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Gerusalemme città aperta? Lettera agli amici di Gariwo

di Amedeo Vigorelli

Cari amici di Gariwo,

Il vostro Presidente Gabriele Nissim è intervenuto sulle pagine de La Stampa del 2 Novembre 2023, con un articolo del tutto condivisibile sull'attuale drammatica condizione di guerra e di reciproco sterminio nella Terra Santa. Uso consapevolmente il termine cristiano di Terra Santa, anziché quelli di Israele e Palestina, non per una scelta ideologica o confessionale, ma perché ritengo che l’unico spazio di dialogo tra le componenti etniche, statuali e culturali in conflitto (attualmente, ma non da ora) sia quello religioso. Lo stesso governo israeliano, guidato da una destra estremista, che ha consapevolmente ristretto molti spazi costituzionali che garantivano a Israele una parvenza di democrazia, sconosciuta alla quasi totalità del mondo arabo – che sulla carta geografica fa apparire la nazione israeliana come una piccola isola, immersa in un oceano di odio, sul punto di sommergerla definitivamente – ha paragonato l’odierno scontro finale con Hamas a una seconda guerra di liberazione. Ma se è così, non dobbiamo dimenticare che l’unica fonte di legittimazione internazionale dell'esistenza di uno stato mediorientale, che risarcisse la nazione ebraica sopravvissuta all’orrore della Shoah, rimane quella delle Nazioni Unite.

Non voglio ripercorrere la storia di Israele dal 1948 in avanti, o fare un computo peloso delle reciproche colpe di ebrei e musulmani in quella che si sta paurosamente avvicinando al traguardo di una seconda Guerra dei Cent’anni; ma è di un'evidenza assoluta che il conflitto potrà (se potrà) venire risolto solo dalla coesistenza religiosa tra popoli della medesima origine semitica (patti di Abramo), entro una cornice statuale (forse di tipo federale) garantita dalle Nazioni Unite, che abbia il suo centro ideale in una Gerusalemme restituita a quel ruolo terzo e neutrale che le appartiene per missione storica millenaria, e non più rivendicata come capitale di uno o due stati confessionali. So bene che questo può sembrare un discorso antistorico e utopistico, che non tiene conto della durezza incomprimibile degli eventi. Ma so anche di rivolgermi a una comunità, come quella di Gariwo, che si è fatta carico da molti anni di una missione educativa e di un compito memoriale che guarda in avanti, verso un orizzonte aperto di costruzione storica. E, in questa prospettiva, la lezione degli utopisti si può rivelare quella più realistica, nel lungo periodo. Un recente articolo di Marcella Simoni, pubblicato su “Humanitas” nel 2016 e facilmente accessibile sul web (Una storia di relazioni mancate, Giorgio La Pira e il conflitto israelo-palestinese), si interroga sulla figura del cattolico siciliano e sul metodo relazionale da lui sperimentato nel dialogo interreligioso, nelle sue aperture e nei suoi limiti. Leggendolo mi è venuto da chiedermi la ragione per cui, in una Firenze in cui non è del tutto rimosso il ricordo del sindaco La Pira, sia possibile organizzare una manifestazione per la pace senza bandiere e con la presenza dei rappresentanti di tutte le confessioni religiose, mentre nella nostra Milano, città internazionale, si assiste ancora al triste rito delle processioni contrapposte dei sedicenti difensori dei valori occidentali e degli attardati corifei di un terzomondismo affetto da strabismo storico. Perché il Giardino dei Giusti della Montagnetta non diventa una sorta di San Miniato, in cui richiamare tutti gli uomini di buona volontà, e le uniche piazze di raccolta delle masse sensibili al richiamo della politica sono ancora quelle che, a partire dal 1969 e nei tristi anni Settanta, sono state scelte da opposte e cieche tifoserie?

Mi rendo conto che è un discorso delicato, che urta molte sensibilità e non tiene conto delle ben note mediazioni che sono l’anima della politica. Ma ritengo che se Gariwo non sarà in grado di allargare la prospettiva memoriale sui Giusti a quella di un serio dialogo interreligioso, che coinvolga le fedi oltre il confine dei rispettivi recinti confessionali, rischierà di mancare l’obiettivo utopico di quello che definisce il bene possibile. In fondo il momento sarebbe propizio per l’approfondimento di un discorso sulla pace possibile, capace di impegnare singoli e gruppi comunitari delle più varie provenienze. Il pantheon valoriale rappresentato dai Giusti di tutto il mondo ne è già fin d’ora l’esempio concreto. Perché non coinvolgere in azioni concrete a favore della pace gli amici (specialmente giovani) di Gariwo? Perché non coinvolgere le agenzie culturali milanesi in incontri e convegni sul dialogo interreligioso? Perché non riprendere e approfondire la riflessione sulla nonviolenza di profeti come Aldo Capitini, Danilo Dolci, Giorgio La Pira, Ernesto Balducci, Lorenzo Milani (ma il discorso dovrebbe arrivare a comprendere le più diverse fedi e sensibilità)? Ne abbiamo le forze? Ma, ancor prima dovremmo domandarci, ne abbiamo la volontà? Il richiamo filosofico di Nissim alla tradizione stoica della costruzione e cura di un carattere morale (che congiunge idealmente Epitteto e Seneca a Etty Hillesum e Maria Zambrano) non potrebbe trovarmi più d’accordo. Ma perché non richiamare anche la più universale tradizione di Socrate, Buddha, Gesù, San Francesco, Spinoza? Senza una simile apertura io temo che sarà impossibile contribuire a una crescita reale dello spirito civile e ci si dovrà rassegnare (Dio non voglia) alla triste ripetizione degli errori di un passato che non passa. Di un non essere, che assorbe con la forza di un buco nero le energie vitali del nostro essere.

Amedeo Vigorelli

Analisi di Amedeo Vigorelli, docente di Filosofia morale Unimi

8 novembre 2023

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