La riflessione e la prassi contenute nella Carta della democrazia proposta dalla Fondazione Gariwo inducono chi legge ad esercitare il proprio sguardo critico sulle maggiori questioni filosofiche e politico-sociali della nostra contemporaneità. Il cuore teorico della Carta è infatti una concezione di democrazia che oggi sembra purtroppo desueta, “inattuale” nel senso decettivo del termine: essa, oltre ad essere naturalmente intesa come una forma di governo, va considerata primariamente come uno stile di pensiero, una forma di vita – utilizzando la grammatica di Ernst Cassirer potremmo dire, senza sbagliare, una “forma simbolica” – basata sulla pratica del dialogo, dell’ascolto e dell’accoglimento del diverso. La democrazia, riguardando immediatamente l’interazione dialogica fra le persone, il confronto dialettico con l’alterità, si contraddistingue primariamente per la sua dimensione etica concernente quel lavoro di tessitura culturale ed esistenziale che impronta la costruzione e la cura delle relazioni fra esseri umani.
La condizione di esistenza della pluralità umana – i filosofi direbbero la sua ratio essendi – consiste nella sua componente dialogica, in quella prassi inesausta d’interazione simbolica, di scambio costante, che permette l’espressione dell’irripetibile singolarità che caratterizza ognuno di noi. Le versioni “pervertite” della democrazia, come la dittatura della maggioranza o le cosiddette “democrazie illiberali”, sono la premessa che adombra il pericolo delle autocrazie perché non contemplano alcuna forma di pluralismo, elemento rigettato sia dai populisti che dagli autocrati.
Approcciandosi a questi temi, è impossibile non ritornare al pensiero di Hannah Arendt, la cui filosofia permea profondamente il progetto di questa Carta. In particolare, viene in mente la parte finale de Le origini del totalitarismo (1951) in cui si trovano considerazioni preziose e attualissime sul tema dell’ideologia totalitaria. Quest’ultima, secondo la filosofa, è sempre improntata ad un progetto di ingegneria sociale basato sulla volontà di trasformare radicalmente la natura umana, fornendo una spiegazione totale della storia che prescinde dal confronto con i fatti concreti, testimoniando così il fondamentale «disprezzo totalitario per la realtà e la fattualità» (H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, Milano 1966, p. 627). Obiettivo principale di ogni totalitarismo è dunque quello di rendere superflua l’umanità – è questo il termine preciso utilizzato da Arendt – attraverso la devitalizzazione della sua facoltà possibilizzante, della sua capacità di “immaginare altrimenti”. Imponendo un’unica interpretazione della realtà, definitiva e impossibile da criticare, si elimina in partenza la possibilità di contemplare, anche solo di immaginare, un mondo diverso da quello in cui si ha la ventura di vivere. Ecco allora che la logica implacabile del totalitarismo s’impone sulla fragilità poliedrica della pluralità umana, squalificando a priori ogni possibile azione divergente rispetto all’inemendabilità del dettato ideologico. La logica dell’ideologia soffoca così la vita, che è differenza, procedendo nella sua inesorabile marcia verso la distruzione dello spirito critico e della responsabilità personale. È così che l’uomo non pensa più, che si trasforma in un ottuso recipiente di pensieri eteronomi che colonizzano la sua mente e la sua azione, sacrificando ogni alternativa di senso.
La logicità del pensiero totalitario è, secondo Arendt, sinonimo di semplicità, di estrema basicità concettuale. Le ideologie totalitarie contano milioni di proseliti perché seducono con la loro semplicità, con la loro estrema facilità di applicazione. L’oscuro sortilegio dell’ideologia, a cui pochi sanno resistere, sta in questa capacità di comprimere la complessità di un intero mondo in una manciata di asserzioni basilari, in un catechismo morale minimo in grado di rispondere a qualsiasi domanda, indipendentemente dal suo grado di complessità. Arendt giunge qui a una conclusione solo in apparenza paradossale, rinvenendo la follia di ogni ideologia – il suo nucleo essenzialmente paranoico – proprio nell’estrema logicità, nell’incapacità strutturale di contemplare deviazioni, critiche e cambiamenti: «Le ideologie sono opinioni innocue, acritiche e arbitrarie solo finché nessuno vi crede sul serio. Una volta presa alla lettera la loro pretesa validità totale, esse diventano il nucleo di sistemi logici in cui, come nei sistemi dei paranoici, ogni cosa deriva, comprensibilmente e necessariamente, perché una prima premessa viene accettata in modo assiomatico. La follia di tali sistemi non consiste tanto nella prima premessa, quanto nella logicità con cui sono costruiti» (Ivi, pp. 626-627).
L’ideologia imponendo un’unica verità assiomatica e intangibile, distrugge la vita politica democratica, sbarrando a priori quello spazio sociale utile all’espressione della libertà politica. La differenza fondamentale che contraddistingue l’ideologia totalitaria del XX secolo, se comparata con le vecchie tipologie di dispotismo, è la sua capacità, parallela all’eliminazione delle libertà politiche, di distruggere la vita privata delle persone attraverso il sospetto e la paura. L’uomo imprigionato nell’universo totalitario – che è concentrazionario sia sul piano ideale che su quello fattuale – è estraniato dalla realtà, ha tagliato ogni legame sociale e vede l’altro, se non immediatamente come un nemico, almeno come una possibile minaccia. Spie, delatori, informatori, sono la spina dorsale di ogni perfetto delirio totalitario. Se l’uomo è isolato, se gli è preclusa ogni immagine del mondo al di fuori di quella che gli si propone in maniera martellante, diventa controllabile e quindi preda del conformismo sociale.
Torniamo qui al tema centrale della Carta, il dialogo come strumento fondamentale per preservare la pluralità umana. Un volume come Le origini del totalitarismo è oggi più che mai fondamentale perché, oltre a proporre un tentativo d’interpretazione dei regimi totalitari (nazismo e stalinismo), rappresenta un vettore di educazione politico-civile da intendersi come antidoto contro la possibile riemersione di tendenze dispotiche nella nostra attualità. La democrazia, infatti, è dinamica, è sempre in evoluzione e non va mai data per scontata, proprio a causa della sua intima fragilità conferita dal suo essere dialogo costante e tensione fra tesi differenti.
Come giustamente evidenziato nella Carta, vi è un nesso fondamentale fra la caratteristica dialogica della democrazia e la prassi dell’agire comune, “dal basso” come fu sostenuto convintamente, in filosofia come nella sua coraggiosa esperienza politica, da Václav Havel. Il dialogo, il linguaggio, essendo direttamente un atto efficace, si connota subito per la sua implicazione attiva, trasformativa, e quindi politica. Presupposto dell’agire comune, della partecipazione collettiva alla vita democratica, è allora il dialogo come confronto e ricerca di soluzioni creative alle situazioni di crisi o difficoltà attraversate dalle istituzioni. Sul tema della componente politica dell’interazione comunicativa Arendt scrisse un’opera imprescindibile, Vita activa. La condizione umana (1958), che fa il paio con la sua anatomia del totalitarismo pubblicata, in collaborazione con il marito Heinrich Blücher, al principio degli anni ’50.
Dopo l’analisi della logica totalitaria e delle cause culturali che la nutrono, la filosofa è come se avesse avvertito l’esigenza d’interrogarsi su ciò che l’agente morale può fare per evitare di precipitare nell’oscuro gorgo del totalitarismo. È come se con Le origini del totalitarismo si delineassero, teoricamente e storicamente, i contorni del problema – il rapporto fra l’uomo e il totalitarismo – e, successivamente, con Vita activa si indagassero le possibilità concrete che la persona ha per affrancarsi dalle condotte anti-democratiche. Quest’opera è una profonda disamina sull’importanza di preservare e curare quell’ambiente comune, quell’infra come lo chiama la filosofa, come spazio intermedio che relaziona gli esseri umani, mettendoli in rapporto, dando luogo all’interazione dialogica. L’infra è lo «spazio relazionale», il terreno di confronto e di conflitto costruttivo su cui si fonda l’agire collettivo della democrazia (Id., Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 2009, p. 133). L’agire collettivo insomma è sempre, prima di tutto, agire comunicativo.
L’interpretazione della Arendt è originale e, partendo dall’esempio della partecipazione diretta alla vita della polis greco-romana, svolge un’impietosa analisi del decadimento della dimensione politica odierna, basata su una sostanziale espropriazione dei diritti della cittadinanza e della democrazia diretta. Più nello specifico, la tesi centrale del volume è che, a partire dal tramonto della polis, la prassi politica (l’agire in senso stretto), basata sul discorso che relaziona gli uomini e ha efficacia sulla realtà, sia stata sostituita dall’operare, dal produrre artefatti duraturi utili alla sopravvivenza, e poi definitivamente offuscata dal lavorare, attività che ha come esclusiva finalità la conservazione materiale della vita. In un processo di decomposizione della prassi, che va dall’iniziale libertà dell’azione alla necessità del lavoro, si sarebbe consumato lo smarrimento della politeia. Posta dunque questa triplice partizione della vita activa – agire, operare, lavorare –, si denuncia la progressiva sparizione dell’agire politico, portata a compimento dalla modernità, nell’ambito dell’indistinto orizzonte di un fare sempre più schiacciato sulle dimensioni dell’utile (operare) e della necessità (lavorare). Il lavoro, in special modo, complice la sua progressiva deriva burocratizzante, è visto come una delle cause fondamentali dell’atrofizzazione della prassi politica, ormai totalmente fagocitata dall’impulso biologico all’autoconservazione.
Sulla base di questa pessimistica disamina – in parte mitigata dalle considerazioni dell’incompiuto Vita della mente (1978) – diventa ancora più urgente l’invito che emerge dalla Carta a “riscoprire la forza dell’agire comune” e i fondamenti, filosofici e storici, del pensiero democratico. L’azione autenticamente politica è dunque quella che, prescindendo dalle ideologie, e attraverso il dialogo e il discorso, relaziona gli uomini permettendone l’incontro nell’orizzonte della diversità. La democrazia, che di questa differenza prospera e si nutre, rappresenta allora la garanzia suprema della pluralità umana, quintessenza dell’azione politica: «L’azione, la sola attività che metta in rapporto diretto gli uomini […], corrisponde alla condizione umana della pluralità, al fatto che gli uomini, e non l’Uomo, vivono sulla terra e abitano il mondo. Anche se tutti gli aspetti della nostra esistenza sono in qualche modo connessi alla politica, questa pluralità è specificamente la condizione […] di ogni vita politica» (Ivi, p. 7).
Secondo Arendt, dire che la pluralità è condizione della prassi politica, corrisponde ad affermare che essa è il principio inalienabile su cui si basa il funzionamento di ogni democrazia. L’importanza di questa tesi sta nel fatto che essa va intesa in un senso, diremmo, filosoficamente “forte”, ontologico. La pluralità umana è strutturalmente democratica perché, essendo la «condizione fondamentale sia del discorso sia dell’azione, ha il duplice carattere dell’eguaglianza e della distinzione» (Ivi, p. 127).
Essa tiene assieme, sin dall’inizio, l’elemento dell’eguaglianza e della differenza senza che nessuna della due istanze prevalga sull’altra. Nella pluralità, eguaglianza e differenza, si mantengono in una situazione di equilibrio e di tensione continua che ricalca il movimento della democrazia, sempre cangiante. Se gli uomini non fossero uguali, infatti, non potrebbero comunicare fra loro o comprendersi, faticando ad intraprendere qualsiasi tipo di progettualità o previsione; d’altra parte, se gli uomini non fossero diversi, nel senso dell’essere distinti e differenti l’uno dall’altro sul piano della sfera simbolica (desideri, convinzioni ecc.), non avrebbero bisogno del dialogo e della complessità dell’azione politica per comprendersi a vicenda, per comunicare, e per agire di concerto. Sarebbero sufficienti a tal fine basilari segni e suoni utili a informare riguardo a necessità identiche e immediate.
La Carta della democrazia, promuovendo i valori del dialogo e del confronto costante, valorizza anche quelli della pace e della nonviolenza, intesi come inscindibilmente connessi ai primi. Anche qui la filosofia arendtiana ha intuito la rilevanza di questo legame fondamentale: il discorso permette di trasformare la violenza della contrapposizione politico-sociale e culturale in dialogo, in confronto fra tesi che, mediandosi, cercano un possibile equilibrio nella reciproca tensione. Questa ricerca di una verità sempre da fare e mai definitiva rappresenta uno degli elementi principali che permette alle democrazie di distinguersi dai regimi dispotici e da quelli totalitari.
Secondo Arendt, i Greci pronunciavano “grandi parole” (mégaloi lógoi) – come faceva l’Achille omerico (Iliade, 9, 443) – non perché esprimessero grandi pensieri ma perché pronunciavano parole in grado di alleviare i colpi che gli dèi avrebbero indirizzato loro. Il dialogo, se giustamente calibrato ed esercitato, può contribuire ad abitare meglio il mondo, rendendoci in grado di rispondere in maniera culturalmente strutturata alle complessità dell’esistenza e della vita associata. Le parole, insomma, sono “grandi” nel momento in cui favoriscono un cambiamento nella nostra vita e nella realtà che ci circonda. Il discorso, la presa di posizione pubblica, si distingue così dalla mera violenza che «è muta, e per questa ragione soltanto essa non può mai essere grande» (Ivi, p. 20).
Nella vita democratica si tratta dunque di lavorare costantemente alla ricerca di quei discorsi e di quelle parole opportune che possano favorire lo scambio, la crescita personale e il rispetto reciproco, disinnescando sul nascere ogni discorso d’odio. Coltivare con acribia questa verità sempre provvisoria e in divenire, che rigetta la violenza delle tesi eterne e inconfutabili, è il gesto capitale che la Carta della democrazia di Gariwo, sulla base degli insegnamenti di Hannah Arendt, indica alle generazioni future, suggerendo una possibile via per combattere le menzogne delle ideologie e per contribuire al miglioramento della nostra esperienza democratica.
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Photo Credit: Levan Ramishvili/Flickr

