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Democrazia e tecnologia: tra innovazione, diseguaglianze e nuove sfide globali

di Bruno Marasà

Se cercate un tema per riflettere sul nuovo anno che è arrivato, ce n’è uno che è sotto gli occhi di tutti. Se ne discute poco (alcuni lo fanno, anche con contributi di seria riflessione, vedi quelli di Ezio Mauro e Achille Occhetto su Repubblica o di Gianni Cuperlo sul Domani) ma esiste, eccome. Tocca la vita di tutti, ogni giorno, e influenza (influenzerà) sempre di più la vita delle nostre società e, in definitiva, la vita di ognuno di noi.

Parlo del rapporto sempre più intricato tra democrazia, cioè la libera espressione delle opinioni e la possibilità con mezzi pacifici di modificare i rapporti di forza nella società e nella loro rappresentazione politica, e le nuove tecnologie e il comando di esse o, se si vuole, della loro pervasività nella vita quotidiana di tutti. E parlo anche della forte incidenza che questo perverso rapporto, così sembra, ha sull’economia. Nella vita reale, si vorrebbe dire. Quella fatta da bisogni materiali e non e possibilità di soddisfarli in modo dignitoso.

Le analisi dei più si concentrano, non a caso, sulla dimensione economica che ha assunto questa fortissima incidenza della nuova era tecnologica in cui siamo entrati (la terza, la quarta rivoluzione industriale?). Poche o rare sono le riflessioni sulle conseguenze sostanziali sulla vita di tutti noi. Sulla dimensione democratica appunto.

Guerre combattute sotto i riflettori (Gaza, Ucraina), mentre ce ne sono altre 54 in tutto il mondo, come ci ha ricordato Papa Francesco. Autocrazie indifferenti ai sentimenti (al sentiment) dei loro cittadini da un lato, e regimi democratici dall’altro, che sembrano esserlo altrettanto, vista la loro indifferenza, meglio, il loro colpevole silenzio, di fronte alle ragioni vere dell’insoddisfazione crescente e delle paure nelle loro società.

Diciamolo più chiaramente, il progressivo, persino impetuoso, scivolamento verso il populismo, il nazionalismo, aperto all’interno di tanti, quasi tutti, i paesi del cosiddetto Occidente, rischia di fare il paio con la remissività o impotenza dei popoli sottoposti alle cosiddette autocrazie.

Dopo gli anni della ubriacatura globalista e delle liberalizzazioni (non solo quella economica, ma anche quella sociale) che sembravano riavvicinare parti diverse della realtà mondiale con un gioco nel quale tutti potevano guadagnare qualcosa, ci accorgiamo oggi (potevamo farlo anche prima) che siamo tornati alla vecchia regola: i ricchi sono sempre più ricchi, cresce l’esercito dei poveri, comprendente anche il famoso ceto medio. Non è solo sociologia, è la lezione della Storia, come quella che portò alla Seconda guerra mondiale.

Intendiamoci, tutto questo non è immediatamente visibile. Abbiamo passato questo periodo di feste in città abbagliate da mille luci e le tavole dei più sono state riccamente imbandite. Poi però guardi meglio la realtà, non solo quella della tua porta o di quella accanto, e riscopri le guerre con le loro decine di migliaia di morti, bambini a cui viene negato il diritto principale, quello di vivere perché vittime del freddo. Riscopri il profondo cambiamento nei modi di produzione con l’accumulo di crisi e di licenziamenti di operaie e operai, scopri la crescente e dolorosa rinuncia a curarsi per una sanità che è sempre più povera non solo di fondi ma di addetti (medici, infermieri). Se leggi bene i dati scopri che, si dica quello che si vuole, aumenta il lavoro povero, mal retribuito, e che sono i più anziani a cercare lavoro perché non possono farne a meno, mentre i giovani rinunciano a lavori malpagati, non corrispondenti alle qualifiche che hanno raggiunto magari dopo lunghi anni di studi. E cercano in tanti, questi giovani, la via dell’emigrazione in un mare aperto che li porterà chissà dove.

Potremmo continuare questo preoccupante elenco. Ma è necessario tornare alla realtà politica del nostro paese, dell’Europa e del resto del mondo. In questo senso la globalizzazione ha raggiunto il suo risultato più riuscito. Quello che accade ad Occidente si riversa ad Oriente e viceversa.

La prova più evidente e nella catena dei fenomeni comuni nella realtà mondiale. Il primo di questi, o comunque quello che ha un impatto più visibile, sono le migrazioni. Ce ne accorgiamo noi, in Italia, quando poveri disperati attraversano il Canale di Sicilia su zattere insicure (e molti di loro non vedranno mai la terraferma). Non sono tantissimi ma la paura (infondata) che suscitano giustifica addirittura un investimento in terra straniera, l’Albania, di centinaia di milioni di euro per poterne accudire (controllare) solo alcune centinaia. Nulla si dice delle decine di milioni che in tutto il mondo, in qualunque parte di esso, si spostano, emigrano a causa della siccità, delle guerre locali, della povertà. E nulla o quasi si fa per aiutarli a restare nei loro paesi. Dico aiutarli, non “trattenerli”, cioè ignorarne l’esistenza sino a quando non ti arrivano sulla porta di casa.

E qui c’è l’altra faccia della medaglia. Pochi o molti che siano, i migranti suscitano paura, del diverso, dello sconosciuto. Si vorrebbe far finta di non vederli, quando invece lavorano nei campi del Sud, sfruttati in modo vergognoso, o nelle fabbriche dove ancora si fanno lavori pesanti, come le acciaierie del Nord.

La rivoluzione tecnologica ha dividendi assolutamente ingiusti. Non è vero che tutti possono usufruirne. Non basterà certo l’uso, ormai diffusissimo, di uno smartphone. Anzi quello strumento, ormai quasi un giocattolo, avvicina uomini e donne di qualsiasi parte del mondo in tempo reale e crea vicinanze del tutto artificiali.

I veri vantaggi raggiunti dai possessori della tecnologia (certo Elon Musk, e non sono affatto molti quelli come lui) sono quelli invasivi dei social e non solo, capaci di orientare milioni, miliardi dovremmo dire, di persone in un senso o nell’altro. Ed è questo il brodo di coltura, uno strano mix di ignoranza e di potenza, che porta acqua al populismo e a qualcosa di peggio come si vede nel cuore della nostra stessa Europa. Per esempio in Germania.

Sì, l’Europa. Abbiamo sognato per alcuni decenni la possibilità di far crescere insieme pace, democrazia, spazi aperti e progresso economico. Di questo insieme di valori e pensieri alti come quelli di De Gasperi, Adenauer o Spinelli (o “lunghi” come avrebbe detto Enrico Berlinguer) sembra che stia rimanendo ben poco. Il valore dell’unità sembra essere svilito dalla ricerca di nazionalismi e particolarismi tra i membri della famiglia (troppo larga?) dell’Unione europea.

Si discute come rilanciarne la forza e la capacità di agire. È bene che questo succeda, ma è meno bene che questo sforzo si concentri sull’aumento delle spese militari. Facile ovviamente ricorrere alla retorica pacifista (“mai più guerra” dissero i padri fondatori dell’Europa unita), ma basterebbe il buon senso, una armonizzazione condivisa invece di preparare una svolta securitaria sia verso i migranti sia verso l’avversario esterno o i vicini ritenuti tali. Invece continua uno spreco inammissibile di risorse per produrre ognuno per sé carri armati, aerei, altri mezzi militari.

E sarebbe bene concentrarsi su efficienza economica, sì proprio quella, capace di affrontare, attraverso la convergenza ed una sana concorrenza tra i membri ella stessa famiglia e con nuove risorse, non solo le cosiddette sfide globali (vedi il ruolo della Cina, oltre a quello degli Stati Uniti) ma quelle ambientali, della riconversione energetica e della sua sostenibilità sociale, della salvaguardia dei territori.

Torniamo così al punto di partenza. Quanto c’è di consapevolezza in questo nuovo, inedito, confronto tra democrazia e invadenza delle nuove tecnologie? Qualcuno è arrivato a parlare persino di tecno-democrazia. Riscrivere così nuove regole di partecipazione e di decisione. Una cosa è certa, non basteranno gli strumenti tradizionali della politica e del confronto leale tra forze diverse, di varia ispirazione sociale e culturale a contenerne l’impatto.

Nel discorso di fine anno di Sergio Mattarella c’era un filo rosso che sembrava volesse ripercorrere alcuni di questi temi. Antiprovincialismo, inteso come invito a non chiudersi in sé stessi pensando così di evitare contaminazioni ineludibili, interdipendenza come presa d’atto, positiva certo, del necessario confronto con le diverse realtà mondiali e, infine, patriottismo, voler bene alla propria patria proprio come negazione dell’odio verso le altre nazioni.

Speriamo che questo auspicio, così autorevolmente espresso, ci aiuti a guardare con più fiducia al nuovo anno.

Credits foto in copertina: Flickr/UN Geneve

Bruno Marasà

Analisi di Bruno Marasà, già Responsabile Parlamento Europeo - Ufficio di Milano

7 gennaio 2025

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