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Di che colore è la bandiera della pace?

di Amedeo Vigorelli

Leggo sui giornali le reazioni di molti opinionisti laici a commento delle parole usate da Papa Francesco in una intervista televisiva, a proposito dei conflitti in corso, e in particolare della ormai prolungata guerra nella «martoriata Ucraina», circa il presunto «coraggio» di «alzare la bandiera bianca» e di intavolare trattative di pace o almeno di tregua, in conflitti bellici di cui non si vede alcuna soluzione realistica e i cui costi umani, sia in termini economici che sociali e culturali, impongono alla responsabilità dei governanti di deporre le armi a difesa del popolo, fosse pure oggetto di una aggressione. Francesco parlava di coraggio, ma quasi subito, per una sorta di riflesso condizionato, i commentatori vi hanno letto un sinonimo di viltà, arrendevolezza, cedimento, ignavia, quando non addirittura intesa con il nemico. Eppure, sono noti a tutti gli sforzi concreti e tutt’altro che timidi messi in atto dalla diplomazia vaticana per ottenere il rispetto dei diritti umani in tempo di guerra e cercare tutte le vie per un possibile compromesso tra le parti, rispettoso del diritto e di un senso di giustizia nell’ascolto delle opposte ragioni in lotta. Qualcuno ha avuto l’ardire di proporre un paragone storico improprio tra Papa Francesco e Lord Chamberlain all’epoca degli infausti accordi di Monaco del 1938, propiziati da Benito Mussolini.

Si guarda al Papa come a una disincarnata cattedra di morale, buona solo per i giorni di festa o di commemorazione, e ci si dimentica dei suoi lucidi contributi (nella sua veste di pastore ma anche di capo di stato) in materia di geopolitica e di analisi storica. Eppure, è proprio a Francesco che dobbiamo una delle più esatte e lungimiranti definizioni della «situazione attuale del mondo», nei termini di terza guerra mondiale a pezzi. Egli è stato tra i primi a istillare il dubbio che l’uscita dal «secolo breve» degli storici non fosse definibile nei termini della abusata contrapposizione tra «vecchio» e «nuovo» (oggi riproposta nella alternativa tra «fine della storia» o «conflitto di civiltà»), ma in quelli tra risveglio o coazione a ripetere. Mentre ancora oggi, dopo il moltiplicarsi dei conflitti locali (ma tutti inseriti in un contesto globale) durante un intero ventennio, e nel pieno di almeno due conflitti (Ucraina e Palestina) in cui si manifesta una linea di continuità con la vicenda mondiale irrisolta di quasi un secolo, le élites politiche che ci governano ancora balbettano, e non sanno dire se ci troviamo al termine di una vecchia resa dei conti o alla vigilia di un’apocalissi finale (basta non pronunciare la parola fatale terza, dopo la prima e la seconda guerra mondiale, per esorcizzare il brutto presentimento), c’è solo un grande statista e uomo di responsabilità a sussurrare dal balcone e dal pulpito (se potesse, vorrebbe urlarlo): basta, per favore basta!

Perché siamo già nel pieno della terza guerra mondiale? Per il semplice fatto che la guerra, dopo le esperienze del Novecento, non è più uno strumento della politica, una via per l’assicurazione della pace (intesa come equilibrio di forze, difesa dello status quo, assenza prolungata di uno stato di belligeranza attiva), ma il fine della politica (in modo consapevole, da parte dei regimi dittatoriali, in modo inconsapevole e cinico, da parte delle democrazie). Nel suo linguaggio criptico e (secondo alcuni fumoso) lo aveva già detto un filosofo tedesco del secolo scorso: Martin Heidegger. Gestell: che si può tradurre impianto (un impianto tecnico-industriale, come una grande diga o una centrale nucleare, che organizza e accentra in sé la vita e l’attività economica di un intero territorio), o anche provocazione, biglietto di chiamata alle armi (provocazione rivolta alla natura, affinché riveli la propria infinita utilizzabilità all’homo faber; ma al tempo stesso, intimazione rivolta all’Arbeiter, affinché si disponga docilmente alla mobilitazione totale, industriale o bellica, decisa dalla burocrazia di stato). Nell’epoca della mobilitazione totale lo scopo primario della guerra diventa l’annichilimento del nemico, non la sua semplice sconfitta e resa. Il bersaglio principale della distruzione bellica diventa la popolazione civile, piuttosto che l’esercito e l’apparato militare (sostituibile dalle milizie private, dall’affidamento in appalto del «lavoro sporco» di una guerra sempre più criminale). Ogni confine etico-giuridico tende ad essere superato, così come tende a sfumare la distinzione tra crimini e danni collaterali, massacro e genocidio, persone e pezzi di ricambio dell’apparato militare-industriale o civile. Persino parlare di morte appare superato, nell’epoca in cui l’algoritmo ha preso il posto del calcolo economico, e il numero delle perdite e dei guadagni si trasforma in un grafico previsionale colorato facilmente intuitivo. Davvero (come scriveva Gunther Anders) l’uomo è antiquato!

Ma per capire queste cose non ci voleva lo sguardo d’aquila dei filosofi e forse nemmeno l’innocente astuzia del pastore evangelico. Bastava forse la saggezza dei nostri padri costituenti, che quel mutamento di prospettiva storica l’avevano sperimentato sulla propria pelle, al punto da scrivere a chiare lettere nel nostro testo costituzionale, all’art. 11: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo". Più che la distinzione tra guerra di offesa e diritto di difesa (sempre più difficile da stabilire in modo univoco) e il richiamo alle organizzazioni internazionali (sempre più coinvolte nei giochi a geometria variabile delle grandi potenze), mi colpisce il rifiuto a considerare la guerra uno strumento di risoluzione delle controversie internazionali e l’affermazione della necessaria limitazione della sovranità statale. Gli estensori di queste linee direttrici avevano cioè compreso a fondo che la guerra non è mai una soluzione e che lo stato, lungi dall’essere l’incarnazione del Dio laico, rappresenta il male minore, destinato ad estinguersi (si potrebbe tradurre: pereat res publica, né pereat mundus!). Lo avevano capito anche i pochi leader spirituali illuminati che al metodo della guerra proponevano (talora con successo) di sostituire il metodo più lento ma più efficace della non violenza o della desistenza pacifica. Ed è proprio questo metodo a richiedere coraggio!

Ci vuole coraggio nel rifiutarsi di benedire le bandiere variopinte degli eserciti. Ci vuole coraggio nel voler subire la galera al posto dell’ordine di mobilitazione statale. Ci vuole coraggio nel fornire assistenza alle vittime delle aggressioni belliche. Ci vuole coraggio a rinunciare a un posto di lavoro ben retribuito nell’industria delle armi (un Made in Italy di cui meniamo vanto!). Ci vuole coraggio a dialogare con chi ha ucciso o violentato i tuoi figli. Ci vuole coraggio a sopportare le ingiurie di chi ti accusa di connivenza o di sudditanza psicologica col nemico. Ci vuole coraggio a non rassegnarsi e a cercare tutte le vie traverse e le astuzie dei pacifici (quelli che Gesù chiamava beati), anziché assopirsi sul comodo guanciale del si vis pacem para bellum dei cinici realisti di tutti i tempi. E potrei continuare nell’elenco, se dubitassi di trovare su queste pagine orecchie attente e ricettive al discorso. Certo il Papa non aveva bisogno di questa apologia di un ex-cattolico apostata e filosofo scettico come lo scrivente, ma non potevo trattenermi dal voler dire la mia (anche tacendo).

Foto in copertina di Jan Jacobsen 

Amedeo Vigorelli

Analisi di Amedeo Vigorelli, docente di Filosofia morale Unimi

27 marzo 2024

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