stella di Davide e scritte in ebraico per poter essere lette dai bambini israeliani. Una scritta ricorda due polacchi di Tykocin, Jan and Władysława Smółko che salvarono Michael and Menachem Turek, due fratelli ebrei scappati dal ghetto di Bialystok. Sono stati riconosciuti «Giusti tra le nazioni» da Yad Vashem.

I giovani dell’Hashomer Hatzair ci precedono lungo il sentiero nella foresta e poi accendono delle candele in ricordo delle vittime e leggono un passaggio delle memorie del sopravvissuto al massacro Avraham Kafitza: Ogni dieci minuti un autocarro veniva a caricare ebrei stipati fino all’inverosimile per portarli nella foresta dove venivano macellati. Non c’era via di fuga. Alla fine della giornata i tedeschi avevano assassinato 1400 ebrei. Alla sera la fossa fu coperta da contadini polacchi, ai quali i tedeschi raccontarono che si trattava di vittime di guerra. Ma i polacchi sapevano la verità dato che videro con i loro occhi l’eccidio donne, vecchi e bambini.

La piccola finta stazione di Treblinka

A Treblinka dove c’era un campo di sterminio oggi c’è un memoriale che lo ricorda con grande efficacia. Prima di andarsene i tedeschi provarono a distruggere le prove della sua esistenza radendolo al suolo, ma una ricerca del 2014 della professoressa britannica Caroline Studry Colls della Steffordshire University ha confermato lo sterminio accaduto a Treblinka: circa 900mila persone, quasi tutti ebrei (2000 rom). Qui i nazisti avevano posizionato una stazione finta per rassicurare i deportati.

Ecco la stazione di Treblinka. E non c'è nemmeno un cassiere. E l'addetto alle ferrovie è sparito. E nemmeno per un milione avrete un biglietto di ritorno. E nessuno aspetta alla stazione. E nessuno sventola il suo fazzoletto. Nell’aria aleggia solo il silenzio (Władysław Szlengel, poeta ebreo polacco (1912-1943 Ghetto di Varsavia).

Il memoriale è costituito da 17mila pietre che simboleggiano un cimitero: 700 di esse hanno incisi i nomi dei villaggi e delle comunità ebraiche annientate dai nazisti. Al centro un enorme obelisco, che su un lato raffigura la menorah, il candelabro ebraico. Fu progettato nel 1960 da due polacchi: lo scultore Franciszek Duszenko e l’architetto Adam Haupt. L’inaugurazione avvenne nel 1964 in piena era comunista. L’immensa necropoli, seconda solo ad Auschwitz, ebbe il suo riconoscimento nella memoria storica polacca. Ma come impone l’approccio dell’Hashomer Hatzair non si può dimenticare che anche qui avvenne una rivolta e precisamente il 2 agosto del 1943 quando alcuni prigionieri s’impossessarono di armi, incendiarono le baracche e si precipitarono verso il cancello di uscita. Alcune centinaia riuscirono a fuggire e sopravvivere anche alla caccia all’uomo poi perpetrata dai nazisti che chiusero il campo subito dopo. «Andate a Treblinka. Spalancate i vostri occhi. Ascoltate attentamente. Trattenete il respiro con tensione estrema. Udite le voci che sfondano ogni zolla di terra», dicono i versi di una poesia di Halina Birnebaum, sostenitrice del museo di Treblinka. E prati e alberi così famigliari alla vita da scout degli shomrim qui a Treblinka assumono un significato diverso, quello di una necropoli a cielo aperto.

Non abituatevi alla guerra esortò Mordechai Anielewicz

Di ritorno a Varsavia ci sono ancora due luoghi importanti da visitare prima della cerimonia conclusiva e sono Il muro-memoriale dell’Umschlagplatz e l’antico cimitero ebraico di Varsavia. Il muro è ubicato in via Stawki dove venivano radunati gli ebrei prima della deportazione a Treblinka e Majdanek. I deportati dal ghetto di Varsavia furono oltre 300mila. La sua inaugurazione risale al 18 aprile del 1988 quando ricorreva il 45° anniversario della rivolta del ghetto. Fu opera dell’architetta Hanna Szmalenenberg e dello scultore Władysław Klamerus. È stato restaurato nel 2008 con alcune aggiunte come una striscia ondulata di fiori di issopo blu, a ricordo della bandiera israeliana. Da qui ogni anno il 22 luglio parte la Marcia della Memoria, che ricorda dal 2012 le vittime delle deportazioni dal ghetto di Varsavia. Ci volle molto tempo affinché il regime comunista decidesse di rendere un tributo alla memoria e ancora di più affinché giovani da Israele e da tutto il mondo venissero qui a farla propria di persona. E non sono state solo le frontiere ad essere chiuse, ma anche le menti lo erano sia in Polonia che in Israele. La memoria è una materia difficile da gestire soprattutto quando una società presume di poter iniziare la propria storia da zero. E fu il caso dello stato ebraico dove il «nuovo ebreo» doveva tralasciare per forza il «vecchio». Oggi la contrapposizione tra l’israeliano e l’ebreo si è spostata direttamente qui nei luoghi dello sterminio con i giovani avvolti nelle bandiere di Israele. Il viaggio dell’Hashomer Hatzair è stato impostato sulla ricerca di un equilibrio tra dilemmi e dubbi senza verità assolute. Non ci sono solo ricordi e testimonianze servono anche riflessioni e volontà di porsi domande continue su tutto. E nell’antico e pittoresco cimitero ebraico di Varsavia sono sepolte alcune personalità ebraiche che in vita non ebbero paura di andare controcorrente. Tra questi: Ludwik Zamenhof, medico e inventore dell’Esperanto, Janusz Korczak, pedagogista teorico del «bambino adulto», Solomon Anski, autore del Dybbuk, etnologo, attivista politico e umanitario, Marek Edelman, militante del Bund (partito operaio ebraico) unico comandante della rivolta del ghetto sopravvissuto, Szymon Askenazy, rappresentante polacco alla Società delle Nazioni.

Accanto a tombe di grande valore artistico un’immensa distesa di pietre ricorda i morti, che non hanno avuto sepoltura senza dimenticare il milione di bambini che hanno un monumento loro dedicato e al quale ci si avvicina camminando su un’enorme menorah disegnato sul pavimento.

Il lungo percorso degli attivisti dell’Hashomer Hatzair termina il 2 aprile nell’enorme spiazzo che circonda quello che fu il bunker di Mordechai Anielewicz, Mila 18 e che oggi è un monumento. Qui l’8 maggio del 1943 il leader dell’Hashomer Hatzair e della resistenza ebraica con i suoi compagni fu trucidato dai nazisti o forse si suicidò come raccontò in seguito Tosia Altman, che era riuscita a fuggire grazie a un passaggio segreto.

La giornata è molto piovosa e fredda e la cerimonia si prospetta lunga con letture e discorsi in inglese, ebraico e polacco. La disposizione è la classica a rettangolo. Ogni rappresentanza di giovani e adulti si presenta con la sua bandiera e l’indicazione del numero dei presenti. Con questi gesti si manifesta l’orgoglio di esserci. Al termine è previsto come in ogni cerimonia il canto collettivo dell’Hatikwa senza più l’accoppiamento con l’Internazionale, che un tempo era di rigore per sottolineare l’appartenenza alla comunità socialista mondiale. Una nutrita schiera di dirigenti storici del movimento è giunta da Israele per presenziare all’evento. Li capeggia Haim Oron, già segretario del Merez, il partito della sinistra israeliana, punto di riferimento dell’Hashomer Hazair. Oron è noto per i suoi stretti rapporti con il leader palestinese Marwan Barguti, detenuto nelle carceri israeliani, ma indicato oggi come il più autorevole interlocutore possibile per la pace. Sempre ad Oron si deve anche l’iniziativa di pace di Ginevra proposta nel dicembre 2003. Non dimentichiamo che la più pesante di tutte le guerre è la guerra contro noi stessi. Non abituarsi e non adattarsi a queste condizioni! Chi si adatta cessa di distinguere tra il bene e il male, diventa schiavo nel corpo e nell’anima. Qualunque cosa accada con voi, ricordate sempre: non abituatevi! Non adattatevi! Ribellatevi a questa realtà. Sono le parole di Anielewicz riportate da Israel Gutman nel suo libro, Resistance: The Warsaw Ghetto Uprising (1994).

Quel 2 aprile a Varsavia nessuno dei partecipanti al viaggio immaginava che sei mesi dopo le tragedie e i dilemmi della guerra avrebbero di nuovo coinvolto il popolo ebraico e questa volta proprio in Israele. «Non siamo nel ghetto di Varsavia» ha detto Netanyahu subito dopo il 7 ottobre ricordando che Israele oggi dispone di un esercito potente per difendersi. Ma il problema non è solo legittimamente difendersi, ma è anche quello che diceva Anielewicz Non abituarsi, non adattarsi, non credere che al di là della guerra non ci sia nulla, che la distruzione del nemico sia l’unica e definitiva soluzione. All’Hashomer Hatzair ne sono sempre stati coscienti e proprio per questo anche oggi non possono evitare di guardare alla pace e alla coesistenza come un proprio ideale irrinunciabile.

Analisi di Gabriele Eschenazi

22 gennaio 2024

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