Gariwo
https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/demolire-le-paure-significa-mettere-arabi-ed-ebrei-allo-stesso-tavolo-nelle-universita-nelle-scuole-26688.html
Gariwo Magazine

Demolire le paure significa mettere arabi ed ebrei allo stesso tavolo, nelle università, nelle scuole

di Anna Foa

23 novembre. Mentre aspettiamo tutti col fiato sospeso che la tregua e il rilascio degli ostaggi – solo 40, ma molti bambini fra loro – si realizzi, sperando che nulla succeda prima che almeno questi bambini siano fuori dalle mani dei loro carnefici. Mentre gli Stati Uniti, con il presidente Biden, si rallegrano che i loro coraggiosi sforzi abbiano dato un sia pur precario risultato. Mentre l’estrema destra israeliana cerca alla Knesset di votare una legge sull’introduzione della pena di morte, fra le proteste dei famigliari degli ostaggi, giustamente preoccupati che una simile legge, indipendentemente da ogni altra considerazione, ostacoli il rilascio dei loro cari. Mentre i coloni, animati dal loro folle sogno messianico, attaccano i palestinesi nel West Bank per cacciarli in nome di Dio dalla Grande Israele. Mentre questo succede, leggo un articolo sul New York Times di Thomas Friedman, scritto dalla città beduina di Rahat, nel Negev, che illumina di un filo di speranza il futuro di noi tutti, il futuro di Israele. Perché quello che succede là in queste settimane non tocca solo gli ebrei della Diaspora insieme a quelli di Israele, ma la sorte di tutti.

L’articolo ci parla dei beduini, cittadini israeliani di religione musulmana, oltre 300 mila in Israele, che il 7 ottobre hanno aiutato tanti giovani ebrei del rave a mettersi in salvo, a rischio della propria vita. Di quelli di loro che sono stati uccisi o rapiti da Hamas. Ci parla della loro difficile situazione, presi come sono fra le minacce dei terroristi di Hamas e l’odio di tanti israeliani, che vedono in ogni arabo un nemico. Stretti tra due fuochi. Ci parla di reazioni di condanna di Hamas da parte di importanti politici arabo-israeliani, come Mansour Abbas, il cui partito sostiene una via di non violenza nella lotta per lo Stato palestinese, che ha condannato con parole di fuoco la strage genocida del 7 ottobre. Ancora, Friedman ci parla del razzismo che cresce nel paese, alimentato dalla paura, una paura certo giustificata, ma comunque inutile e pericolosa. E della speranza che da un simile disastro, il peggiore nella storia di Israele, possa nascere una nuova convivenza, se non infine la pace.

Che quadro diverso da quello che ci propinano i sostenitori dei palestinesi nelle università americane ed europee, che si dimenticano opportunamente di condannare la strage di Hamas, e non vedono nessuna distinzione, nessuna frattura, nella società israeliana: tutti colonialisti. E assumono come proprio lo slogan dei sostenitori della distruzione di Israele, “dal fiume al mare”. Ma anche da quello che ci danno qui i sostenitori di Netanyahu, incapaci di un briciolo di compassione per chi, bambini, donne, uomini, muore ogni minuto sotto le bombe di Israele, anche loro pronti a cancellare ogni differenza fra gli israeliani. Vogliono distruggere la memoria della straordinaria lotta non violenta che per nove mesi ha portato in piazza decine di migliaia di oppositori del governo israeliano, una lotta che inizialmente era rivolta solo contro la limitazione dei poteri della Corte Suprema, ma che nelle ultime settimane sempre più metteva sul tavolo la questione dell’occupazione, “l’elefante nella stanza”, come viene definito da un gruppo di opposizione al governo Netanyahu. E forse, se di quella straordinaria opposizione si fosse qui da noi parlato un poco di più, l’antisemitismo di coloro che vedono in ogni israeliano un colono sarebbe stato minore.

Il 7 ottobre, cita Friedman dalle affermazioni di uno dei leader del movimento di opposizione, la lotta non ha contrapposto arabi ed ebrei, ma la luce e le tenebre. E allora, qual è la via che può portare la società israeliana, sconvolta dal massacro del 7 ottobre, ad imboccare la strada verso un rivolgimento degli schemi precedenti, verso il rovesciamento dei governi complici dell’odio, verso la costruzione, per quanto lenta, della pace? Un lavoro enorme, di cui solo flebili echi ci arrivano, è quello di chi continua a mettere palestinesi ed ebrei allo stesso tavolo, nelle stesse aule universitarie, nelle stesse scuole, demolendo le paure. Questo lavoro deve accompagnare quello della grande politica, del necessario cambio di governo, delle trattative per liberare gli ostaggi e arrivare ad una tregua duratura. Quello che succede a Gaza non è più accettabile per il resto del mondo e non lo è per tanti israeliani. Paura ed odio, per quanto si possano comprendere, vanno combattuti. Il cambiamento politico, che ci sarà, non può non esserci, perché troppe sono le responsabilità di Netanyahu, deve essere accompagnato da una rinascita della società, deve essere alimentato da nuove speranze. Tanti stanno già dando in Israele il loro contributo quotidiano, ma hanno bisogno dell’appoggio del mondo, non di sentirsi presi tra due fuochi.

È forse un sogno, questo della coesistenza, qualunque forma possa assumere. Ma dall’altra parte c’è un diverso sogno, sia con Hamas che con la destra religiosa ebraica, che porta solo morte in nome di Dio. E poi, lo sappiamo, i sogni hanno smosso il mondo.

Anna Foa

Analisi di Anna Foa, storica

23 novembre 2023

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Grazie per aver dato la tua adesione!

Contenuti correlati

Scopri tra gli Editoriali

carica altri contenuti