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Cosa faremo per impedire l’uccisione di un altro Naval'nyj?

di Simone Zoppellaro

Sono giorni terribili, ancora una volta, quelli che abbiamo alle spalle. Giorni che rischiano di segnare, se non avverrà un’inversione di tendenza, i decenni a venire. Facile, direte voi, leggere neri auspici in un’epoca come questa. Ma, beata innocenza, sembra che in pochi abbiamo compreso a fondo che cosa stiamo rischiando in Europa e – dato più avvilente – che ancora in meno se ne curino. In questi giorni sto leggendo un poeta straordinario, lo svedese Stig Dagerman. “Il suicidio è sempre / il sinonimo democratico di realismo politico” scriveva nel 1946 nel poemetto No pasarán! in cui rievocava in modo lucido e doloroso come le democrazie avessero permesso, fra complicità e indifferenza, il trionfo dei nazifascisti in Spagna e poi, di conseguenza, in tutta Europa (la traduzione è di Fulvio Ferrari).

Sembrano parole scritte oggi. Dietro l’assassinio di Aleksej Naval'nyj, dietro le macerie di Avdiïvka, città ucraina strappata dai russi dopo una lunga battaglia, ci sono anche i nostri errori e sottovalutazioni, le troppe esitazioni e gli interessi economici (lo chiamano realismo, appunto) che rischiano di portare, non solo Kyiv ma l’Europa tutta, sull’orlo di un baratro. Non stupisce allora che l’ambasciata russa torni in un clima come questo a minacciare il nostro parlamento (questa volta è toccato alla coraggiosa Lia Quartapelle), e che Vladimir Putin nell’ultima apparizione di fronte alle telecamere sia parso raggiante. Se a tutto questo aggiungiamo la possibile vittoria di Trump negli Usa e, anche a prescindere da questa, le proiezioni sul futuro degli aiuti euro-americani all’Ucraina, iniziare a immaginare che le nostre città fra qualche tempo somiglieranno a Mariupol o Avdiïvka non è purtroppo irrealistico.

Nei prossimi quattro anni gli aiuti occidentali a Kyiv, secondo le elaborazioni e proiezioni ISPI sui dati del Kiel Institute, si ridurranno almeno del 70%, mentre l’industria bellica russa sta dimostrando capacità non previste da molti analisti. Nel frattempo, prosegue la competizione di molte aziende europee per evadere le sanzioni, l’Azerbaijan compra gas russo per compensare l’aumento di vendite del suo a noi, e a Mosca – come rimostra un’indagine di IRPI Media – continuano ad arrivare persino le armi italiane. Ma, si sa, gli affari sono affari, la guerra è la guerra, e gli uomini sono pur sempre uomini (Ernst Bloch, ricordiamolo, ha scritto cose importanti su totalitarismo e tautologie). “Il suicidio è sempre / il sinonimo democratico di realismo politico,” scriveva dunque l’anarchico Dagerman, che a quel realismo proprio non riusciva a piegarsi e finì per togliersi la vita nel 1954, a trentun anni. Un realismo che pervade ormai le nostre coscienze, al punto che la guerra – una guerra che ci minaccia come non capitava da decenni – è ormai assunta da molti come una nuova normalità, e il mantra omertoso e irrazionale che, se staremo buoni e zitti, lavandoci le mani di quanto accade in Ucraina, Putin ci lascerà in pace, sembra andare per la maggiore in Italia.

Oggi è toccato a Naval'nyj, che avrebbe potuto vivere una vita di privilegi a Berlino, riverito dai suoi seguaci e dai media, e invece ha scelto di tornare in Russia, sapendo di rischiare di essere ucciso. Domani – e non mancano le avvisaglie, basti pensare a quanto avviene a Ilaria Salis – potrebbe capitare a molti di noi. A chiunque la pensi diversamente, agli oppositori come alle minoranze. C’è a volte un fondo di razzismo nel chiedersi perché i russi non si ribellino. La domanda è legittima, certo, ma la risposta è piuttosto semplice: perché ciò, in primis, significherebbe rischiare il carcere e la morte. Come Naval'nyj, come quella splendida regista e autrice di teatro che è Evgenija Berkovič, che non ha esitato un attimo – mi ha raccontato prima del nuovo arresto – a scendere in strada a protestare non appena è scattata l’aggressione all’Ucraina. Non sarebbe il caso di chiedersi, al contrario, perché non ci ribelliamo noi – che non rischiamo nulla di irreparabile – agli apologeti di Putin che si trovano ovunque, persino nel nostro parlamento; a quei pacifisti che decantano, fra ipocrisia e narcisismo, l’arte di starsene in pace e del dolce far niente; agli interessi e alle complicità che legano aziende, partiti, associazioni, e persino istituzioni religiose, a questa e ad altre dittature?

L’Europa rischia di morire, prima che ancora che sotto le macerie di una nuova guerra totale, sotto le nostre ipocrisie e malafede – mai come oggi, e lo si nota in tutto il mondo, le roboanti dichiarazioni di noi europei suonano grottesche, perché di rado corrispondono ad azioni concrete. Ma anche sotto il nostro stesso cinismo (quasi una pedagogia del terrore, in bocca ad alcuni propagandisti) e alla mancanza di speranza. Come scrive la filosofa Lea Ypi sul Guardian: “Le persone che soffrono per l’ingiustizia, che subiscono insulti quotidiani alla loro dignità, che sono emarginate, messe a tacere, sfruttate, lasciate morire o uccise, non possono permettersi di chiedersi se hanno speranza. Si aggrappano alla vita, cercano di farcela e lottano. La loro lotta incessante, qualunque forma assuma, non può permettersi una perdita di fede. Il minimo che possiamo fare noi è evitare di mettere in discussione le ragioni della speranza, indulgendo ancora di più in noi stessi. Forse è questo il vero significato politico dell’illuminismo: se ci sia o meno speranza è una questione rilevante solo per coloro che hanno il privilegio di dubitarne. Si tratta di una piccola parte del mondo”.

La questione, dunque, è una sola. Che cosa faremo noi, qui ed ora, per impedire l’uccisione di un altro Naval'nyj, un ennesimo massacro di ucraini, che la guerra arrivi da noi e le democrazie implodano sotto le loro stesse contraddizioni, una dopo l’altra? Che cosa faremo per sostenere chi rischia la vita opponendosi al male che, ancora una volta – la storia non ha via d’uscita, a quanto pare –, ha fatto irruzione nel presente? Perché, qui ed ora, siamo proprio a questo punto, in questo stato. E non ne usciremo certo con vuote preghiere, verbalismi, con gli affari sporchi di alcuni a discapito di tutti, ma solo con concretezza, lucidità, visione – tutte cose che sembrano mancare al nostro orizzonte.

Simone Zoppellaro

Analisi di Simone Zoppellaro, giornalista

19 febbraio 2024

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