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Dall'Aja uno scossone alla politica israeliana

di Gabriele Eschenazi

Poteva andare peggio. È stata questa la prima reazione a caldo dei commentatori israeliani dopo le decisioni della Corte dell’Aja sulla denuncia del Sudafrica. Il timore era che il tribunale potesse chiedere la cessazione delle ostilità, ma questo invece non è avvenuto. Nemmeno i giudici di Sudafrica e Libano l’hanno chiesta. Con il «cessate il fuoco», già acquisito grazie al tribunale, Hamas avrebbe potuto alzare ulteriormente la posta usando con cinismo e crudeltà i 136 israeliani, vivi e morti, che conserva nelle sue mani.

Lo conferma il giudice israeliano Aharon Barak nella sua relazione: «Se la Corte avesse accolto la richiesta del Sudafrica di mettere immediatamente fine all’operazione militare a Gaza, Israele si sarebbe trovato senza difesa nei confronti di un assalto brutale, impossibilitata ad adempiere ai suoi doveri fondamentali nei confronti dei propri cittadini. Israele avrebbe avuto le mani legate senza la capacità di combattere anche rispettando le leggi internazionali. Contemporaneamente, Hamas sarebbe rimasta libera di danneggiare allo stesso modo sia israeliani che palestinesi. Non c’è simmetria in questo procedimento dato che Hamas non è parte in causa e non è possibile adottare alcuna misura nei suoi confronti».

Proprio Aharon Barak, sopravvissuto della Shoah (ricordata nel suo intervento), ha svolto con abilità il ruolo di difensore delle posizioni israeliane all’interno della Corte. Di fatto è stato uno scudo, ma questo non gli ha risparmiato critiche dalle destre israeliane antidemocratiche, che già prima del 7 ottobre lo bollavano come traditore insieme al Tribunale Supremo, del quale era stato presidente. Non è piaciuto che Barak si sia espresso in favore delle richieste a Israele di provvedere ad aiuti umanitari e di vietare espressioni politiche in favore del genocidio. E se gli aiuti umanitari anche su pressione degli Usa arrivano a Gaza, ma non sempre a chi ne avrebbe più bisogno, diverso è il caso delle dichiarazioni politiche ufficiali improprie, che la Corte dell’Aja ha messo nel suo mirino.

Tra questi il ministro della difesa Galant, che il 9 e il 10 ottobre aveva proclamato la sua intenzione di tagliare a Gaza City elettricità, carburanti e acqua. «Stiamo combattendo contro animali-umani», aveva detto con evidente intento di condividere il risentimento dell’opinione pubblica israeliana sotto shock. Il capo dello stato Itzhak Herzog, invece, si era concentrato sulla colpa collettiva quando il 12 ottobre aveva detto: «Operiamo nel quadro delle leggi internazionali, ma inequivocabilmente qui si tratta di un’intera nazione, che è colpevole. Non è vera la retorica su civili non consapevoli, non coinvolti. Non è assolutamente vera. Potevano ribellarsi. Potevano combattere contro un regime malefico, che ha preso il potere a Gaza con un colpo di stato». Dopo la sentenza dell’Aja, Herzog si è affrettato a respingere le critiche dei giudici dicendo di essere stato interpretato male e di essersi riferito quel giorno ai cittadini palestinesi che avevano partecipato all’assalto degli israeliani rubando e uccidendo e a quelli che avevano esultato per l’azione terroristica di Hamas. «Io personalmente e lo stato di Israele non abbiamo mai considerato la popolazione civile innocente un obiettivo di guerra. Diamo grande importanza agli interventi umanitari, che consideriamo un nostro obbligo e opereremo sempre nel rispetto della legge internazionale».

Tra un mese Israele dovrà tornare all’Aja per dimostrare di aver ottemperato alle richieste della Corte, la cui sentenza potrà anche essere adottata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, salvo veto americano. Il percorso diplomatico del governo israeliano rimane dunque in salita. E lo sarà ancora di più se continuerà a includere nelle sue fila due partiti di estrema destra come Zionut Datit (Sionismo Religioso) di Bezalel Smotrich e Ozmà Ieudit (Forza Ebraica) di Itamar Ben Gvir. Quest’ultimo subito dopo la sentenza ha organizzato a Gerusalemme un convegno provocatorio che invoca il ritorno della colonizzazione ebraica a Gaza e nel nord della Cisgiordania. Tra i partecipanti c’erano 11 ministri (su 38) e 15 deputati della coalizione, che hanno firmato un documento per il ritorno dei coloni nei luoghi dai quali furono sgombrati a forza nel 2005 da Arik Sharon.

Da Netanyahu nessuna reazione di condanna di questo evento. Il suo primo impegno è come sempre quello di salvaguardare la sua coalizione e la sua poltrona. Ma il Tribunale dell’Aja non ha fatto e non farà sconti al primo ministro israeliano più longevo politicamente e nello stesso tempo più fallimentare nella storia dello stato ebraico. Su Haaretz il direttore Aluf Ben lo attacca con veemenza. «Netanyahu, che citava Auschwitz per accusare l’Iran di propositi di sterminio, si trova ad essere accusato degli stessi crimini. Rischia di passare alla storia con un’immagine simile a quella di Putin, Mladic e i dittatori birmani già condannati all’Aja. Il non cessate il fuoco può per lui essere anche una trappola».

Più prosegue la guerra e più potranno essere raccolte prove contro Israele. Come disse Ben Gurion, il destino di Israele dipende da due fattori: dalla sua forza e dall’avere la ragione dalla propria parte. Il 7 ottobre la sua forza è apparsa molto inferiore a quello che credevamo e all’Aja anche le «nostre ragioni» hanno ricevuto un brutto colpo. E di queste sconfitte l’unico responsabile è il capo del governo». Non è da escludere che anche senza l’intervento della Corte dell’Aja la guerra si interrompa comunque così da consentire a Israele la liberazione di almeno parte degli ostaggi e a Sinwar di salvarsi e riorganizzarsi per un eventuale prossimo round. La tregua potrebbe produrre in Israele uno sconvolgimento politico, ma non è ancora chiaro chi avrà il coraggio di fare la prima mossa.

Saranno i ministri Benny Ganz e Gadi Eisenkot a uscire dal governo con il loro partito, Hatikvà Hadashà (Nuova Speranza) per posizionarsi meglio in vista di elezioni? Saranno 4/5 deputati del Likud a togliere la fiducia al loro leader e fermare così il crollo del loro partito? Saranno i partiti di estrema destra a tirare troppo la corda pensando di essere in grado di trascinare Israele a una guerra contro tutti (Usa, paesi arabi, Ue, Russia, Cina)? Saranno i partiti ortodossi a lasciare la coalizione per non aver ottenuto una legge che esoneri i loro giovani dal servizio militare? Saranno manifestazioni imponenti e furiose a costringere Netanyahu e dimettersi? Non è ancora dato sapere. Ma intanto la Corte dell’Aja ha dato uno scossone alla politica israeliana e alla sua opinione pubblica ancora troppo chiusa al mondo dopo il trauma del 7 ottobre.

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