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Guerra in Medio Oriente e memoria della Shoah, è davvero caduto un tabù?

di Anna Foa

In un articolo di dicembre sulla rivista Gli asini, Stefano Levi Della Torre si poneva il problema di come parlare, di cosa dire nella Giornata della Memoria, in questo gennaio di guerra: “La devastazione, la riduzione alla fame, la strage indiscriminata di Gaza hanno arrecato un danno gravissimo alla Memoria della Shoah e al suo messaggio universale di denuncia dei "crimini contro l'umanità", memoria e messaggio che sono stati finora un baluardo importante contro l'antisemitismo”, scriveva. Il nesso, che fino a quel momento avevamo visto soprattutto come legame tra la guerra di Gaza e il crescere dell’antisemitismo nel mondo, appare così qualcosa di più profondo, un decadere delle ragioni del collegamento fra la battaglia contro il razzismo e l’antisemitismo e la memoria dell’evento estremo della Shoah, la perdita del suo valore di monito, il senso del suo celebrarsi ogni anno nel mondo intero. È davvero caduto un tabù, come Stefano Levi scrive, riferendosi alla memoria della Shoah? E come non ripensare, in questo contesto, alle parole con cui Liliana Segre, profeticamente, esprimeva il suo timore che in tempi nemmeno troppo lunghi la memoria della Shoah si sarebbe ridotta a poche righe in margine ai libri di storia?

E innanzitutto, perché è caduto questo tabù? A causa degli oltre venticinquemila morti nella guerra di Israele contro Hamas, che coinvolge tanti, troppi palestinesi del tutto estranei al terrorismo di Hamas? O a causa delle affermazioni di molti ministri del governo Netanyahu che prospettano una soluzione post-war in cui Gaza sia aperta alla colonizzazione ebraica, e possibilmente sgombrata di una parte notevole dei suoi abitanti, esternazioni espresse senza smentite dal capo del governo? O ancora per l’ipotesi, prospettata dagli stessi membri del governo e dallo stesso Netanyahu, di una grande Israele, che comprenda anche la Cisgiordania, privata di ogni prospettiva di uno stato palestinese, governata dalla destra religiosa in nome di Dio e della Torah? Una versione ebraica dell’Iran, insomma.

Ma, potremmo domandarci, se queste sono le ragioni della caduta di questo tabù, cioè in primo luogo lo sproporzionato costo umanitario della reazione israeliana su Gaza, come mai non si è prima, dopo il 7 ottobre, almeno messo in discussione da parte delle sinistre il loro sostegno decennale ai palestinesi, non si è fatta sufficiente distinzione fra il terrorismo aberrante di Hamas e il rifiuto dell’occupazione, non si è pensato a una diversa lotta, politica e non terroristica, per arrivare alla creazione di uno stato palestinese? In sostanza, come mai la reazione di almeno una parte delle sinistre all’orrore del 7 ottobre è stata quella di considerarlo una legittima o quasi reazione all’occupazione e alla politica di Israele

È questo un nodo importante di questa vicenda, su cui varrebbe la pena di fare analisi un po’ meno banali e fuorvianti di quelle, diffuse sia dalle destre israeliane che dai sostenitori nella diaspora di Netanyahu, che la risposta stia nell’antisemitismo delle sinistre. Un antisemitismo che si sarebbe espresso fin dal 1967, e poi ancora durante la guerra del Libano nel 1982, e poi a favore delle due Intifade. Un antisemitismo sostanzialmente antisionista, che vede nel sionismo una forma di oppressione coloniale, e in cui il legame con i palestinesi, considerati gli oppressi, diventa antisemitismo, odio contro gli ebrei: un antisemitismo ben rappresentato dal luogo comune tanto diffuso e non solo da oggi delle vittime che si trasformano in carnefici. Non tutta la sinistra, è vero, condivide questa ottica, ma certo una sua buona parte. Credo che quella parte della sinistra che ha rimosso il 7 ottobre dalle sue analisi farebbe bene a riconsiderare questa questione.

Non credo che ci si possa fermare, per spiegarne le cause, al richiamo all’antisemitismo. Certo, c’è in tutto ciò uno sfondo antisemita, una sorta di soddisfazione appunto per le vittime divenute carnefici. Ma non basta a spiegare che una sinistra che si è sempre battuta per i diritti umani, contro ogni forma di razzismo e quindi anche di antisemitismo, distinguendo semmai fra antisemitismo e “antisionismo”, cancelli completamente il ricordo del 7 ottobre e la percezione del trauma che esso ha rappresentato per Israele. Un trauma non tanto per le destre estreme, già propense a considerare tutti i palestinesi come sanguinari terroristi, ma per la società civile, la stessa che per dieci mesi è scesa in piazza contro il governo Netanyahu a battersi per la democrazia messa in pericolo dalla sua politica. Una politica che, una volta munita degli strumenti giuridici e politici per farlo, si sarebbe subito rivolta a eliminare ogni prospettiva di pace con i palestinesi. Adesso lo fa con la guerra. Netanyahu lo ha detto esplicitamente, spiegando di essersi mosso in tutti gli anni del suo governo per demolire qualsiasi prospettiva di creazione dello stato palestinese. Il trauma profondo del 7 ottobre, quello creato dalla prigionia degli ostaggi, spiega anche - lo hanno scritto gli analisti israeliani - la difficoltà della società israeliana a denunciare la distruzione di Gaza e a considerare, accanto ai crimini contro l’umanità del 7 ottobre, anche quelli contro i palestinesi di Gaza.

Non mi dilungherò sui disastri, anche in termini di sicurezza, del governo Netanyahu, o su quelli provocati dai coloni nella loro volontà di sbarazzarsi dei palestinesi sia a Gaza che in Cisgiordania. Molto è stato scritto su questi aspetti, con analisi in gran parte condivise dalla parte migliore della società israeliana. Ma vorrei sottolineare come da una parte Hamas e dall’altra il governo israeliano siano riusciti in pochi mesi a distruggere il nesso che credevamo strettissimo fra memoria della Shoah e lotta contro i razzismi, i nazionalismi, gli estremismi religiosi, l’antisemitismo. Se una guerra così distruttiva continuerà, se non si arriverà ad una cessazione delle ostilità, questo processo sarà irreversibile. Se le cose andranno diversamente, in una prospettiva di difficile pacificazione sarà forse anche possibile ricreare questo nesso ed assumere la memoria della Shoah fra i nostri pilastri etici. “Fra”, non “come”. Perché comunque, qualcosa sarà cambiato e dovremo prenderne atto.

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