Alla fine degli anni Settanta mi sono recato in Israele per visitare il villaggio di Neve Shalom Wahat al-Salam, sorto nel 1972, dove ho conosciuto il suo fondatore Padre Bruno Hussar. Erano poche casette abitate da ebrei e arabi palestinesi con cittadinanza israeliana che cercavano di convivere pacificamente. Si incontravano con il tempo buono, seduti sull’erba. Poche famiglie e una piccola scuola bilingue, una scuola di incontro e di pace, perché, come scriveva Padre Bruno, la pace è un’arte: non si improvvisa, ma deve essere insegnata. Un’esperienza che vive tuttora.
Negli anni Ottanta mi sono recato ad Arezzo all’inaugurazione di Rondine Cittadella della Pace, creata su ispirazione di Giorgio La Pira e Don Lorenzo Milani, dove convivono giovani di etnie in conflitto fra loro. Due utopie che mi avevano colpito molto, così come mi colpisce la “Tenda del Lutto” organizzata da Gariwo.
Oltre alla comunità di pace di Neve Shalom Wahat al-Salam dove, assieme a Gabriele Nissim, abbiamo inaugurato nel 2015 un Giardino dei Giusti, in Israele esistono altre realtà che riuniscono ebrei e palestinesi e che hanno come obiettivo il dialogo, la riconciliazione, la pace. Tra queste: la Standing Together fondata cinquant’anni fa dal magnate filantropo Charles Koch, la Hagar Association di Beer Sheva che forma annualmente 300 allievi e la Hand in Hand School con sedi a Gerusalemme, in Galilea, a Wadi Ara, Haifa, Tel Aviv, Kfar Saba.
La Hand in Hand è stata fondata dal filantropo ebreo britannico Max Rayne. La sede di Gerusalemme, una scuola superiore aperta a studenti ebrei e arabi, ha come obiettivo il dialogo culturale tra le due etnie. Gli studenti israeliani e palestinesi dai 3 ai 18 anni siedono fianco a fianco e le lezioni sono in lingua araba e ebraica. Tra di loro allievi ebrei che hanno parenti ebrei uccisi il 7 ottobre o ostaggi di Hamas e allievi palestinesi con familiari morti a Gaza. Imparano a convivere nel rispetto delle diversità e nel riconoscimento reciproco, mentre nella maggioranza delle scuole di Israele vige la separazione delle comunità e ognuna studia e impara nella propria lingua.
Alla Hand in Hand possono partecipare anche i familiari delle due comunità. Ofer Mata, il direttore, ricorda che nel 2014 la sede di Gerusalemme è stata colpita da un attacco incendiario al grido di “morte agli arabi”. Non si è scoraggiato. Il suo sforzo è quello di formare generazioni in grado di contenere le divergenze e di costruire relazioni, poiché gli ebrei di Israele non conoscono i palestinesi e le loro storie, e lo stesso accade per i palestinesi. Chi è morto il 7 ottobre e chi è morto dopo il 7 ottobre è riconosciuto e ricordato nella scuola Hand in Hand.
Oggi la dichiarazione di un ministro israeliano: “i giovani palestinesi saranno i terroristi di domani” mi portano a ricordare un colloquio di centodieci anni fa tra l’ambasciatore degli Stati Uniti a Costantinopoli Henry Morgenthau e il ministro dell’Interno, Talaat Pascià: “Perché uccidete giovani e bambini innocenti?”. La risposta del ministro dei Giovani Turchi fu: “Gli innocenti di oggi saranno i colpevoli di domani”. Il genocidio degli armeni del 1915 restò impunito e fu dimenticato.
Fra qualche anno succederà lo stesso per Gaza?
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In foto di copertina, Pietro Kuciukian in visita al villaggio di Neve Shalom Wahat al-Salam.

